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Viaggio a Padova [REPORTAGE]

Il nostro viaggio a Padova inizia dalle tradizioni, non avrebbe potuto essere diversamente. Sacra e profana, dotta e goliardica, raffinata eppur godereccia: il fascino di Padova oscilla tra questa perenne dicotomia, di cui le tradizioni e gli eventi della città sono la prova tangibile. Che dite, venite con noi a scoprire la città?

Benvenuti a Padova, tra detti, tradizioni e goliardia

Sant’Antonio – “Santo” per eccellenza – è il patrono della città, di cui la Basilica omonima rappresenta la celebrazione terrena più spettacolare. L’appuntamento per assistere alla grande festa è il 13 giugno, quando l’esposizione della reliquia (la lingua del santo) è accompagnata da una lunga processione, a cui si uniscono, oltre a migliaia di fedeli, le confraternite e le antiche “fraglie” che rappresentano le corporazioni artigiane: dai macellai ai “cappati” (preti), fino ad arrivare ai cavalieri di Malta, tutti rigorosamente avvolti negli antichi costumi.

L’Università, orgogliosa e libera, è l’altro grande polo attrattivo dei padovani, non a caso ricordati come “gran dotori” in una celebre filastrocca che affonda le proprie origini al tempo delle lotte tra Comuni. Ancora oggi il mondo universitario è sinonimo di rituali memorabili: dal “papiro”, rotolo di carta che ritrae in modo irriverente e umoristico fatti (e misfatti) del laureato, sottolineandone le prodezze sessuali, fino alla passeggiata – letterale e non metaforica – in mutande, apice del pubblico ludibrio nonché richiamo alla modestia.

Chissà perché, ma il tema delle “braghe” torna a segnare un altro aneddoto della storia padovana. Sotto il portico che collega piazza delle Frutta a piazza delle Erbe, c’era un tempo la cosiddetta “pietra del vituperio”, strumento di umiliazione sul quale gli indebitati dovevano ammettere pubblicamente la bancarotta: dopo essersi spogliati, i malcapitati erano costretti a battere violentemente le natiche sulla pietra per ben tre volte, toccandole con un paio di braghe di tela leggera, da cui deriva, appunto il detto “restare in braghe de tea”. Curiosi di vedere la pietra tristemente nota? Recatevi nel Salone del Palazzo della Ragione, dove è tuttora conservata.

Proseguete l’itinerario dirigendovi a Sud di Piazza delle Erbe e addentratevi nel dedalo di vie anguste che costituisce il suggestivo Ghetto ebraico, di cui si possono apprezzare ancora le botteghe artigiane e le pregevoli facciate dei palazzi. Anche questo luogo della città è curiosamente legato a un modo di dire, che affonda le radici nella pratica del mondo studentesco di rivolgersi ai “banchi” del Ghetto per ottenere prestiti e pegni: gli studenti senza denaro vendevano il proprio mantello ricevendo in cambio una carta bollata, detta “bolletta”, da cui deriva la colorita espressione “restare in bolletta”.

viaggio a Padova Urbanpost

Immaginiamo che dopo questo itinerario abbiate bisogno di una pausa. Quale posto migliore se non il Caffè Pedrocchi, famoso per essere il “Caffè senza porte”? Stendhal stesso ne aveva elogiato il “ristoratore” come il “migliore d’Italia”. Entrateci in punta di piedi e assaporate l’atmosfera senza tempo di questo locale storico, un tempo animato dalle conversazioni concitate di accademici, intellettuali e politici. Ma non varcate la soglia se non siete stati ancora incoronati d’alloro: la superstizione vuole che una volta entrati non riusciate più a conseguire il titolo, forse perché nel lontano 1848 proprio all’interno del caffè venne ferito uno studente universitario, scintilla che diede il via ai moti risorgimentali all’interno della città.

Tra i nomi illustri della letteratura che hanno amato la città patavina non possiamo fare a meno di citare William Shakespeare, che proprio a Padova ha ambientato la sua Bisbetica domata, e di cui ancora oggi una fiera targa posta in Piazza Capitaniato all’angolo con via dell’Accademia ne celebra il ricordo: “For the great desire I had to see / fair Padua, nursery of arts, I am arrived…/ and am to Padua come, as he that leaves / a shallow plash to plunge in the deep, and /with satiety seeks to quench his thirst” (“Per il grande desiderio che avevo di vedere / la bella Padova, culla delle arti sono arrivato… / ed a Padova sono venuto, come chi lascia / uno stagno per tuffarsi nel mare, ed / a sazietà cerca di placare la sua sete”.)

