Nuovo tassello nell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, a Pietracatella, in provincia di Campobasso. Secondo quanto riportato, gli agenti della Squadra mobile avrebbero individuato diverse piante di ricina piene di semi nella zona compresa tra Riccia e le sponde del lago di Occhitto, a poca distanza dal paese. Per gli investigatori, chi ha avvelenato mamma e figlia lo scorso dicembre non avrebbe dovuto andare lontano per procurarsi la sostanza.

Le piante nei campi del circondario
Secondo la ricostruzione di Fanpage.it, la sostanza sarebbe stata ricavata da piante cresciute nei campi del circondario e poi lavorata in modo artigianale. Gli inquirenti cercano ora di incrociare queste evidenze scientifiche con eventuali tracce digitali. Nelle fonti consultate non vengono resi noti dettagli ulteriori sulla lavorazione.
Il triangolo Pietracatella, Riccia e Casacalenda
Per chi indaga, la “soluzione” del giallo andrebbe cercata nel triangolo tra Pietracatella, Riccia e Casacalenda, dove si trovano anche le scuole oggetto delle perquisizioni informatiche. Nei giorni scorsi sono stati effettuati sequestri di computer all’Istituto Agrario e al liceo Scientifico di Riccia, e al liceo Classico di Campobasso, frequentato da Sara e dalla sorella Alice; il secondo sequestro, concluso il 14 ottobre, ha riguardato il liceo Scientifico “Pagano”, anche con i computer dei docenti.
Esclusa la tesi del marito bersaglio
Le cronache registrano un chiarimento importante: la Procuratrice di Larino ha escluso la tesi secondo cui Gianni Di Vita, marito e padre delle due donne, potesse essere il vero destinatario dell’avvelenamento. Secondo chi indaga, l’obiettivo del piano sarebbe stato la moglie, Antonella Di Ielsi, ma il movente resta poco chiaro.
Oltre 200 testimoni sentiti
L’inchiesta sta incrociando le chat della donna con i verbali degli oltre 200 testimoni ascoltati in questi mesi, per ricostruire movente e dinamica. Nei fascicoli visionati non risultano, in questa fase, indagati per l’avvelenamento, e le perquisizioni nelle scuole non equivalgono a un’accusa nei confronti di chi vi lavora o studia.
Cosa non è ancora accertato
Restano da chiarire chi abbia procurato e lavorato la sostanza, il movente e la possibile traccia digitale: non è accertato che ricerche sul veleno siano partite dai computer delle scuole. Per tutte le persone coinvolte vale la presunzione di innocenza, compreso Gianni Di Vita, che ha sempre negato ogni responsabilità.
Fonte: Fanpage.it, articolo di Gabriella Mazzeo