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Tutelare il diritto alla salute o il diritto al lavoro? il caso dell’Ilva di Taranto

A risolvere l’impasse, almeno dal punto di vista giuridico, arriva la sentenza definitiva della Corte Costituzionale : il 9 aprile 2013 si pronuncia sulla questione di illegittimità, sollevata dalla magistratura tarantina, e dichiara costituzionale la legge “Salva Ilva”.

Ilva Taranto Disastro

Di fronte a due diritti egualmente tutelati dalla Costituzione, qual è la ratio che stabilisce quale dei due sia prioritario rispetto all’altro? In un periodo di forte crisi economica mondiale, con livelli di occupazione ai minimi storici, la tutela del posto di lavoro è davvero da difendere anche a costo della vita? La bufera giudiziaria, che vede attualmente coinvolto il più grande complesso siderurgico d’Europa, per quanto concerne la produzione e la trasformazione dell’acciaio, si scatena nel luglio del 2012, quando i magistrati di Taranto sequestrano lo stabilimento e tutto il materiale prodotto per grave pericolo per la salute pubblica. Le indagini sulle emissioni cosiddette “incontrollate”, iniziano nel 2008 quando, a causa della diossina ritrovata nelle forme di pecorino prodotte, viene predisposto l’abbattimento di tutti gli animali contaminati degli allevamenti vicini. Nel 2010, viene emessa l’ordinanza che definisce “non pascolabili” tutte le terre incolte nel raggio di 20 km dall’area siderurgica (per forti concentrazioni di diossina nelle carni ovine e caprine della zona). Con conseguenti e gravissime ripercussioni sulle aziende zootecniche dell’area, quelle produttrici di latte e prodotti caseari, nonché sulla mitilicoltura. Risale al 2011, la drammatica scoperta delle “cozze alla diossina”. Scattano i sigilli e il fermo immediato dello stabilimento.

Il governo Monti, e in seguito, il Parlamento (con la conversione in legge del decreto), approvano la legge “Salva Ilva”, per impedirne la chiusura definitiva e il blocco delle attività. In contemporanea, il 26 luglio, vengono arrestati gli ex presidenti Emilio Riva e suo figlio Nicola e l’ex direttore della sede di Taranto, Luigi Capogrosso. Le accuse sono quelle di disastro ambientale, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, immissione di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico e della falda acquifera. Tutte con dolo, vale a dire con piena coscienza e volontà.

Chiusura Ilva Taranto Ricostruzione Indagine Magistratura

Esattamente quattro mesi dopo, il 26 novembre, scattano altri sei arresti e il sequestro di tutti i materiali sulle banchine, prodotti negli impianti non a norma. Si tratta di circa 1,8 milioni di tonnellate di acciaio (del valore di un miliardo di euro). Dopo solo una settimana, il 3 dicembre, il governo, con il decreto legge 207, dà l’autorizzazione al proseguo dell’attività del siderurgico, restituendo tutto il materiale sequestrato.

Il 5 dicembre, la procura restituisce gli impianti ma si oppone alla riconsegna del materiale. Ma il 20 dicembre, il decreto del 3 dicembre viene modificato e diventa legge in Parlamento, la 231 (cosiddetta Salva Ilva, appunto), con la quale anche i prodotti (finiti e semilavorati) ottengono l’autorizzazione per poter essere commercializzati. Intanto, la procura di Taranto solleva la questione di legittimità sia per la legge 231 che per la relativa legge di conversione: non tutelano il diritto alla salute sancito nella Costituzione. Viene avviato un ricorso anche per conflitto di attribuzione, riguardante la legge “Salva Ilva”, che risulterebbe in contrasto con il principio costituzionale della separazione tra i poteri dello Stato. Ma il 9 aprile 2013 la Corte si pronuncia e, respingendo entrambi i ricorsi, dichiara la legittimità costituzionale della legge in questione. Nessuna ingerenza nel potere della magistratura tarantina (che può continuare ad indagare) e garanzia di tutela per la salute pubblica, in quanto l’Ilva dovrà adeguarsi alle norme di legge previste dall’AIA, l’Autorizzazione Ambientale Integrata (forse entro il 2016-2017?). Nell’attesa , il colosso siderurgico potrà continuare a funzionare e a vendere quel 1,8 milioni di tonnellate di acciaio, sequestrato dalla Guardia di Finanza. Esplode la protesta, incredibile ma vero: non solo un nulla osta all’inquinamento e all’avvelenamento ma anche una depenalizzazione di questa fase produttiva che non potrà essere processata in futuro in quanto, di fatto, legittimata. Ma i giudici rassicurano: tale decisione non incide sul procedimento penale a carico della proprietà e dei dirigenti dell’azienda né sugli accertamenti delle eventuali responsabilità contro la tutela ambientale, che seguiranno il loro corso.

