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Voyage of Time: Life’s Journey di Terrence Malick, recensione a Venezia 73

Voyage of Time: Life’s Journey è il nuovo film di Terrence Malick, regista statunitense, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia 2016 in concorso a Venezia 73, narrato da Cate Blanchett nella sua versione integrale di 90 minuti e da Brad Pitt in quella più breve in IMAX. Lo dobbiamo chiamare film e non documentario, perché l’immensità che vediamo è data sì da una ricerca esperta nel tempo di circa 40 anni, ma va oltre la realtà in senso stretto. Malick ci pone di fronte a nostra madre e subito ci fa scoprire l’abbandono: a pochi secondi dall’inizio entriamo nella dimensione di vita dei senzatetto, pensiamo alla singolarità dell’emarginazione quando la madre terra ci richiama, e l’attenzione va all’Universo che mette in moto ogni fiato, dal micro al macrorganismo, nell’essere, biodiversi.

È proprio la biodiversità a sposarsi con la sua stessa madre, colei che dà ripetutamente inizio e permette al tempo di risalire alla sorgente. I cicli incontrano immagini che fanno bene al cuore, riprese nobili che mettono in luce anche chi vive nello standard dell’ignoto, e diventano tutti esseri figli dell’esistenza. Malick richiama l’umanità al senso di amore per l’unione, dopo la distruzione tra fratelli, figli di una comune galassia, arriva la protezione e il rispetto per la felicità altrui, fino alla commozione, quella che non arriva con la testa, ma da ogni poro a più corpi.

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Il corpo è un tutt’uno, ogni essere è anche l’altro, facce di medaglie che ruotano senza fermarsi. Senza fermarsi. Quando ci si ferma? Il momento off, quello che blocca la circolazione dell’andare, arriva nel momento stesso in cui tutto riprende, e si riparte, ancora, e ancora. Gli uomini primitivi vanno alla scoperta di elementi naturali fondamentali, si rivedono e si innamorano come Narciso della propria immagine riflessa nell’acqua, e si spazzano via per trovare ancora. Ancora e ancora. In tutto questo viaggio di vita l’atmosfera di pace è eterna, l’equilibrio del cosmo è talmente ordinato che il caos non si sente mai. Malick entra a Venezia 73 senza sangue, con vita.

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