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Vittime dell’amianto: ecco cosa si sta facendo in Emilia-Romagna grazie ad AFeVA [INTERVISTA]

Il dramma dell’amianto è un dramma dimenticato: dopo che si sono abbassati i riflettori sul caso Eternit, nessuno (o quasi) è tornato a parlarne, anche se la questione continua a interessare persone e aziende in tutto il territorio italiano. Oggi 28 aprile, in occasione della Giornata Mondiale delle Vittime dell’Amianto, torniamo a riflettere sul tema insieme ad Andrea Caselli, Presidente di AFeVA Emilia-Romagna: ecco cosa ci ha raccontato in un’intervista esclusiva.

Com’è nata AFeVA Emilia-Romagna?
“L’associazione è nata all’incirca un paio di anni fa su sollecitazione dei lavoratori delle Officine Grandi Riparazioni delle ferrovie e degli ex esposti di Reggio Emilia; quest’ultimo è un territorio molto interessato dal dramma dell’amianto, a causa della presenza di diverse aziende che lavoravano in questo settore. Al di là della tutela offerta da patronati e sindacati per il riconoscimento delle malattie professionali, ad un certo punto si è avvertita la necessità di aprire un confronto con le istituzioni e al tempo stesso di offrire un supporto alle persone che erano state esposte all’amianto e a quelle che purtroppo nel frattempo hanno cominciato ad ammalarsi di mesotelioma o di altre malattie asbesto-correlate. Anche a causa dell’elevata incidenza del mesotelioma nella nostra regione, si è avvertita l’esigenza di creare un’associazione che riuscisse a tenere insieme le persone e a fornire un’assistenza “ad hoc”. E così, grazie al contributo della CGIL, è nata AFeVA Emilia-Romagna”.

AFeVA è un’associazione nazionale o regionale?
“Il nome “AFeVA” richiama il Piemonte, dove è nata la prima associazione, attiva ormai da più di 20 anni nelle zone di Casale Monferrato: parliamo di territorio dove il dramma dell’amianto è stato devastante perché operavano grandi fabbriche di eternit. Abbiamo voluto legarci politicamente e idealmente a quella associazione, che è un po’ il punto di riferimento di tutte le nostre attività.”

Quali attività state portando avanti come associazione?
“Nelle varie città dell’Emilia-Romagna stiamo aprendo degli sportelli “amianto” rivolti a tutti coloro che hanno necessità di aiuto o assistenza: sono già attivi a Rubiera, Reggio Emilia, Bologna, Ravenna e Faenza; prossimamente apriremo anche a Rimini e a Ferrara. In questi sportelli riceviamo persone che si ammalano: si tratta di lavoratori che hanno bisogno di essere orientati per sapere quali servizi sono messi a loro disposizione, ma anche di non sentirsi soli di fronte a questo dramma, motivo per cui abbiamo fatto rientrare nel programma anche i colloqui con i familiari. Un altro impegno è quello di tenere alta l’attenzione delle sfere istituzionali: sono due anni che insistiamo con la Regione perché vari un piano regionale, visto che quello nazionale è tuttora bloccato”.

Quali questioni vi aspettate che vengano presto trattate?
“Noi abbiamo diverse proposte sui vari punti che la vertenza amianto solleva, a partire dal sistema delle cure. Il mesotelioma è un tumore raro rispetto all’insieme delle malattie oncologiche: i dati ci parlano di 150 persone all’anno che si ammalano nella nostra regione. I malati si rivolgono agli ospedali, che offrono cure necessarie e certamente all’altezza, anche se purtroppo manca una cura integrata del malato, come ad esempio è avvenuto sperimentalmente nelle zone di Alessandria e Casale Monferrato, dove si sono costituite delle équipe che forniscono un’assistenza globale al paziente. Uno dei nostri obiettivi principali è quello di mettere in rete delle strutture sanitarie intorno all’esigenza del malato di mesotelioma. La seconda questione è quella della sorveglianza sanitaria: ci sono migliaia di persone che anche nella nostra regione vivono con il pensiero di potersi ammalare un giorno perché sono state pesantemente esposte all’amianto nei luoghi di lavori, motivo per cui riteniamo indispensabile creare un rete di ambulatori in tutta la Regione che garantisca questo genere di controllo, come già avviene a Bologna. Crediamo che questa categoria di lavoratori abbia diritto ad accedere agli esami necessari gratuitamente: in fondo di tratta di un piccolissimo e parziale risarcimento sociale dell’indebita esposizione che hanno ricevuto per incuria di tutti, dai titolari delle imprese, dai padroni. Ricordiamoci, poi, che c’è stato un ritardo di almeno vent’anni tra la conoscenza scientifica dei danni che causava l’amianto e le misure politiche e sociali che sono state messe in campo”.

Come si sta facendo prevenzione?
“Prevenzione significa che nessuno deve più incorrere in un’esposizione indebita alle fibre di amianto. Noi pensiamo che la prevenzione primaria sia smantellare tutto l’amianto ancora presente in Emilia-Romagna: stiamo parlando di migliaia di tonnellate di manufatti di cemento-amianto. Qualcosa si sta già facendo, a macchia di leopardo, in qualche comune più sensibile, come il comune di Rubiera, che ha realizzato una mappatura e un piano di bonifica, ovviamente nei limiti che consente la legge. Purtroppo non si tratta di un atteggiamento diffuso né coordinato dalla Regione: ecco perché nel prossimo Piano Regionale Amianto ci deve essere un coordinamento di questa attività e un impulso per rendere più celere e rapida la bonifica del territorio dall’amianto. A questo proposito, mi piace citare una bella esperienza avvenuta in alcune classi del Liceo Laura Bassi di Bologna, dove sono state prodotte delle riflessioni importanti che hanno anche portato alla redazione di un Piano Comunale Amianto. Comincia ad esserci attenzione anche da parte dei giovani.”