Concludiamo con l’augurio più bello che possiate ricevere da un padovano: di innamorarvi della vita e magari della città come un “pitto”. Ovvero come un tacchino, letteralmente cotto e… mangiato.

Dieci scorci imperdibili a Padova

Sono dieci, come il numero che solletica la sensibilità del viaggiatore ad evolversi, i dettagli che, immergendosi tra le vie di Padova, non possono essere persi. Questi scorci vanno respirati con tutti i sensi, donano incanto per la vista, invitano alla morbidezza del tatto ed emanano un profumo di meraviglia per l’olfatto, quella stessa magia aurea che necessitano i piedi in cammino.

1 – Passo dopo passo si arriva a Prato della Valle, la piazza più grande di Padova, tra aceri ricci e statue, 88, che racchiudono attimi di storia urbana ancora parlanti nel presente.

2 – Camminando per la Riviera Paleocapa ci si nutre di attenzione, tra ruderi e vegetazione, imbattendosi tra le case dell’area Saracinesca fino alla piazza Accademia Delia.

3 – Davanti al Palazzo della Specola ci si sente piccoli, piccoli davvero, e curiosi nei confronti di due mondi: il primo, passato, legato agli anni delle torture ai prigionieri da parte del tiranno Ezzelino III da Romano, il secondo, presente, intrecciato con l’Osservatorio astronomico. Dall’alto della torre anche J.W. Goethe ammirò lo splendido panorama.

4 – Proseguendo tra strade e torri si giunge al Ponte delle Torricelle, di cui Giovanni Valdetaro, grammatico trecentista, scrisse: “O Padovani, se volete essere sicuri del nemico di fuori, la pace vi leghi al di dentro, col muro dell’amore. Invano si cerca l’ombra sotto le fronde di un albero, se un acuto morbo ci rode internamente le viscere”.

5 – Se avete voglia di un’atmosfera che echeggi il brulichio di mercatini, tra vintage e artigianato, non potete perdere Piazzetta Capitaniato, in primavera e in estate si arricchisce anche di decorazioni floreali.

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6 – Camminando per via Giotto, all’angolo col ponte di Corso del Popolo, aprite bene gli occhi, perché potete imbattervi nel Monumento alle Torri Gemelle, un’opera d’arte architettonica contemporanea decostruttivista di Daniel Libeskind, creata come omaggio a New York.

7 – Porta Portello, detta anche Porta Ognissanti, vi aspetta per fare una pausa, sostando seduti sulle mura ad osservare l’orizzonte.

8 – Dopo il “Pancia mia fatti capanna” ed essersi dissetati d’arte, arriva il momento della musica, e quale occasione migliore di ascoltarla live in una golena tra rocce e verde? Ci pensa la Golena San Massimo, brividi suggestivi in una Padova che ha molto da donare.

9 – E perché non passeggiare sopra al fiume Bacchiglione attraversandone il Tronco Maestro? Ponte Molino, romano, ancora in servizio, si narra che dalla sua Torre Galileo vide i quattro satelliti di Giove, spaziale.

10 – Per degustare la cucina tipica padovana, immergendosi in un luogo che esalti i racconti del palato in maniera gentile, la Riviera Tiso da Camposampiero è la zona adatta.

La Padova di Donatello

Non troverete nelle prossime righe una serie fitta di tappe obbligate in termini di fruizione artistica della città di Padova, nonostante sia ricchissima in tal senso. Non ci interessa fornire l’ennesima guida che generi angoscia e senso di colpa nel turista che si sente chiamato a sobbarcarsi una via crucis di musei, chiese, siti e skyline cittadini. La nostra proposta di viaggio, esattamente come l’idea di viaggio che UrbanViaggi predilige, è quella di raccontare le storie di personalità artistiche che hanno profonde radici nella città; un momento di creazione speciale dove tutte le cause esterne e l’atmosfera circostante hanno contribuito al processo di creazione.

