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Free Zone a Dubai: guida completa aggiornata

16/01/2026 10:05

Dubai ha costruito una parte importante della sua attrattività economica sulle free zone, aree speciali con regole societarie e amministrative pensate per rendere più semplice l’avvio di un’attività internazionale. Il punto, però, è che sotto l’etichetta “free zone” convivono realtà molto diverse: cambiano autorità di riferimento, requisiti di ufficio, costi, tempi, licenze disponibili, possibilità operative con clienti locali e adempimenti annuali. Capire bene queste differenze è la prima forma di risparmio: di tempo, di soldi e di problemi futuri.

Per avere un quadro completo aggiornato ci siamo rivolti a Daniele Pescara, massimo esperto nella costituzione di società a Dubai, come strumento di difesa legale degli asset, fondatore della società Daniele Pescara Consultancy. Il tema non è “aprire una società” e basta, ma farlo con un impianto coerente con obiettivi reali: gestione dei flussi, contratti, residenza, operatività, fiscalità, banca, sostanza economica e governance.

Che cos’è una free zone e a chi conviene

Una free zone è un’area economica regolata da una Free Zone Authority che rilascia licenze e disciplina l’insediamento delle aziende. In termini pratici, la free zone diventa il tuo “sportello” per tutto: costituzione, licenza, contratti di locazione (ufficio o soluzioni flessibili), permessi e spesso anche pratiche connesse ai visti.

In genere, la free zone è interessante se:

  • lavori con clienti esteri o su mercati internazionali (servizi digitali, consulenza, trading internazionale, logistica, e-commerce cross-border);
  • vuoi un setup più lineare, con pacchetti già strutturati (licenza + spazio + visti);
  • hai bisogno di un ecosistema specifico (cluster per tech, media, finanza, logistica, industria).

Non è automaticamente la scelta migliore per chi prevede di fare vendita diretta nel mercato “mainland” con presenza commerciale capillare negli Emirati: in quel caso, le opzioni vanno valutate con più attenzione in base ad attività, clienti e modalità di fatturazione.

Free zone e mainland: vantaggi, limiti e operatività

Uno dei fraintendimenti più comuni è pensare che “free zone” significhi libertà totale di operare ovunque negli Emirati con la stessa facilità. In realtà, l’operatività dipende da tre fattori: tipo di licenza, regole della singola zona e rapporto con il mercato mainland.

In molte configurazioni, la società in free zone lavora senza problemi con:

  • clienti e fornitori esteri;
  • altre aziende in free zone;
  • attività di servizio svolte da remoto (con contratti, fatture e pagamenti tracciati).

Se invece l’obiettivo è vendere stabilmente a consumatori o aziende in mainland, possono entrare in gioco passaggi aggiuntivi (ad esempio strutture commerciali dedicate, accordi specifici o soluzioni societarie alternative). Anche la logistica può cambiare molto: alcune zone sono più adatte a magazzino e re-export, altre sono nate per servizi professionali.

Altro punto concreto: le free zone spesso legano i “numeri” del progetto a elementi misurabili, come spazio locato e quote visto. Se prevedi staff, presenza fisica o più soci residenti, serve ragionare prima sul modello, non dopo.

Come scegliere la free zone giusta

La scelta non dovrebbe partire dal “costo più basso”, ma dall’incastro tra obiettivo e regole. Ecco i criteri più utili per decidere in modo razionale:

  • Attività e licenza: verifica che l’attività sia esattamente coperta dalla licenza (non una “simile”).
  • Operatività con il mainland: chiarisci se e come potrai lavorare con clienti locali, e con quali vincoli.
  • Requisito di ufficio: alcune zone accettano soluzioni flessibili, altre richiedono uffici fisici o metrature minime.
  • Visti e crescita: controlla quante residenze puoi ottenere e come aumentare la quota in futuro.
  • Costi ricorrenti: oltre alla costituzione, considera rinnovi, locazioni, eventuali audit, servizi obbligatori.
  • Reputazione e “bancabilità”: alcune zone sono più riconosciute e facilitano iter con istituti bancari (KYC più fluido, profilo più chiaro).
  • Tempi reali: il “tempo promesso” e il “tempo medio” spesso non coincidono, soprattutto se la pratica richiede approvazioni aggiuntive.
  • Sostanza e compliance: valuta in anticipo cosa dovrai dimostrare (operatività, contratti, governance), così da non costruire una scatola vuota.

Se hai già chiari clienti, canali di vendita e organizzazione, la scelta diventa quasi automatica. Se invece il progetto è ancora vago, conviene definire prima un perimetro operativo, per evitare di cambiare struttura dopo pochi mesi.

Iter e compliance: cosa sapere nel 2026

A livello operativo, l’iter tipico include: scelta dell’attività, verifica del nome, predisposizione dei documenti dei soci, emissione della licenza, contratto di sede (anche flessibile, se ammesso), e poi eventuali passaggi legati a immigrazione e visti. I documenti richiesti variano, ma nella pratica tornano spesso gli stessi: passaporto, recapiti, profilo del socio, talvolta CV o business description, e in certe situazioni informazioni su provenienza dei fondi e clienti/fornitori, soprattutto se si apre un conto bancario.

Anche la parte “compliance” non è un dettaglio: molte free zone richiedono adempimenti annuali coerenti con il profilo dell’azienda (rinnovi, eventuali bilanci o audit, aggiornamenti societari, registri e comunicazioni). E la banca, con le sue procedure KYC, spesso diventa lo snodo decisivo: presentare un impianto credibile (attività, flussi, governance, documentazione ordinata) è ciò che riduce attriti e tempi morti.

La regola pratica è semplice: una free zone può essere un acceleratore, ma solo se la società è progettata attorno a operatività reale, documentabile e coerente con la licenza.

Foto di muneebfarman da Pixabay

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