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Coronavirus, gli affari della ‘ndrangheta proliferano nella crisi

Gli affari delle mafie proliferano nella crisi. La ‘ndrangheta soprattutto, ma anche sacra corona unita, camorra e cosa nostra, seppur oggi con peso diverso ma con un unico obiettivo: alimentare l’economia criminale. E’ così da sempre e non fa differenza che la crisi economica questa volta sia iniziata da un incidente sanitario, l’epidemia da Covid-19, e non da una sfavorevole congiuntura economica. Il valore delle attività illecite gestite dalla criminalità organizzata in Italia non è mai stato quantificato con esattezza. Ci sono stime che riguardano uno dei business più floridi, il traffico di droga. Ma questo rappresenta solo una parte, seppur importante, del fatturato di “mafie spa”, l’accumulazione primaria che permette poi il reinvestimento in altre attività. Tra queste, da sempre, ci sono l’acquisto di attività “pulite”, i prestiti ad usura e l’infiltrazione di aziende in difficoltà.

>> Quanto guadagna la ‘ndrangheta con la droga

'ndrangheta e traffico di droga

La cocaina si vende anche con l’Italia in lockdown: un business da 40 miliardi l’anno

Fino a metà degli anni ’90 il traffico di droga era un affare di tutte le mafie italiane. Dopo le grandi operazioni e i processi contro la mafia siciliana e il progressivo smantellamento di Cosa Nostra, in Italia questo floridissimo business è finito quasi tutto nelle mani della ‘ndrangheta. La mafia calabrese, da sempre globale per via dei processi migratori che hanno interessato la sua regione madre, nell’ultimo ventennio è diventata l’organizzazione criminale più efficiente in assoluto.

Lo hanno dimostrato decine d’inchieste condotte dalla magistratura italiana in collaborazione con le forze di polizia e i dipartimenti antidroga di tutto il mondo, dalla Dea americana ai reparti antidroga della polizia australiana. Le famiglie della ‘ndrangheta dominano il mercato della droga. Si approvvigionano direttamente alla fonte, in Sudamerica soprattutto ma anche in Australia. Gestiscono il trasporto dei carichi di stupefacenti attraverso canali consolidati nel tempo, sfruttando la vie del mare e dell’aria, attraverso tutti i principali porti e attraverso veri e propri aeroporti privati, soprattutto in Africa.

Le indagini e i successivi processi degli ultimi anni hanno dimostrato ancora una volta come il business della droga per la ‘ndrangheta frutti ogni anno una cifra che è superiore a quella di una legge finanziaria: oltre 40 miliardi di euro. Con l’aiuto dell’ultima relazione della Dia, elenchiamo le operazioni contro il narcotraffico della ‘ndrangheta nell’ultimo anno.

  • gennaio 2019: operazione “Geena”, Val d’Aosta: cosche di San Luca e della piana di Gioia Tauro.
  • gennaio 2019: operazione “Ossessione”, Calabria: ‘ndrine di Vibo Valentia e criminalità organizzata albanese.
  • marzo 2019: operazione “Carminus”, Piemonte: cosche vibonesi.
  • aprile 2019: operazione “Rimpiazzo”, Calabria: ‘ndrine di Vibo Valentia.
  • giugno 2019: operazione “Spaghetti Connection”, Calabria, Campania, Costa d’Avorio: alleanza ‘ndrangheta-camorra.
  • settembre 2019: operazione “Crisalide 3”, Calabria: cosche di Lamezia Terme e San Luca.
  • ottobre 2019: operazione “Orthrus”, Calabria: cosche di Catanzaro e provincia.
  • novembre 2019: operazione “Cerbero”, Piemonte-Brasile: ‘ndrine di Platì.
  • novembre 2019: operazione “Magma”, Calabria, Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio: cosche della piana di Gioia Tauro.
  • dicembre 2019: operazione “Rinascita-Scott”, Calabria: ‘ndrine del Vibonese.
  • febbraio 2020: operazione “Akhua”, Lazio: alleanza ‘ndrangheta-camorra.

E nemmeno con l’Italia in lockdown i traffici si fermano. Nel porto di Gioia Tauro continua ad arrivare la droga. Due giorni fa è stato arrestato nella vicina Rosarno, un esponente di rilievo di una delle cosche locali: nel suo terreno nascondeva mezza tonnellata di cocaina, pronta per essere distribuita. In questo le ‘ndrine sono molto organizzate e non litigano più. Di inchiesta in inchiesta sono emersi legami sempre più stretti. Veri e propri cartelli tra le famiglie dei vari mandamenti (la “Piana”, il “Centro”, la “Jonica”) in cui si divide storicamente la ‘ndrangheta reggina, la più potete e influente. Di più, saltano anche le divisioni territoriali. Le famiglie del vibonese e del crotonese, tra cui si annoverano alcune tra le più potenti di tutta la ‘ndrangheta, sono pronte ad allearsi con i reggini nel segno degli affari.

