“Mi fermo qui, non posso”. Così Gianni Di Vita, marito di Antonella Di Ielsi e padre di Sara, le due donne morte per avvelenamento da ricina a Pietracatella, ha risposto a un inviato di “Chi l’ha visto?”, il programma di Rai 3 che lo ha avvicinato dopo le perquisizioni informatiche nelle scuole. L’uomo ha risposto ad alcune domande, ma ha evitato di entrare nel merito delle indagini.

“Sono indagini”: cosa ha detto
Sulla ricina cercata a scuola, Di Vita ha risposto che “sono indagini”. Sulle due vittime, la moglie e la figlia, ha detto “no comment”, aggiungendo di stare bene. Alle domande sulle perquisizioni ha replicato: “Non ho nulla da dichiarare”. Non ha commentato gli ultimi sviluppi dell’inchiesta.
La posizione dei familiari
Nella stessa puntata, i familiari di Gianni hanno dichiarato che “lui non c’entra niente”, mentre quelli di Antonella chiedono “la verità” dopo dieci mesi dalla morte delle due donne. “La verità la vogliamo tutti”, è stato il commento riportato dal programma.
Le perquisizioni nelle scuole
La Procura di Larino ha disposto in questa settimana quattro perquisizioni informatiche: all’Istituto Agrario e al liceo Scientifico di Riccia, nei giorni scorsi, oggi al liceo Classico di Campobasso, frequentato fino allo scorso anno da Sara e dalla sorella Alice, e venerdì 16 ottobre al liceo delle scienze umane di Casacalenda. L’obiettivo è verificare se dai computer degli istituti siano state effettuate ricerche sul veleno: non è ancora accertato che le navigazioni siano partite dai dispositivi delle scuole.
L’ipotesi del bersaglio
Tra le ipotesi degli investigatori, riferiscono le cronache, c’è anche quella che il bersaglio dell’avvelenamento possa essere stato un’altra persona della famiglia, e non le due vittime. Una pista non confermata ufficialmente e per la quale non risultano elementi pubblici sufficienti.
Cosa non è accertato
Nelle fonti consultate non risultano indagati per l’avvelenamento. Gianni Di Vita, come ogni persona coinvolta, gode della presunzione di innocenza e ha sempre negato ogni responsabilità. Le perquisizioni nelle scuole, ricordano le cronache, non equivalgono a un’accusa nei confronti di chi vi lavora o studia.
Fonte: Leggo.it, Fanpage.it, Alanews, Mediaset Infinity, The Social Post