Ci interessa l’arte figlia dell’influenza padovana e tutte le storie rimaste in qualche maniera a vagare fra le sue mura. Per questo motivo Padova è Donatello. Ma come, Donatello non era uno dei tre maestri del Rinascimento fiorentino? Sì, tutto vero, ma Padova ha fatto la sua parte, forse la parte di maggior contrasto nella vita del genio in questione. Donatello nasce a Firenze e si forma proprio nel momento in cui la città fiorentina diviene culla del Rinascimento assurgendo, insieme all’amico Brunelleschi e allo sfortunato quanto talentuoso Masaccio, allo status di uno dei componenti della santissima trinità artistica di cui sopra che traghettò l’arte fuori dalla piatta bidimensionalità del Medioevo. Donatello mi piace e spero piacerà anche a voi, dopo questo excursus, perché era un cane sciolto. Abbraccia le lezione dei classici, di cui si nutre durante i suoi viaggi a Roma con Brunelleschi: a proposito di questi viaggi, pare che i due fossero talmente assorti nel rintracciare antichi particolari architettonici nei pressi dei Fori Imperiali da aver generato una serie di leggende metropolitane in merito alla loro sanità mentale. Donatello osserva i grandi del passato, ne trae spunto ma non lezione.

Insomma Donatello conosce le regole, tutte, ma gioca a modo suo. Ha creato una parabola artistica talmente composita, di rottura, a tratti isterica e contraddittoria tanto che, a differenza dei suoi contemporanei, i suoi allievi non sono stati capaci di imitarne lo stile, proprio perché inafferrabile. Forse questa è la grandezza? Lasciare un solco, tracciare la direzione senza imporre un’unica strada. Di certo Padova ha colto.
Donatello è stato spesso coraggioso: memorabile e divertente lo scontro tra lui e Brunelleschi nella creazione di una crocifissione scultorea. Immagine crocefisso Brunelleschi Quest’opera è attribuita a Brunelleschi, riconosciamo un Cristo efebico, magro, di elegante e affilata corporatura. Una sorta di Lord bianco messo in croce, nemmeno troppo sanguinante o affaticato dalla situazione. E’ un Gesù Dio.

Immagine crocefisso donatello Questo, invece, è il Cristo in croce di Donatello. Grosso, con una cassa toracica importante e gonfiata per sostenere l’innaturale postura di una crocifissione. Ha una barba da artigiano, non da principe, e una fisicità scolpita con una muscolatura rilevante. Insomma, ci ricorda che Gesù faceva il falegname, un lavoro di fatica. E non poteva avere neppure la pelle diafana bensì bruciata dal sole della Palestina. Vistosa la biblica ferita al costato, interessante questa proposta dell’artista di farla sanguinare laddove secondo le Scritture da quel costato è uscita acqua. Perché? Perché si tratta di un Gesù Uomo.

Si parla di Donatello e tutti pensano al David, perché ve ne dovrei parlare? Io vi voglio parlare della Maddalena. Opera lignea e capolavoro della capacità introspettiva dell’artista, che attinge dalle proporzioni degli antichi ma si ricorda di infilare anima, dolore e fuoco alle opere. Realizzata sul finire della sua lunga esistenza si tratta di una statua di legno dai tratti orrorifici. Nulla resta della bella e candida immagine archetipica della prostituta convertita; qui si racconta un corpo al tramonto dopo anni di peregrinazioni, digiuni e disprezzo terreno. Il percorso post-conversione dopo la morte di Gesù, capelli lunghissimi e stopposi che coprono un corpo nodoso e spigoloso – sublime in tal senso la scelta del legno – che provoca quasi spavento. E’ il Donatello prossimo alla morte che rifiuta ideali di bellezza rassicurante nel liscio e immortale marmo a favore del cagionevole legno. Quanto dolore e quanta paura in quest’opera eccezionale.

Stiamo dunque imparando che Donatello era uno pratico e che, quando poteva, non amava raccontare fandonie. Un pochino gli è toccato farlo proprio a Padova, quando ha dovuto occuparsi della statua equestre del Gattamelata. Qui, l’artista, ha dovuto obbedire al volere delle committenza – tradotto volgarmente doveva pur mangiare anche lui – e quindi ha restituito un’immagine idealizzata del famoso condottiero. L’opera si trova proprio davanti la chiesa del Santo e vale una visita, garantito.

