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X Factor 2016, The Hangovers: “Avremmo preferito Manuel Agnelli, ecco chi siamo” [INTERVISTA]

Bologna, quattro ragazzi, un sogno nel cassetto: raccontare il mondo attraverso la musica. Victor de Jonge, voce e chitarra, insieme a Tristan Vancini, bassista, Filippo de Fazio alla chitarra, e Michele Mantuano percussionista: sono loro i The Hangovers, la band che a X-Factor 2016 ha spaccato in due la critica e il tavolo dei giudici. Non hanno passato i Bootcamp, in sfavore dei Five Stories (a loro volta eliminati), ma l’esperienza di X-Factor 2016 resta positiva, come racconta il front-man de Jonge ai microfoni di UrbanPost. Adesso è tempo di pensare al futuro e, dopo il primo album di inediti uscito lo scorso anno (Different Plots), sono tanti i progetti in divenire. Ecco cosa hanno raccontato i The Hangovers a UrbanPost.

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Terminata l’avventura di X-Factor 2016 ai Bootcamp, giudizio complessivo?
“È stato più bello delle aspettative, non sapevamo cosa di andare incontro, ti immagini delle situazioni, non sai quel che vuoi fare, no era un’esperienza che volevamo fare, era un’esercitazione della musica, una situazione che non ci può rappresentare, oggi come oggi è un peccato che sia l’unico canale ma è molto forte il talent show, diventa un po’ una sfida, quando siamo arrivati là, a parte i momenti di attesa che sono estenuanti, hai dei picchi di adrenalina e di eccitazioni belli intensi che fanno piacere, dei momenti forti che vivi, un bel ricordo. Hai cinque minuti di gloria in cui ti esibisci davanti a un grande numero di pubblico, poi vedi che va tutto bene, inizi a prenderci un po’ gusto, impari a gestire i vari momenti di attesa, le telecamere che mettono sempre in soggezione… ero preoccupato per questo. La gente che ci lavora è molto in gamba, dal direttore artistico ai vari autori, tutti i tecnici, fonici, l’esperienza è stata positiva.”

L’ultima prova, però, l’avete dovuta affrontare senza un componente della band: cosa è successo?
“Purtroppo ci siamo dovuti arrangiare senza Michele Mantuano, percussionista della band. Si è fatto male durante il sound-check, però è andata così… ne siamo usciti a testa altissima e gli apprezzamenti del pubblico, quello che abbiamo letto il giorno dopo sui giornali, ci riempie davvero di orgoglio.

Alvaro Soler è l’uomo giusto per le band? Ti aspettavi l’eliminazione?
“Avevo sensazioni, diciamo che percepivo che qualcosa ci avrebbe sorpreso. La scelta di Alvaro Soler è stata comunicata il primo giorno di Bootcamp. Pur riconoscendo estrema competenza nell’artista spagnolo, non credo sia la scelta migliore: avrei preferito Manuel Agnelli perché è un giudice giusto. Ma lascia il tempo che trova anche questo, è una kermesse televisiva…”

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Che idea ti sei fatto del caso D’Ambrosio-XFactor? Avete avuto un’esperienza simile?
“Io capisco che lui ci possa stare male, purtroppo loro possono raccontare una storia come preferiscono, secondo canoni televisivi. Io, prima di vedere quello che è andato in onda, un po’ di paura ce l’avevo: so quello che è accaduto davvero ma poi non quello che viene mandato in onda. Ad esempio la nostra performance è durata molto meno di quanto ci siamo esibiti, addirittura un minuto scarso…”

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Gli apprezzamenti del pubblico ci sono stati. A questo punto, perché non presentare i The Hangovers?
“Noi siamo quattro amici che ci conoscevamo già, io e il bassista studiavamo insieme a Milano e stavamo spesso a casa a suonare. Io prima suonavo un’altra band di Bologna che poi si è sciolta, facevo ska-punk, io suonavo. Mi capitava di suonare con lui per passa-tempo; un giorno, però, mi hanno chiesto se volevo andare a Bologna e ho fatto due strimpellate con lui. Da lì facemmo il primo live, dove venne coinvolto l’altro chitarrista e siamo partiti: dal caso è nata la band.”

Perché The Hangovers?
“Il nome è sempre difficile da scegliere, ci stava… magari non è perfetto ma ci piace.  Ci piace vivere una vita accompagnata dal vino e poi è un nome che si ricorda.”

Quali sono i prossimi progetti che avete in mente?
“In questi giorni dobbiamo sederci al tavolo e vedere un po’ come muoverci, io volevo produrre un nuovo disco, anche se ci stanno arrivando un bel po’ di richieste: il momento è quello giusto, bisogna battere il ferro finché è caldo.”

Oggi è difficile per una band ‘indipendente’ riuscire ad emergere. Cosa è cambiato rispetto al passato?
“Ci sono tanti gruppi che suonano che però fanno fatica ad emergere ed evolversi in modo importante. I dischi fisici non si vendono più, è quasi una perdita che un guadagno. L’etichetta, almeno che non sia la Sony, ti offre solo la stampa dei dischi. Tanti gruppi non riescono a fare date nei locali, io da vent’anni che suono e i live li faccio sempre senza problemi, ma devi proporre qualcosa di nuovo.”

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