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Chi ha ucciso Domenico De Maio, sindaco di Platì? 32 anni senza verità

Domenico De Maio, 46 anni e sindaco di Platì, “Mimmo” per i suoi paesani, venne freddato a colpi di pistola da due killer con il volto travisato attorno alle 13 del 27 marzo 1985. Il sindaco del piccolo paese aspromontano in Calabria era sulla sua auto che stava facendo rientro in paese quando fu vittima di un agguato in località “Cutrucchio”, nei pressi di Careri. Sul sedile anteriore accanto a lui la figlia Antonella, di soli 17 anni, unica testimone rimasta per sempre segnata dal feroce agguato di cui fu vittima il genitore.

A 32 anni di distanza dall’efferato crimine restano ancora impuniti mandanti ed esecutori, mai individuati dalle indagini. Se non esiste una verità giudiziaria sull’omicidio di Domenico De Maio, è chiaro invece da anni il contesto in cui è maturata l’esecuzione del primo cittadino platiese, uno dei pochi nella storia del piccolo centro della Locride: si è trattato di un omicidio maturato in un ambiente fortemente infiltrato dalla ‘Ndrangheta. Già perché Platì è tra i comuni più a lungo commissariati per infiltrazione mafiosa nella storia d’Italia. Nel 2016, terminato l’ennesimo periodo di “vuoto politico”, si è finalmente tenuto un voto regolare e Rosario Sergi, capo di una lista civica, è diventato il nuovo sindaco di Platì.

“Venite a Platì”

“Venite a Platì, non è il paese di mafia di cui si parla” diceva nel 1985 Mimmo De Maio. Le sue parole, raccolte dal conterraneo giornalista Pantaleone Sergi finirono sul quotidiano La Repubblica il giorno dopo l’agguato. De Maio non amava parlare delle cosche che in quegli anni imperversavano a Platì e non aveva alcun contatto con esse, almeno così risultava agli inquirenti che avevano chiesto la sua testimonianza dinanzi ai giudici di Locri.

Del resto Domenico De Maio era semplicemente il sindaco di questo paese disgraziato, tra i più poveri dello stivale, colpito da una distruttiva alluvione nel 1951. Un paese che ha visto negli anni emigrare migliaia di suoi figli, passando da oltre seimila abitanti del primo dopoguerra ai poco più di tremila attuali. Un paese poverissimo, dove il lavoro prevalente è quello di bracciante agricolo, eppure capace di esprimere menti criminali in grado di fatturare milioni di euro con il traffico di droga. Un paese in alcune circostanze troppo in fretta criminalizzato: come nel caso dell’inchiesta “Marine” del 2003, che portò in carcere con l’accusa di associazione mafiosa oltre cento platiesi. Il piccolo borgo ai piedi dell’Aspromonte è un paese dove i cognomi sono quattro o cinque in tutto e dove è complicato (e pericoloso) districarsi tra parentele e affinità tra persone “a posto” e criminali di mestiere. L’inchiesta “Marine”, conclusasi con otto condanne su 125 imputati, svelò queste ambiguità ma anche il pericolo di facili equazioni.

Che cosa avrebbe dovuto dire dunque Domenico De Maio nella primavera del 1985 di fronte ai giudici che indagavano sui boss locali? In quegli anni la cosca di ‘Ndrangheta di Platì stava per spiccare il salto di qualità, passando dall’accumulazione primaria con i sequestri di persona al riciclaggio ed al traffico di eroina e cocaina, certificati da decine di processi arrivati al terzo grado di giudizio. Forse De Maio in pubblico minimizzava l’esistenza e la predominanza delle cosche sul territorio platiese, ma in privato stava aiutando i magistrati di Locri ad incastrare i capi cosca?

L’omicidio

Dopo 32 anni ancora nessuna verità giudiziaria è emersa dalle lunghe indagini. Nemmeno da quelle recenti che pure hanno potuto finalmente fare luce su altri episodi delittuosi avvenuti nella Locride, come l’omicidio del brigadiere dei Carabinieri Antonio Marino, avvenuto nel 1990 a Bovalino, per il quale dopo oltre venticinque anni sono stati condannati proprio due boss di ‘Ndrangheta platiesi. Di Domenico De Maio parla solo il ricordo della figlia, Antonella, all’epoca solo un’adolescente. Lei ricorda bene ancora quel 27 marzo, la Fiat “125” rossa che affiancò l’auto del padre, gli spari, la corsa per sfuggire ai sicari.
De Maio era figlio di una famiglia povera. Prima di diventare sindaco era stato in passato direttore del locale ufficio delle imposte dirette, quindi si era diplomato ragioniere ed era passato a Locri. Era da molti anni in politica, prima di diventare sindaco per la lista della Democrazia Cristiana, nel 1978. Fino ad allora il comune era guidato da un’amministrazione comunista e da Francesco Catanzariti, unico deputato nella storia di Platì. La campagna elettorale fu accesa e si registrarono anche episodi di intimidazione, con alcuni spari contro la locale sezione del Pci. Ma De Maio al secondo mandato fu rieletto in un clima di relativa tranquillità.

Le indagini

Nella primavera del 1985, però, si stavano aprendo alcuni grandi appalti per la messa in sicurezza delle strade nell’area di Platì, sempre dissestate e a rischio alluvione da quel tragico 1951. Milioni di lire dell’Anas che facevano gola ad un territorio assetato di lavoro e che iniziavano a muovere interessi criminali, poi emersi chiaramente nei decenni successivi con le inchieste sul potenziamento della Statale 106 Jonica.
Domenico De Maio aveva forse tentato di resistere a pressioni di ambienti di ‘Ndrangheta, interessati a lucrare su quei grandi appalti? Nessuna verità giudiziaria è mai emersa su questa ipotesi, né altre piste hanno portato a risultati. Come quella legata ad una condanna in primo grado per falsa testimonianza, rimediata anni prima da De Maio che poi fu assolto con formula ampia e piena in appello, nell’ambito di un’indagine per una lite in seguito ad un incidente stradale, finita con un omicidio.
Trentadue anni senza una verità giudiziaria sulla morte di Domenico De Maio sono una macchia per la storia di questo paese, spesso criminalizzato per le sinistre ombre che emergono dal suo passato, ma che non per questo merita di essere ricordato solo per i suoi morti ammazzati.

Foto: Da Bozzz (Own work) [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], via Wikimedia Commons e ilpaese.info

Written by Andrea Monaci

47 anni, fondatore e direttore editoriale di Urbanpost.it Ha iniziato la sua carriera con la cronaca locale, ma negli ultimi 20 anni si è occupato principalmente di lavoro, criminalità organizzata e politica. Ha scritto, tra gli altri, per il "Secolo XIX" e "Lavoro e Carriere". Quando non lavora le sue passioni sono la musica rock, i cani, le vecchie auto e la buona cucina.

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