Ed eccoci, appunto, a parlare di quel decennio del Quattrocento che Donatello spende nella cittadina veneta. Padova non poteva certo competere con il primato culturale fiorentino, tant’è che Donatello, con la tipica spocchia di chi stava riscrivendo la storia dell’arte, era solito definire i padovani “Queste rane”. In realtà Padova prende Donatello in contropiede, nonostante il suo status provinciale, poteva vantare già allora una realtà universitaria di primo livello che permise di accogliere la lezione e le innovazioni del grande maestro e farne tesoro. Insomma, la piccola e operosa Padova, contro la grande Firenze, vincerà la sfida sulla lunga distanza perché saprà crescere e rinnovarsi al posto che abbandonarsi per secoli all’autocompiacimento di chi sente di aver già vinto tutto.
Una cosa molto bella, che forse non tutti sanno degli artisti rinascimentali, risiede nel concetto di artigianato con il quale erano chiamati ad andare a braccetto. Gli artisti rinascimentali andavano a bottega ed erano polivalenti perché, durante il praticantato sotto un maestro già noto, facevano di tutto: coloristi, scultori, marmisti, levigatori, chimici, falegnami, piastrellisti. Dei veri e propri tuttofare. Non è un caso che sia Donatello che Brunelleschi, noti a tutti per essere rispettivamente scultore e architetto, erano dei raffinati e abili orefici. Erano artigiani. Artigiani di altissimo livello. Ed è proprio a Padova che la lezione di alta oreficeria di Donatello viene appresa e diffusa.

Padova, in questi mesi, dedica un percorso focalizzato su Donatello e sulla profonda influenza che ha avuto il suo seme sugli artisti e artigiani della zona. Si tratta di un esperimento intelligente che approccia in maniera sensibile il genio poliedrico di Donatello che ha giganteggiato a tutto tondo in varie discipline artistiche: prime fra tutte scultura e oreficeria. Per questo motivo non avrebbe senso e non sarebbe possibile racchiudere sotto un medesimo denominatore l’opera donatelliana, ecco quindi 4 percorsi differenti che ne testimoniano la lezione e l’influsso sul territorio padovano. Una due giorni a Padova non può quindi prescindere dalla visita di almeno una di queste mostre ben organizzate che UrbanViaggi ha visitato per voi: “Il Donatello svelato” al Museo Diocesano, “Donatello e la sua lezione” ai Musei Civici agli Emeritani, “Donatello al Santo” ai Musei Antoniani e la declinazione più moderna sarà “Omaggio a Donatello” all’Oratorio San Rocco.

Dove dormire a Padova

Ogni città ha almeno due volti. Padova non fa eccezione e se pensando al capoluogo veneto vengono immediatamente in mente l’Università e il Santo, non è su attrazioni così mainstream che si concentrerà il nostro itinerario patavino.
La prima Padova che incontriamo è quella ricca. Il Veneto è una delle locomotive, forse la più silenziosa, del Pil italiano e la provincia patavina non fa eccezione. Un hinterland di piccole imprese trova nel capoluogo la propria vetrina e conseguenza. Una complesso fieristico nuovo, brutto come buona parte dell’architettura moderna ma non così tanto da perdere la sua imponente efficacia è l’hub commerciale della città. Sarebbe però riduttivo credere che chi è a Padova per affari voglia limitarsi alle strutture alberghiere circostanti alla fiera, che con lei condividono il gusto architettonico a penzoloni tra il contemporaneo e il brutto.

le camp padova 1

C’è infatti chi desidera coniugare il viaggio d’affari ad un’esperienza davvero cittadina. Questa categoria di persone, spesso di origine straniera, trova la sua meta ideale in via Anghinoni, una viuzza che come un rivolo scivola a lato delle rotaie del tram diretto in Riviera Ponti Romani, pieno centro cittadino. Qui si trova Le Camp, un resort che il passante non si aspetta di trovare all’interno di un edificio austero come Palazzo Marzari.
In effetti la logica di questo hotel che è anche spa e proprio quella di essere un momento di stacco tra la quotidianità dei suoi ospiti e il benessere che Le Camp promette. Una promessa mantenuta. La chiave di volta per apprezzare davvero il resort è l’attenzione all’individualità di chi vi soggiorna. Poche camere, curatissime fin nel dettaglio. Una spa che è quasi una grotta nel suo far sentire l’ospite solo con il proprio relax. E poi i massaggi.
Per comprendere i massaggi di Le Camp bisogna parlarne con chi li fa. Noi abbiamo potuto farlo e la prima cosa che salta all’orecchio e la passione che il personale mette in un lavoro che viene percepito più come un’arte che come una professione. Gli esperti di Le Camp si vantano, e fanno bene, di non “massaggiare in serieW i propri ospiti, ma di preferire la qualità alla quantità. Pochi massaggi, ma curati. Attenzione all’esperienza che vive l’ospite, personalizzazione nella scelta degli oli e del trattamento, intelligenza nel presentare il massaggio come un processo che vuole migliorare tutta la giornata di chi ne è partecipe, non solo i 20 minuti sul lettino.

