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Crepet e Crans-Montana: “Se fossi preside farei scrivere un tema ai ragazzi”

12/01/2026 20:10

Paolo Crepet commenta la strage di Crans-Montana: scuola e responsabilità

La strage di Capodanno a Crans-Montana continua a interrogare non solo la politica e la magistratura, ma anche il mondo della scuola e dell’educazione. A intervenire sul tema è stato lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, che ha offerto una riflessione netta e senza sconti su responsabilità, giovani, adulti e ruolo degli istituti scolastici dopo una tragedia che ha visto morire anche sei studenti italiani.

Secondo Crepet, di fronte a un evento di questa portata, la scuola non può limitarsi a gesti simbolici. Serve qualcosa di più profondo, capace di aiutare ragazzi e ragazze a elaborare quanto accaduto e a interrogarsi sul senso delle proprie azioni.

“Se fossi un preside, farei così”

Intervistato sul caso, Crepet ha spiegato cosa farebbe se si trovasse alla guida di un istituto scolastico colpito indirettamente dalla tragedia. Un semplice minuto di silenzio non basta, sostiene lo psichiatra. La scuola, per sua natura, deve essere uno spazio di parola, confronto e riflessione.

«Mi aspetterei che nelle scuole si parlasse apertamente di questa tragedia – ha spiegato – perché è lì che i ragazzi vivono gran parte della loro quotidianità». Secondo Crepet, un tema scritto, una discussione guidata, un confronto in classe sarebbero strumenti molto più efficaci per aiutare gli studenti a capire cosa è successo e cosa hanno provato.

«Se fossi un preside – ha aggiunto – chiederei di scrivere un tema su quello che è accaduto e poi ne discuterei insieme a loro». Un modo per trasformare il dolore in consapevolezza.

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Il nodo degli smartphone durante l’incendio

Uno degli aspetti che ha suscitato maggiore indignazione riguarda i video girati con gli smartphone mentre l’incendio stava divampando all’interno del locale. Un comportamento che ha sollevato dure critiche sui social e nel dibattito pubblico.

Su questo punto Crepet è stato diretto: i ragazzi non sono nati “così”, siamo noi adulti ad averli abituati. «Abbiamo voluto che le tecnologie fossero le babysitter dei nostri figli», ha detto, ricordando come per anni si sia rinunciato a porre limiti chiari.

Lo psichiatra ha rivendicato anche le sue posizioni passate sul divieto di smartphone a scuola. «Sono stato preso in giro quando dicevo che per quattro ore si poteva farne a meno. Poi però il tempo passa e la ragione arriva», ha affermato, sottolineando come l’uso compulsivo del telefono condizioni anche le reazioni nelle situazioni di emergenza.

Giovani e responsabilità: “A 16 anni si può esserlo”

Crepet ha poi respinto con decisione l’idea che i ragazzi di oggi non siano in grado di assumersi responsabilità. «A 16 anni, ai miei tempi, si lavorava – ha ricordato – e si avevano orari, doveri, un capo da rispettare».

Secondo lo psichiatra, la responsabilità non è un fatto generazionale. Se dei genitori permettono ai figli di viaggiare, uscire o festeggiare, è perché li ritengono capaci di farlo. «Io non ho alcun dubbio che lo siano», ha detto.

La differenza, per Crepet, sta nell’educazione e nel contesto. Lo dimostrano anche i gesti compiuti durante l’incendio: c’è chi ha filmato e chi è tornato indietro a salvare un’amica. «Essere giovani non significa essere tutti uguali – ha concluso – si può essere diversamente giovani».

Una riflessione che chiama in causa il mondo adulto, la scuola e le famiglie, chiamate a interrogarsi non solo su ciò che è accaduto a Crans-Montana, ma su ciò che accade ogni giorno nel percorso di crescita delle nuove generazioni.

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