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World Press Photo 2015: intervista a Fulvio Bugani, uno dei vincitori italiani (FOTO)

Che cosa si prova a essere uno dei vincitori del World Press Photo? L’abbiamo chiesto a lui, Fulvio Bugani, il fotografo bolognese che nel 2015 è riuscito ad aggiudicarsi il terzo posto nella categoria “Contemporary Issues” con la foto singola che vedete in apertura, rientrando tra i dieci fotografi italiani premiati. “Waria: being a different muslim” è il titolo dell’immagine scelta per raccontare con sensibilità e intelligenza la storia di una scuola islamica per transgender e per documentare il difficile rapporto tra sessualità e religione in Indonesia. Chi volesse saperne di più, non si perda l’appuntamento in Piazza Maggiore di martedì 21 luglio alle 21:30, quando nell’ambito della rassegna “Sotto le stelle del cinema” Fulvio Bugani presenterà al pubblico della città di Bologna il suo reportage. Intanto, ecco l’intervista esclusiva a cura di UrbanPost.

Ci racconti in breve il progetto fotografico con cui hai vinto il World Press Photo?
“La foto premiata al World Press Photo fa parte di un lavoro sui Waria, cioè i transgender indonesiani (la parola deriva infatti dall’unione di due termini: “wanita” che significa donna e “pria” che significa uomo). Nello specifico il mio reportage parla di una scuola coranica per transgender musulmani, unica nel suo genere in Indonesia e probabilmente nel mondo, gestita da un’attivista LGBT, Shinta Ratri, che è diventata il punto di riferimento della comunità waria a Yogyakarta. Questa “scuola” fornisce un punto di incontro per la comunità transgender e dà l’opportunità a tutti di professare la propria religione (l’Islam) in libertà e senza dover subire discriminazioni. Lo scatto premiato raffigura un ritrovo della comunità waria organizzato da Shinta per sensibilizzare i locali sul tema dell’integrazione sociale. Sono presenti quindi nell’immagine sia transessuali musulmani che persone comuni, donne e uomini. Mi piace che in questa immagine si colga un aspetto positivo: l’integrazione è possibile anche in un mondo dai forti contrasti. L’Indonesia è infatti il paese con la più alta percentuale di musulmani al mondo, è quindi interessante che proprio lì sia stata aperta una scuola del genere. Come puoi immaginare i rapporti tra religione e sessualità sono piuttosto complicati.”

La prima cosa che ho pensato quando ho visto il tuo reportage è stata questa: ma come gli è passata per l’anticamera del cervello questa idea?! Ti è capitato di fare un incontro speciale, è un sogno che avevi da tempo…?
“Quando scelgo la storia di un mio reportage mi lascio guidare dall’istinto e a volte anche dalle notizie che mi colpiscono e che voglio approfondire. Non scelgo mai una storia in maniera calcolata, pensando a cosa può essere più giornalistico o interessante per un concorso. Scelgo ciò che desta la mia curiosità, altrimenti non riesco ad appassionarmici e quindi a fare un buon lavoro. Penso onestamente che si possa trovare qualcosa di interessante ovunque. Non è il luogo che fa la differenza, ma le persone e, soprattutto, il rapporto che riesce ad instaurare il fotografo con esse! Non cerco mai il grande evento, sono interessato di più alla vita comune, perché come diceva un grande autore che amo, Ryszard Kapuscinski, l’unico modo per capire veramente la nostra cultura è conoscere direttamente le altre. In questo caso particolare, mi sono imbattuto nella storia della scuola facendo diverse ricerche su internet con la mia compagna, Daniela. Dopo diversi viaggi in paesi musulmani, eravamo incuriositi da come questa religione potesse affrontare il tema della sessualità, soprattutto nelle sue manifestazioni meno istituzionali. Abbiamo incrociato diverse chiave di ricerca e siamo giunti a questa storia!”