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Ovviamente Le Camp ha anche tutto ciò che ci si aspetta da una spa: percorso benessere, sauna, area fitness. Ma i suoi ospiti non sono lì per gli accessori, quanto per la logica con cui vengono accolti. Perfettamente in linea con lo stile del Resort è la colazione al Caffè Pedrocchi, il caratteristico locale del centro cittadino che sta all’eleganza come il Santo sta alla religiosità. Le Camp è insomma un ponte verso una Padova di classe che incrocia solo marginalmente i percorsi più turistici. Una Padova che si riconosce più nelle vetrine e nelle atmosfere di Via San Fermo che in Prato della Valle, più nei bar di Piazza dei Signori che in quella, ormai tristemente vuote, delle Erbe. Proprio per questo suo riconoscersi in uno stile “alto” Le Camp non è solo una meta per turisti o persone in viaggio d’affari, ma anche un piccolo rifugio per chi non abita troppo distante da Padova e arriva in città per un giro dei negozi del centro e un pomeriggio di relax.

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Tutt’altra prospettiva quella dello Scrovegni Room & Breakfast, una struttura che prende il concetto di bed & breakfast, lo spreme fino a trarne il meglio e lo esalta fino a farlo diventare qualcosa di più.
Partiamo dalla posizione: via Porciglia, immediatamente dietro la Cappella degli Scrovegni e la Chiesa degli Eremitani. Ovvero in pieno centro storico, ma rannicchiata in una stradina che le permette di godere di uno dei tanti giardini interni che Padova lascia scorgere, inaspettatamente verdeggianti, dietro molti dei suoi portoni.
E poi la casa, che è un vero gioiello. Si tratta di un edificio storico ristrutturato con una cura rara nel settore dell’ospitalità. I soffitti affrescati (non da Giotto, come spesso le due proprietarie si trovano a spiegare a qualche turista disattento) sono il richiamo al passato dell’edificio, gli arredi nuovissimi il ritorno al presente. Le stampe appese ai muri delle scale – opera di un intelligente e ricercato lavoro svolto insieme ad una tipografia locale – rimandano alla Padova storica, la cucina luminosa alla contemporaneità. È insomma un ping-pong tra antico e moderno che però nell’insieme risulta armonico, curato e avvolgente.

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La carta in più del bed & breakfast però sono le due proprietarie. Due sorelle che hanno intrapreso questa avventura come un viaggio. Paradossalmente proprio loro che ospitano i viaggiatori si percepiscono come in costante movimento. Il bed & breakfast ha aperto da poco più di un anno e si coglie nei loro racconti l’impegno e la passione che hanno riversato in questo percorso. La scelta degli arredi, degli stili delle camere, del taglio che hanno voluto dare alla loro struttura è stato un processo minuzioso e, a giudicare dai due caratteri ben diversi delle due donne, impegnativo.
Il risultato è il piccolo gioiello appena descritto. Una struttura in cui le proprietarie amano organizzare degli aperitivi per far conoscere gli ospiti tra loro, ma anche – e questa è la cosa davvero bella – conoscerli a loro volta. C’è insomma un interesse genuino nei confronti dell’ospite che credo renda la permanenza allo Scrovegni Room & Breakfast un viaggio nel viaggio.

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Ovviamente cambia, rispetto al Resort Le Camp, il target a cui è rivolta l’offerta. E quindi anche la Padova che si può incontrare. Se Le Camp è una vetrina sulla parte più sfavillante della città, lo Scrovegni Room & Breakfast è più un punto di appoggio per chi, italiano o straniero che sia, fa perno su Padova per viaggiare in Veneto.
Un’ottima scelta per molti motivi. Il primo è che il capoluogo patavino è in una posizione comoda per visitare sia Venezia (30 minuti in treno) che la poco più distante Verona. Inoltre le proprietarie sono due padovane con una vera passione per la propria città. Nel poco tempo in cui abbiamo potuto parlare insieme sono piovuti aneddoti interessanti, inconsueti da cui si è percepita quasi una fascinazione per Padova.
Le due Padova del Resort Le Camp e dello Scrovegni Room & Breakfast sono davvero diverse, dicevamo.
La prima farà innamorare chi cerca in una città elementi classici e eleganti. Sicuramente le già citate vetrine di via San Fermo, la colazione al Pedrocchi e una passeggiata nella piccola ma caratteristica zona del Ghetto stupiranno questo visitatore. La spa del Resort Le Camp sarà poi la logica conseguenza di una giornata in cui lo shopping e il curato centro storico patavino hanno stancato le gambe del visitatore.
Chi invece sceglie lo Scrovegni Room & Breakfast avrà in cambio la tipicità padovana. Zone incantate e fuori mano come la Specola, luoghi poco noti e per questo ancora più belli come il monumento naturalistico dell’Orto Botanico o una passeggiata nel “parco meno parco” che ci sia di Prato della Valle diventano ancora più unici quando la propria guida è il sapiente consiglio di chi ha fatto della passione per la propria città un mestiere.

