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Trump e l’economia: cosa ci possiamo aspettare dal nuovo Presidente?

Trump e l’economia: al di là dei polveroni sollevati sulle presunte molestie sessuali, e sulla presunta evasione fiscale, che hanno impedito di giocare la campagna elettorale sui rispettivi programmi, le promesse elettorali di Trump vertevano in gran parte su un rovesciamento delle fallimentari politiche economiche di Obama. Ricordiamo che gli Stati Uniti, durante i soli primi 4 anni di presidenza Obama, sono passati da circa il 60% di rapporto Debito/PIL, a oltre il 100%. Per fare un paragone, i 9 governi italiani che si sono succeduti negli anni ’80, ci hanno messo 10 anni a fare lo stesso danno alle finanze pubbliche italiane. Gli altri 4 anni di Obama non hanno fatto che peggiorare la situazione, e le folli politiche monetarie dei tassi a zero (come quella che sta perseguendo l’Unione Europea) hanno portato alla proletarizzazione della classe media, ed a un tasso di partecipazione al lavoro più basso dai tempi degli anni ’70. Le trionfali statistiche sull’occupazione diramate da Obama, non tengono conto dei giovani e delle donne sempre meno occupati, e del fatto che chi faceva l’operaio 4 anni fa, adesso si arrangia facendo il cameriere, ossia un’attività con cui difficilmente si riesce a vivere. Persino gli immigrati regolari dal Messico sono diventati meno di quelli che “tornano a casa”, e il numero complessivo di immigrati regolari e irregolari dal Messico è calato per la prima volta dagli anni ’70. Last but not least, lo stampaggio folle di carta moneta, porta all’assurda situazione delle aziende che volano in borsa e nello stesso tempo licenziano dipendenti, come avevamo spiegato a proposito del Premio Nobel per l’economia. Le risposte che vuole dare Trump a questa situazione sono in parte molto demagogiche, in parte molto concrete. Andiamo a riassumere le une e le altre.

Trump e l’economia: le proposte fiscali

Le proposte più concrete parlano di riduzioni di tasse per famiglie ed imprese. Le famiglie possono tornare a “respirare”. Trump ha fatto riferimento all’Estonia, nazione in cui la dichiarazione dei redditi si compila in “5 minuti”, come modello da imitare. Le seconde avrebbero meno incentivi a spostare le proprie sedi nei cosiddetti “Paradisi Fiscali”. La tassa sugli utili promessa, al 15%, renderebbe gli USA estremamente “appetibili”: da nazione da cui le imprese “scappano”, potrebbero tornare una nazione in cui le imprese “si rifugiano”, con i conseguenti benefici sul gettito fiscale e sull’occupazione. Sarà possibile mantenere queste promesse? Di tagli pesanti alla spesa pubblica Trump non ne parla, e se non si taglia la spesa (a parte per alcuni capitoli di cui parleremo in seguito) si può fare ben poco per tagliare le tasse. Ma è anche vero che Trump vuole smetterla con la politica militare fin qui seguita da Bush in poi: basta interferenze per rovesciare questo o quel governo, e basta contribuire pesantemente al bilancio della NATO. Se terrà fede a queste promesse, e le enormi spese per le folli campagne militari di questi anni verranno meno, ci sarà certamente spazio per abbassare le tasse.

Quanto alla politica della Banca Centrale di stampaggio di moneta continuo, e di tassi a zero, è una trappola da cui difficilmente si potrà uscire, a meno di aver innescato una robusta crescita dell’economia reale. E finchè non si esce da questa trappola, una crisi come quella che abbiamo vissuto nel 2008, anzi peggiore, rimane estremamente probabile.

E’ poi un aspetto indirettamente fiscale, la promessa di smantellare quel babbà dell’Obamacare. Proprio così: quella rivoluzione che sui giornali italiani vi hanno raccontato come un’introduzione in USA di una sanità pubblica “all’italiana”, è stato ne più, ne meno, che l’obbligo per i lavoratori di farsi un’assicurazione sanitaria. E quando un’assicurazione diventa obbligatoria, diventa più costosa per tutti, come abbiamo spiegato a proposito delle assicurazioni auto qui da noi… Il ritorno alle assicurazioni facoltative, unite alle facilitazioni fiscali per favorire l’accesso alle cure sanitarie ai meno abbienti, si tradurrà in un risparmio concreto soprattutto per le classi più svantaggiate.

Trump e l’economia: le aziende e l’ambiente

L’altro caposaldo dei programmi economici di Trump è legato al commercio internazionale e all’ambiente. Iniziamo dal secondo settore: Trump ha promesso di smettere di finanziare i costosissimi programmi per combattere i cambiamenti climatici, un fenomeno a cui l’elettorato “di destra” è sempre meno disposto a credere, e che porta a scelte ambientali totalmente illogiche e dannose per l’ambiente. Parallelamente vuole sbloccare tutti i progetti energetici finora bloccati per motivi ambientali e semplificare le normative ambientali. Per le aziende si creeranno ingenti risparmi dovuti ai minori limiti da rispettare, e questo si tradurrà in minori costi dei prodotti e maggiori posti di lavoro. Inutile dire che se il gigante USA si muoverà in questa direzione, sarà difficile per l’Unione Europea rimanere ancorata alle proprie costose illusioni. L’Unione Europea si muoverà nello stesso senso? Se non vuole ulteriormente accelerare il proprio suicidio, ci sarà un cambio di rotta.

E veniamo alla parte più demagogica dei programmi trumpiani, ossia la decisa virata protezionistica sul commercio internazionale: rimettere in discussione i trattati di libero commercio che mettono le aziende statunitensi in situazione di concorrenza sbilanciata con paesi a basso costo della manodopera, dal vicino Sud e Centro America, alla Cina. Lo strumento principale che il neo presidente vuole adottare sono i dazi sulle importazioni ed il controllo su eventuali politiche di manipolazione della valuta da parte delle altre nazioni (Cina in primis). Qui purtroppo casca l’asino: i dazi creano più problemi di quanti ne risolvano, e quanto al manipolare la valuta, finchè gli USA stamperanno moneta a getto continuo, hanno ben poco da accusare gli altri. Per non parlare dell’effettivo potere che avrà Trump di stracciare complessi trattati commerciali internazionali. La concorrenza, anche con la Cina, si vince tenendo basse le tasse. Primo perchè la produzione in Cina è tutt’altro che conveniente, al di là del minor costo della manodopera (costi di intermediazione incontrollabili se si usano terzisti, o costosi investimenti se si aprono fabbriche di proprietà), e poi perchè se torna conveniente investire in USA dal punto di vista fiscale, si cavalcherà la rivoluzione dei robot, che costano anche meno degli schiavi nei gulag cinesi, i tristemente noti laogai. In una parola, i programmi di Trump sul commercio internazionale sono demagogici e pericolosi, ma se manterrà le promesse sul lato fiscale, potrà evitare di mantenerle sul lato “dazi all’importazione”.

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