Il tema che hai affrontato rivela sensibilità e capacità introspettiva. Come sei riuscito a entrare così tanto in confidenza con un mondo e una cultura distanti dal nostro?
“Sono una persona molto aperta e estremamente socievole. Mi piace parlare con le persone e ho sempre un atteggiamento positivo nei loro confronti. Quando approccio una storia faccio predominare la curiosità al pregiudizio. Con le persone che fotografo si crea sempre un certo rapporto di fiducia e di condivisione: questo aiuta loro ad aprirsi e me ad immergermi totalmente in quello che sto facendo.”

Con il tuo reportage parli anche di transessualità e religione. Qual è il “valore altro” o “aggiunto” che può dare la fotografia rispetto a un racconto, anche quando le tematiche sono così delicate da necessitare – si potrebbe pensare – di una spiegazione scritta?
“La funzione del testo che correda un reportage fotografico è quello di fornire un contesto più che quello di fornire una spiegazione delle foto. Se la storia necessita di una spiegazione, vuol dire che non è stata ben costruita e che le foto solo deboli e poco comunicative. La vera forza di un buon racconto fotografico è il forte impatto emotivo che suscita e i ragionamenti che fa scaturire. Un buon reportage deve saper catturare il “lettore”, fornirgli informazioni non solo sulla storia ma anche sulle emozioni che stanno dietro a tutto questo. Un’immagine è molto più immediata di un testo e a volte può avere una forza maggiore.”

Come hai fatto a ottenere il consenso alla pubblicazione da parte della protagonista del reportage? Hai condiviso con lei le tue idee?
“Ho contattato Shinta Ratri prima di partire per l’Indonesia e le ho spiegato quale era il mio progetto. Lei è stata contenta di accogliermi e di poter dare voce e visibilità alla sua battaglia. Dopo che ci siamo conosciuti, ha preso fiducia in me e da quel momento sono diventato parte della comunità.”

In passato ti è mai capitato di ritrovarti in situazioni difficili, in cui avresti voluto scattare ma non l’hai potuto fare?
“Scattare non è mai facile, a volte per ottenere una singola immagine ci vuole molto lavoro, e non parlo solo di trovare il soggetto giusto, nel posto giusto al momento giusto. Ogni scatto richiede spinta, positività, psicologia e un giusto approccio, oltre che tecnica. Niente viene da solo!”

Domanda da un milione di dollari: percentualmente, che importanza daresti a creatività e tecnica nel lavoro fotografico?
“La tecnica è importante ed è la base, senza la quale non si va da nessuna parte. La tecnica da sola però non è sufficiente, altrimenti si rischia di produrre solo belle cartoline, o, come dire, “ottime foto mediocri!”. C’è bisogno di occhio, istinto, senso artistico e una propria visione. La fotografia non è solo la mera riproduzione della realtà, ma è un punto di vista sulla realtà. La fotografia dice prima di tutto qualcosa del fotografo; è un mezzo di comunicazione. Non saprei dare delle percentuali, e non voglio farlo; la fotografia è un mix di tante cose, è un percorso di vita!”

Qual è la prima cosa che hai pensato quando hai appreso di essere uno dei vincitori del World Press Photo?
“Ero a Venezia con alcuni studenti della mia scuola di fotografia Foto Image per un workshop. Aspettavo con moltissima ansia l’uscita dei risultati in quanto una settimana prima mi era stato richiesto dall’organizzazione di
fornire l’originale di un file. Sapevo quindi di essere tra i finalisti, ma sapevo anche che c’era la possibilità di non vincere. E’ stata una gioia infinita. Un sogno che si realizza. Faccio molta fatica a descrivere a parole quello che ho provato. Posso solo dire che non ho dormito per giorni, né prima, aspettando il giorno delle proclamazioni, né dopo.

Image Credits: Fulvio Bugani – www.fotoimage.it

Written by Corinna Garuffi

Trentun anni, laureata in Scienze della Comunicazione, lavora da anni nel sociale. Da sempre alla ricerca di notizie inerenti al mondo del volontariato e alle opportunità offerte dell’Unione Europea, è anche appassionata di fotografia, arte e cucina. Indossa per la prima volta le vesti di blogger.

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