Dalla ‘ndrangheta liquidità per aziende in crisi

Così la ‘ndrangheta dispone di molta, moltissima liquidità. Non da oggi, da sempre, almeno da quando il business della droga, archiviata la stagione dei sequestri di persona, è diventata la principale fonte di guadagno. Miliardi (al tempo delle lire), milioni oggi. Difficile dimenticare la storia raccontata da uno dei rari pentiti dell’organizzazione (in Piemonte) a proposito dei miliardi di lire nascosti in bidoni, poi interrati, tesoro di uno dei re del narcotraffico calabrese. La ‘ndrangheta ha più contanti delle banche e per questo ha moltissima liquidità per “aiutare” le aziende in crisi, lasciate sole dallo Stato.

S’inizia con i prestiti ad usura e via via si acquisisce il controllo dell’azienda, fino ad impossessarsene e ad esautorare i legittimi proprietari, sostituiti con delle teste di legno dell’organizzazione. Così la ‘ndrangheta si nasconde dietro un abito apparentemente pulito e infiltra l’economia legale.

Tra le decine di operazioni degli ultimi anni, una delle più significative è quella denominata “Tenacia”, in Lombardia. Qui è stato dimostrata la progressiva infiltrazione della ‘ndrangheta reggina di un’importante azienda di costruzioni, con affari importanti in tutta la regione. Solo due anni prima, con le operazioni “Cerberus” e “Parco Sud”, era stata disarticolata un’organizzazione delle ‘ndrine di Platì, della fascia jonica calabrese, tra le più potenti da sempre. Controllava ossessivamente il lucroso business del movimento terra in provincia di Milano, reinvestendo nel settore immobiliare. Tutto era iniziato infiltrando un’azienda leader del settore, diventata “schiava” a colpi di prezzi imposti sui servizi, attentati ai cantieri, minacce di ogni tipo.

Lo stesso può dirsi con la storica operazione “Aemilia”, che ha messo in luce decenni di affari della ‘ndrangheta sotto lo scudo di imprese “pulite” in una delle regioni guida dell’economia italiana, l’Emilia-Romagna. Questa volta le cosche sono quelle di Crotone. Anche qui il business è partito da quello della droga, per poi estendersi all’economia legale: dalle sale gioco alle imprese di trasporti e costruzioni. Obiettivo le aziende con difficoltà economiche, via via strozzate e conquistate a colpi di prestiti ad usura.

Nicola Gratteri: «La cocaina non ha crisi. Per capirlo basta vedere il prezzo»

“La cocaina non ha crisi. Per capirlo basta vedere il prezzo, che è rimasto invariato”. Così qusta mattina il capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri, ai microfoni della trasmissione radiofonica ‘Circo Massimo’ su Radio Capital. Gratteri oltre ad essere uno dei più grandi conoscitori della ‘ndrangheta al mondo, è un magistrato in prima linea da anni, avendo chiuso centinaia di inchieste sulle ‘ndrine molte delle quali sul narcotraffico internazionale. “Nella foresta amazzonica –  dice Gratteri – c’è una difficoltà a reperire i precursori chimici, che arrivano dalla Cina, per lavorare la pasta di coca, quindi la produzione rallenta. Ma ci sono ancora magazzini pieni, contonnellate di cocaina stoccata”.

Le piccole medie imprese sono in difficoltà? “Le banche devono rischiare un po’ di più e prestare soldi anche con rischi di insolvenza alti. Se non si supera questo gap, non ne usciamo”, ha così concluso Gratteri la sua intervista ai microfoni di Radio Capital.

Parole perfettamente in linea con quelle del procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho a Radio24. “Ovunque ci sia un disagio sociale e una
difficoltà –  dice il magistrato – pensano di inserirsi mafia, camorra e ‘ndrangheta, mirano soprattutto al consenso sociale a volte anche organizzando forme di protesta ma il più delle volte offrendo servizi, ciò di cui la parte più povera della società ha bisogno, dando benefici per poi richiederli con gli interessi. In momenti di emergenza come quello attuale –  ha concluso De Raho – è altissimo il livello di attenzione su queste forme di apparenti benefici che la camorra e le mafie tentano di offrire alle fasce più povere”. (Prima foto in alto: Marcuscalabresus @wikimedia commons)

Written by Andrea Monaci

49 anni, è direttore editoriale di Urbanpost.it fin dalla sua fondazione nel 2012. Ha iniziato la sua carriera nel 1996, si è occupato principalmente di lavoro, criminalità organizzata e politica. Ha scritto per "Il Secolo XIX", "Lavoro e Carriere", "La Voce dei Laghi", "La Cronaca di Varese".

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