10 bellezze artistiche a Padova

Per tutto il Veneto echeggia un mantra: “Veneziani gran signori, padovani gran dotori, visentini magna gati, veronesi tuti mati, trevisani pan e tripe, rovigoti baco e pipe...”, ai padovani, come si evince, è spettata la nomea di dottori, intesi proprio come esperti, cultori della materia, ma per far crescere questa qualità, che ci abbia messo lo zampino l’Arte? Proviamo a rispondere con un parallelismo volteggiante, se il Palazzo Bo, sede dell’Università degli Studi di Padova, è indubbiamente da considerare come una delle bellezze artistiche della città, e ha parti antiche che risalgono al Duecento, tra le sue mura di dottori ne ha visti passare tanti, ma tra i mosaici e gli affreschi di Achille Funi, Ferruccio Ferrazzi, Filippo De Pisis, Gino Severini, e la mano incorniciante di Gio Ponti, sarebbe stato anche difficile non ricevere gli influssi magici per portare a termine gli studi. I padovani dottori, con l’arte, fanno gioco di squadra. Proseguiamo questo itinerario d’arte saggia e scopriamo quali sono tutte le bellezze della città.

1 – La Pontificia Basilica di Sant’Antonio di Padova, detta anche la Basilica del Santo, accoglie il viaggiatore con la sua immensità, e già dal suo ingresso pervade l’atmosfera di spiritualità: la riflessione interiore e la ricerca del cosiddetto ‘passo successivo’, arrivano di pancia anche ai più fuggitivi. Nella nicchia centrale della cappella delle Reliquie o del Tesoro, si può ammirare la lingua di sant’Antonio, ammirare non soltanto nella sua concezione religiosa, ma anche come vera e propria, piccola ed enorme, opera d’arte.

2 – Restando carichi nel vortice dell’anima, si passa alla cappella degli Scrovegni. Qui Giotto è stato molto generoso e ha metaforicamente quadruplicato quel suo cerchio perfetto; tra Virtù e Vizi, le Storie di Cristo e le Storie di Gioacchino e di Maria, alzare lo sguardo volgendo il naso all’insù è come uscire ‘a riveder le stelle’, nella dimensione degli affreschi, e la cometa di Halley non manca.

3 – Ancora sacralità con la chiesa degli Eremitani, dove Andrea Mantegna diede inizio ai suoi primi lavori, tra archi e pietra, dona quella sosta di pace per riposarsi e tornare nuovi.

4 – E arriva anche la chiesa di Santa Giustina, è impensabile non notarla mentre si cammina per Prato della Valle, i suoi grifi nella facciata, statuari, accolgono all’ingresso, e quando si entra ci si ritrova in un mix di architettura romanico-gotica e pittura rinascimentale con le opere del Veronese.

5 – Nel Cinquecento i padovani avevano sete di Teatro, allora Alvise Cornaro fece edificare un complesso architettonico dove poter seguire in santa pace gli spettacoli: Loggia e Odeo Cornaro, da non perdere, anche per le sue statue all’entrata.

6 – Restando all’aperto, bisogna divorare Piazza delle Erbe, chiamata anche Piazza delle Biade o Piazza del Vino, qui si respira la città di Padova nei suoi colori, c’è lo spazio per la frutta, quello per i fiori, ci sono profumi che si incrociano, ed è così bello lasciarli incrociare e incontrarli. La sua grandezza artistica la fa ogni centimetro.

7 – Arriva il momento di ricaricare le energie appagando il palato e si va al Caffè Pedrocchi a sorseggiare il caffè macchiato alla menta e a degustare lo Zabaione. Qui l’arte del gusto e della vista fanno l’amore, e le effusioni non vanno mai disturbate.

8- Pronti a camminare ancora un po’? Ci si addentra nel Palazzo della Ragione, dove un tempo si svolgevano i tribunali cittadini, e si ammira l’edificio considerato come rivoluzionario nel Medioevo per la sua struttura, sembra una nave rovesciata.