Qual è il profilo “medio” delle persona che si rivolge ai vostri sportelli? Da quali aziende proviene, quanti anni ha?
“Allo sportello di Bologna si rivolge una quota importante di lavoratori che proviene dalle Officine Grandi Riparazioni, a cui vanno aggiunti operai dei zuccherifici e delle vetrerie e persone che hanno lavorato come caldaisti all’Acer. A Ravenna molti vengono dal settore petrolchimico e dal porto; a Reggio Emilia ci sono gli ex esposti di Rubiera, ma anche della Cemental, delle Officine reggiane, e da altre piccole imprese. A questi bisogna aggiungere tutti i lavoratori dell’edilizia che non sono stati impiegati in grandi aziende, ma che comunque hanno rischiato l’esposizione, pur non sapendolo. L’età media è sopra i 50 anni, i tempi di latenza della malattia ad esposizione avvenuta sono molto lunghi, si va dai venti ai quarant’anni. In misura minore, si rivolgono a noi anche donne che lavoravano dentro queste aziende o che si sono ammalate perché hanno inalato le fibre tossiche lavando le tute dei mariti. Nei mesi scorsi  è deceduta una donna che era impiegata nella mensa degli operai : si è ammalata perché i lavoratori arrivavano alla mensa con gli abiti sporchi di polvere di amianto”.

Che cosa fate per i familiari delle vittime?
“I familiari si trovano di fronte a degli avvenimenti drammatici e inaspettati. E a una diagnosi che non lascia molte speranze. Noi crediamo che anche spiegare e a qualcuno quello che si sta vivendo sia una cosa importante; oltre all’ascolto, offriamo informazioni per orientarsi in mezzo ai servizi e dare voce ai propri diritti”.

Esiste una mappatura dei territori contaminati in Emilia-Romagna? Ci sono ancora luoghi pubblici che devono essere bonificati? Qual è la situazione in regione sotto questo punto di vista?
“Esiste una mappatura regionale che è quella dei luoghi pubblici, però non è esaustiva a causa della metodologia con cui è stata realizzata (veniva spedita una lettera a scuole, comuni, eccetera…). Resta da completare la mappatura degli edifici pubblici, a cui aggiungere quella degli altri edifici privati contaminati, ovvero aziende, condomini, piccoli manufatti in campagna: nel caso di questi edifici, si conoscono stime molto vaghe. E’ importante, poi, che i Comuni diano seguito a ordinanze e iniziative che portino i responsabili di quegli stabili a rimuovere l’amianto esistente. La normativa probabilmente è anche sufficiente, ma non è obbligatoria la rimozione. Siamo in una regione in cui c’è stato il terremoto: in alcuni casi questi manufatti, che magari erano anche in buono stato, sono crollati, e quindi hanno liberato fibre, contaminando le macerie e le persone che andavano lì a soccorrere. Certe problematiche, quindi, richiederebbero un aggiornamento della normativa. A questo, va aggiunto il rallentamento per gli alti costi di bonifica”.

Dal punto di vista politico nazionale, c’è qualcuno che si sta impegnando concretamente a favore di questa causa?
“A livello di politica nazionale siamo di fronte a un approccio disastroso al problema amianto. Il Piano Nazionale Amianto è bloccato da 2-3 anni per motivi contabili, dal momento che è difficile definire la portata economica di alcune voci di spesa annunciate: c’è ancora quella “coperta stretta” che impedisce di dare il via libera al piano. L’altra questione che noi abbiamo sollevato è il funzionamento del Fondo delle Vittime Amianto, ma anche la necessità di avere delle leggi fatte con equilibrio che regolino tutte queste materie in modo organico. Nell’ultima finanziaria ci sono stati alcuni interventi a spot, dovuti probabilmente all’intervento di parlamentari che nel loro territorio avevano registrato un problema: il risultato è stato la produzione di emendamenti alla finanziaria imprecisi e parziali, che hanno finito col creare delle ingiustizie. Manca un disegno organico, un piano, un’idea del diritto delle persone ad essere trattate tutte allo stesso modo. Noi, insieme ai sindacati e ad altre associazioni, faremo un’iniziativa a Roma il 29 giugno: sarà un momento importante per mandare dei messaggi chiari, mettete insieme la normativa, dare l’impulso a programmi di ricerca e di studio rispetto alle malattie.”

Per i lavoratori che sono entrati a contatto con l’amianto è previsto un accesso agevolato alla pensione anticipata?
“Attualmente non è più prevista questa possibilità, nel senso che ci sono lavoratori, ancora attivi nelle aziende incriminate, che per tutta una serie di motivi non sono riusciti a presentare domanda entro una certa data perché magari in quel momento non avevano avuto conoscenza di questa possibilità (e magari non sapevano neanche di essere state esposte). Oggi non possono più fare quella domanda se non limitatamente all’importo della pensione. Ma sono tutte normative che andrebbero regolate per difendere i diritti delle persone, non solo per tutelare gli aspetti economici. Il risultato è che alcune persone sono state trattate in un modo, altre in un altro.”

Per mettersi in contatto con gli sportelli amianto di AFeVA, fate riferimento al portale ufficiale, dove trovate i contatti utili.

In apertura: LianeM/Shutterstock.com

Written by Corinna Garuffi

Trentun anni, laureata in Scienze della Comunicazione, lavora da anni nel sociale. Da sempre alla ricerca di notizie inerenti al mondo del volontariato e alle opportunità offerte dell’Unione Europea, è anche appassionata di fotografia, arte e cucina. Indossa per la prima volta le vesti di blogger.

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