Per la prima volta, il diritto alla salute, che di solito “viene prima di tutto”, cede il passo al diritto al lavoro? E’ vero, l’Ilva, ex Italsider, ha una storia centenaria ed è il più grande complesso industriale d’Italia e d’Europa, al 20° posto nella classifica mondiale, per quanto riguarda la produzione e la trasformazione dell’acciaio. Dopo una fase di controllo pubblico da parte dell’IRI, viene privatizzata e passa nelle mani del gruppo Riva, che decide di impiantare il più importante stabilimento italiano a Taranto. Nella sola sede pugliese dà lavoro a più di 12.000 dipendenti (e sussistenza ad altrettante relative famiglie). Gli altri stabilimenti si trovano a Genova, Novi Ligure, Racconigi, Marghera e Patrica. Dar ragione ai magistrati di Taranto avrebbe significato, quindi, chiudere lo stabilimento non solo in Puglia ma, probabilmente, anche in altre regioni, che da lì dipendono. L’Ilva e il governo lo sanno bene, gli interessi in gioco sono enormi. Decidono, malgrado tutto, di tutelare il lavoro. Nonostante, c’è da precisare, la situazione lavorativa appaia ben altro che stabile, con la possibilità già preannunciata di forti tagli all’occupazione. Anche le condizioni di sicurezza sul lavoro sono tutt’altro che rassicuranti: l’edificio necessita di forti ristrutturazioni e, fatalità, proprio mentre la Corte pronunciava la sentenza del 9 aprile, nello stabilimento crollava un capannone di cemento e ferro. Fortunatamente, non in orario di lavoro.

La città stessa è spaccata in due. Domenica scorsa si è tenuto un referendum, anche se solo consultivo. Al di là degli intenti (se chiudere l’Ilva definitivamente o solo in parte nella zona “a caldo”), in ogni caso, il quorum richiesto non è stato raggiunto. Tarantini indifferenti? C’è chi non la pensa così: i cittadini che hanno votato per la chiusura dell’Ilva sono più di 30.000 e comunque potevano votare solo i residenti a Taranto (mentre ci sono comuni più vicini alla fabbrica e molti dipendenti arrivano dai paesini dell’hinterland). La crisi economica non riduce all’osso solo la disponibilità di denaro ma anche le speranze di un futuro migliore. Soprattutto con figli a carico. C’è chi, pur di garantire sussistenza alla propria famiglia nell’immediato, rischia la roulette russa e non pensa a conseguenze a lungo termine. E c’è chi, invece, è ben consapevole di non avere una salute “d’acciaio”..e se è vero che nessuno ha il potere di decidere del proprio destino, il buon senso impera e deve rimanere una regola.

La salute, il bene più prezioso.

Secondo quanto emerge dagli ultimi vertici di Roma tra autorità statali e regionali, i danni dell’impatto sull’ambiente e sulla salute pubblica dell’Ilva ammontano almeno a 300 milioni di euro (stando alle richieste del Presidente di Regione Nichi Vendola). Cifra indispensabile per il raggiungimento dell’unico, prioritario obiettivo: procedere con rapidità al risanamento dell’Ilva e alla bonifica ambientale di tutta la zona limitrofa. Nel tentativo di arginare tempestivamente gli effetti nefasti sulla popolazione. Studi epidemiologici hanno dimostrato come, a causa delle sue emissioni di polveri sottili (dei parchi minerari), di diossina (del tristemente noto camino E312) e del benzo(a)pirene delle cokerie, nelle zone immediatamente limitrofe, il tasso di mortalità, sia femminile che maschile, sia di gran lunga superiore alla media registrata nel resto del territorio. Perizie chimiche ed epidemiologiche ordinate dal gip Patrizia Todisco, rilevano che, tra il 2004 e il 2010, si è registrata una media di 90 decessi all’anno e di 648 ricoveri annui per patologie respiratorie e cardiache, attribuibili alle emissioni industriali.

Come dimostra uno studio del Progetto Sentieri ( dell’Istituto Superiore di Sanità), negli ultimi 30 anni in quest’area, si è registrato un aumento del 350% dei tumori alla pleura, per la popolazione maschile, e del 200% per quella femminile, dovuto all’inalazione delle polveri sottili e dell’amianto. L’Associazione Culturale Pediatri, in collaborazione con Save the Children, a Bari, ha prelevato campioni di sangue di alcuni bambini, tra i 3 e i 6 anni, residenti a Statte. I risultati confermano i timori e la presenza di piombo nel sangue di tutti, nessuno escluso. Il piombo, in individui sani, non deve essere presente. Anche minime quantità causano deficit cognitivi, problemi neurologici nonché patologie cancerogene.

E’ di due anni fa, inoltre, l’ordinanza comunale che vieta ai bambini del quartiere Tamburi di giocare per strada, per paura di possibili contaminazioni. E dire che in Belgio e in Germania, dove il gruppo ha altri due importanti sedi di produzione siderurgica, ogni anno l’Ilva vince il premio per l’ecologia.

Natalia Piemontese – articolo pubblicato in collaborazione con Bianco Lavoro

Written by Marco Fattizzo

36 anni, esperto in tematiche del lavoro e dell'occupazione, appassionato di politiche internazionali, laurea in Scienze Politiche. Ha il pallino per le tecnologie web e vanta importanti collaborazioni editoriali. Vive in giro per l'Europa con moglie, figlio e gatto.

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