9 – La Loggia dei Carraresi va assaporata per il suo tratto di guerriera sopravvissuta, è l’unica parte ancora in piedi della Reggia Carrarese, e guardarla da via Accademia non può che farle onore.

10 – Ultimiamo il percorso da dove tutto è cominciato, il Bo, la sua Aula Magna, dove insegnava anche Galileo Galilei, e il Teatro Anatomico, vanno incrociati, e forse, anche quei padovani dottori…

Giotto a Padova

Che senso ha andare a vedere una mostra d’arte senza conoscere l’artista – intendo la vera anima e natura dell’artista – oppure senza considerare le peculiarità del periodo storico in cui è inscritto? I drammi collettivi di una nazione, lo spaesamento del singolo, l’alienazione figlia degli smottamenti sono materia prima di ogni opera d’arte degna di chiamarsi tale. Per questo motivo, prima di guidarvi nella Cappella degli Scrovegni di Giotto, vorremmo mettere il lettore nella condizione di gustarne appieno la magnificente unicità. Iniziamo proprio parlando di Giotto. Perché la parabola di Giotto è considerata all’unanimità tanto luminosa e di impareggiabile genialità? Facciamo un esperimento: provate a fare mente locale su quali siano i nomi che ricorrono con maggiore frequenza quando le persone dichiarano i propri artisti preferiti.

C’è chi sceglie la bellezza possente dell’opera di Michelangelo, chi resta incantato dalle deliziose confezioni di Klimt, chi è perennemente sedotto dalla pennellata impressionista; quotatissimo il sempreverde (o meglio giallo) Van Gogh, ipnotico e prediletto fra gli astrattisti, invece, fa sempre il pieno di consensi Kandinskij. Siamo onesti, quante volte le persone annoverano Giotto fra i propri artisti preferiti? Quasi mai. Perché? Perché l’occhio fa il suo onesto lavoro e indugia su ciò che percepisce come bello, piacevole, soddisfacente. Giotto è stato sbalorditivo e bellissimo alla vista per i suoi contemporanei post-medievali; su Giotto si è fondato l’intero Rinascimento e senza Giotto non è detto che la parabola della grande arte italiana si sarebbe sviluppata con tanta grandiosità. Tutti i grandi artisti rinascimentali non hanno fatto altro che perfezionare ciò che Giotto aveva inventato, o meglio, ciò che Giotto aveva capito. Per questo le opere michelangiolesche rapiscono lo spettatore – informato o disinformato – in maniera ben più forte rispetto all’impatto che Giotto produce. La chiave di lettura corretta, però, è riassumibile nel concetto che Michelangelo è Michelangelo grazie a Giotto mentre Giotto è Giotto grazie a Giotto ( con buona pace di Cimabue).
Credette Cimabue nella pittura tener lo campo; ed ora ha Giotto il grido sa che la fama di colui oscura.

Il gusto pittorico, anzi artistico, medievale è intriso di quelle influenze bizantine che hanno fatto radici nel territorio italico sin dallo spostamento della capitale dell’Impero Romano d’Oriente presso l’attuale Istanbul, antica Bisanzio e rinominata per tempo immemore Costantinopoli. La cultura cristiana medievale faceva leva sul potere della rappresentazione in virtù del banalissimo dato di fatto che la maggioranza delle persone non sapesse leggere e la modalità più potente per trasmettere e colpire i fedeli passava dall’immagine. Immagini statiche, piatte, bidimensionali: codici rappresentativi fissati in secoli di indottrinamento finalizzato a incutere timore verso il divino, condannare ogni velleità di conoscenza e instillare nell’uomo il senso di giustizia e accettazione di un destino di stenti. Più soffrirai su questa terra, più gioie ti aspettano oltre la morte. Così la pittura si rende strumento: la vacuità degli sguardi dei soggetti, la ieraticità dei volti, la totale piattezza e bidimensionalità delle composizioni, i significati allegorici dei colori altro non sono che una lunga appendice della brama di oscurantismo che regnò nel Medioevo.
I grandi artisti sono tali perché superano i confini conosciuti e tracciano nuove e inaspettate traiettorie possibili. Come? Filtrando la realtà circostante, traducendola nel momento stesso in cui, forse, ancora nessuno ha colto lo smottamento in atto. Il Trecento è un secolo di transizione, avviene il passaggio dal Medioevo al Rinascimento; passaggio aiutato dal seme dell’Umanesimo. Sono uomini, singoli e geniali, a segnare questo guado. Fra loro spicca Giotto. E la sua importanza, in un periodo storico in cui l’immagine è il medium che parla una lingua democratica e universale, sarà gigantesca.

