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West Ham Manchester United: Upton Park chiude i battenti, 112 anni di puro calcio british

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È stato un conto alla rovescia lungo ed estenuante ma voglio credere che sia stato tutto un disegno perfetto: è mancato tanto così in ogni piccolo evento a cui il West Ham ha preso parte nella stagione in corso, quel pizzico in più per chiudere con gloria una storia ultracentenaria. Il penultimo appuntamento al Boleyn Ground, conosciuto meglio come “Upton Park”, non è stato dei migliori per Slaven Bilic e i suoi ragazzi: 4-1 contro lo Swansea e addio sogni targati Champions League. Poco importa, tanto poco come quel West Ham-Manchester United di qualche settimana addietro: “FA Cup”, neanche quella è andata bene ma non ha cambiato di una virgola una stagione sontuosa degli Hammers. La stagione 2015/2016 volge al termine, oggi l’ultimo appuntamento ad Upton Park, quello stadio che non è solo stadio: quel quartiere capace di trasmetterti passione e colori, tradizioni e odori del calcio “british”. Ti avvinghia l’aria di West Ham: nelle vene ti inietta sangue di un calcio che hai sempre visto da casa e che ti infetta così tanto da farti ripudiare il tuo campionato di origine, vivere con distacco immane i big match italiani.
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Se non siete mai stati ad Upton Park avrete qualche piccolo “grande” rimorso nella vostra coscienza di appassionati di football: non sono frasi dette tanto per dire, non è il simbolo della moda. Upton Park è stato tanto per il calcio inglese: ultimo baluardo delle tradizioni, piegato in due dal calcio-finanza. È giusto così, sia chiaro: i tifosi romantici oggi saranno arrabbiati, tristi e delusi, quelli meno sentimentali sono già con il ticket in mano per abbracciare una nuova avventura all’Olympic Stadium per cui sono stati venduti oltre 52.000 abbonamenti. Oggi si chiude un’avventura lunga 112 anni, su quel prato verde diventato celebre per le magie di Carlitos Tevez negli ultimi anni, i tocchi geniali di Paolo Di Canio, bandiera e icona italiana, amato nel quartiere degli Hammers tanto quanto è adorato Zola nel resto dell’Inghilterra. È stato il tempio di Bobby Moore, il più classico dei numeri sei: amato, adorato, divinizzato. Non perderà il suo posto nel cuore dei tifosi del West Ham, non accadrà perché cambierà la location ma non le tradizioni, il West Ham resterà quel simbolo british, resterà l’ultima bandiera ammainata per volontà di un calcio che guarda al futuro. Quel futuro fatto di investimenti finanziari e profitti derivanti da strutture funzionali al progetto calcio solo al sabato pomeriggio. In Inghilterra sono quattro passi, se non cinque, in avanti: in Italia arriveremo fin troppo tardi.

E qui ci teniamo i San Paolo e San Nicola, i San Siro e l’Olimpico di Roma come se fossero strutture 20151024_121938d’avanguardia: sarebbe reato toccarli perché sono simbolo di una squadra di calcio. Ditelo ai quei 52.000 tifosi del West Ham che hanno sposato un nuovo progetto a scatola chiusa, ditelo a quei 35.000 che questa sera saranno lì a cantare: “I’m Forever blowing bubbles” a squarciagola, come non è mai accaduto prima, come raramente si è fatto. Per l’ultimo, definitivo, saluto ad Upton Park, per l’ultima pinta da bere in compagnia nei pub limitrofi, veri centri di ritrovo, zone in cui il fischio di inizio si segnala due ore prima della partita e del match, in sé, non interessa a nessuno o quasi. Adesso si andrà alla ricerca di nuove tradizioni: gli Hammers non finiscono oggi, il West Ham non chiude la sua storia con Boleyn Ground. I “Martelli” sono pronti al futuro: obiettivo Europa League, c’è una società da far diventare grande.

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