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Umberto Eco, l’ultima profezia: “Non sperate di liberarvi dei libri”

Nel vedere un video apparso in rete in cui Umberto Eco passeggia tra gli scaffali della sua biblioteca, la memoria è andata a quella dichiarazione d’amore per la parola scritta che è “Non sperate di liberarvi dei libri” (Bompiani, 2009), conversazione a due tra il professore e Jean Claude Carrière, sceneggiatore e scrittore francese, celebre, tra l’altro, per aver collaborato con Buñuel, Bertolucci e Ferreri. Il professore, si sa, non ha perso mai occasione per rimarcare l’importanza del libro e di come questo costituisca una sorta di perfezione insuperabile raggiunta attraverso l’immaginazione umana.

Il libro, combinazione di parole, genera la biblioteca, vera cattedrale aperta, oggetto di mille speculazioni seppur sfuggente a qualsiasi catalogazione. Un labirinto, per dirla con Borges, che dà l’immagine dell’imperfezione della conoscenza o della vertiginosa curiosità umana perduta in mezzo alla cultura universale. Eco, però, come Don Chisciotte – che decide di lasciare il luogo delle sue letture per potersi perdere nel mondo e riprodurre le storie che l’avevano persuaso ad affrontare la vita con i suoi amori e le sue angherie, come proprio lo stesso semiologo ha ricordato -, dalla sua biblioteca è uscito e ha suggerito al mondo di compiere un atto di fede nei confronti del valore della narrazione e del suo riflesso, quello di leggere.

Ad ogni lettura, infatti, ogni scritto si rinnova, realizzandosi nell’abbraccio con altri testi in una proposta molteplice data dall’intersezione di mondi anche molto diversi. Un’ idea di conoscenza sfaccettata e reticolare, aperta e fluida, fonte di continue associazioni. Pluralità che sconfessa qualsiasi verità prestabilita. Ciascun lettore, in definitiva, se guidato dalla propria passione sulla strada che idealmente va da Babele a La Mancha, non potrà mai dirsi solo, perché molti incontri lo attendono lungo il cammino.

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