Giotto supera i rigidi canoni rappresentativi medievali introducendo la novità sulla quale si baserà il successo di tutti gli artisti rinascimentali: la prospettiva. Intuisce la possibilità di conferire profondità ad un opera bidimensionale: ecco comparire nei suoi sfondi apparati architettonici che suggeriscono una profondità di campo fino a quel momento aliena. E’ una rivoluzione senza precedenti che scardina millenni di piattezza: in un solo uomo la percezione artistica e la rappresentazione pittorica cambiano natura per sempre. Brunelleschi, un secolo dopo, raccoglierà queste geniali intuizioni e le sistematizzerà nel concetto definitivo, matematico e ordinato di prospettiva; ma il guizzo, la “visione”, l’ispirazione furono di Giotto.

La seconda rivoluzione, altrettanto importante, di cui Giotto si fa capitano è la facoltà di infondere soffio vitale alle proprie creature. I volti inespressivi e dai lineamenti seriali lasciano lo spazio, sotto le pennellate di Giotto, al tentativo di umanizzare i personaggi nonché alla volontà di restituire l’unicità dell’essere umano sul cui viso si devono leggere i sentimenti che animano e infuocano l’uomo. Di questa tensione naturalistica raccoglierà l’eredità Masaccio.
Infine, particolarmente intrigante per ciò che concerne Giotto è la sua capacità di essere un uomo simbolo del proprio tempo; contestualizzando anche in pittura quell’anima tangibile che la classe borghese, grande astro del Trecento, intendeva perseguire. Giotto stesso fu uno dei pochissimi artisti con il senso per gli affari; seppe mettere a frutto il proprio talento guadagnando ingenti cifre. Noto alle cronache anche per prestiti economici spesso al limite della legalità in termini di interessi e riscossione: proprio quell’onta di possibile usuraio che già pendeva sulla testa di Enrico Scrovegni che lo ingaggiò per ripulire il suo nome mediante l’affresco della Cappella degli Scrovegni. Ed è così che, effettivamente, due anime tutt’altro che pure riscrissero la storia.

Dieci cose da mangiare a Padova

Sono parecchi i piatti tipici e tradizionali a Padova: cominciamo dall’antipasto, portiamo in tavola i “nostrani padovani”, luganega, salame, sopressa, coeghin e il prosciutto veneto berico- euganeo DOP. Lasciamo poi spazio al riso coi fegatini croccanti e ai Bigoi con ragù di corte. I bigoi sono una pasta alimentare, tipo spaghetti freschi, di grosse dimensioni prodotti con uova, farina, acqua e sale. Si impasta e si passa tutto per uno strumento chiamato bigolaro. Questi spaghettoni particolari sono conditi con ragù bianco di anatra,faraona e gallina padovana… Roba da leccarsi i baffi!
Per il secondo piatto mettiamo in risalto la famosa gallina padovana, tipica dal ciuffetto di piume, con la sua carne scuretta, delicata, che viene nutrita con granaglie, mescolate per l’ultimo periodo a latte e miele. Si mangiano anche altri pennuti, la “sorella” gallina Polverara, “l’oca in onto”, il “falso parsuto”, faraona, cappone, anatra, pepoa (galletto nano)… Pure il coniglio in tavola ha un suo perché. Altre leccornie da assaporare assolutamente sono la bresaola di cavallo, il salame di musso, lo spezzatino, sia di cavallo che di asino, la “straécca”, una sottile bistecca di puledro larga e tenerissima, e le costate di cavallo. Terminiamo il viaggio delle specialità gastronomiche con la fugassa padovana, la fregolotta, la smegiassa e i dolci del Santo: la ciambella Pan del Santo, il dolce Santantonio con la marmellata e pasta sfoglia, con la forma di aureola del Santo, gli amarettoni, i merletti Santantonio. I frati dell’omonima basilica usavano offrire ai poveri della città questi dolcetti.

Foto di piazza delle Erbe: Renata Sedmakova / Shutterstock.com

Altre foto: Valeria Panzeri

Nota degli autori: desideriamo ringraziare la Dott.ssa Marilena Varotto e il Comune di Padova per averci aperto le porte di tutti i tesori artistici cittadini allo scopo di diffondere e condividere la ricchezza del patrimonio artistico padovano.

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