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Gestire lavoro e disoccupazione in un’Italia post-Covid

La pandemia ha causato grandi cambiamenti nel mondo del lavoro – e continuerà a farlo.  In che cosa consistono questi cambiamenti e siamo pronti a gestirli?

La pandemia ha causato un forte aumento della disoccupazione. Un studio svolto da Eurofound (La Fondazione Europea per il miglioramento delle condizioni di vita e lavoro) riporta che l’ 8% delle persone che lavorano nelle imprese e il 13% dei lavoratori autonomi hanno perso il lavoro a causa della pandemia. L’impatto più severo è sui giovani (tra 18 e 34 anni di età) e tra quelli con basso livello di istruzione. Molte delle persone che hanno perso il lavoro hanno difficoltà con le spese quotidiane e sono indietro con i pagamenti delle utenze come gas, elettricità e telefono. O per l’affitto di casa.

In Italia, abbiamo vari ammortizzatori sociali – la cassa integrazione, i sussidi per le partite IVA, le agevolazioni fiscali, il reddito d’emergenza e il reddito di cittadinanza, che servono a tamponare sia la  vecchia che la nuova povertà. In più, in Italia il blocco dei licenziamenti ha aiutato a ridurre il numero totale di disoccupati.

Ma prima o poi arriverà il momento di accettare il fatto che molte attività non sono più competitive. Alcune non lo erano già da prima della pandemia, e l’emergenza ha solo accelerato la loro fine; altre lo sono diventate a causa dei prolungati periodi di chiusura.  È possibile che tra qualche mese ci ritroveremo con un tasso di disoccupazione del 15-20%.  E sarà peggio per i giovani, per le donne, e per le persone che vivono nel Sud.

La nuova disoccupazione non sarà né ciclica né temporanea. Resterà alta anche se le condizioni economiche globali o europee migliorassero; anche se i disoccupati  disposti a cambiare settore, acquisendo nuove competenze; oppure a migrare verso zone con migliori prospettive lavorative.

E che ne sarà di tutte queste persone? La società dà valore principalmente al denaro, alla carriera e ai beni materiali.  Tutte cose che i disoccupati cronici, ma anche i lavoratori molto precari non potranno mai avere.  Ma possiamo lasciarli ai margini della società?  O dovremmo forse cominciare a creare una nuova scala di valori, in cui anche le cose non materiali siano  considerate importanti? Dove una persona che resta a casa per accudire gli anziani genitori, i figli o familiari con malattie croniche; che fa il volontariato; o partecipa a lavori di utilità sociale sia ammirato e considerato un membro utile della società.  Siamo capaci di affrontare questo cambiamento culturale?

La situazione è molto preoccupante anche per coloro che continuano a lavorare. Molti nutrono forti ansie per il futuro. Infatti, secondo Eurofound, circa  il 40% di questi teme di perdere il lavoro, e molti si sentono soli, emarginati e pessimisti riguardo al futuro.

Molte di queste ansie sono legate al cambiamento nel modo di lavorare. Prima della recente pandemia, circa un quinto delle persone nell’ UE lavorava, almeno parzialmente, da casa.  Come spesso accade, i paesi del nord Europa (Danimarca, Svezia e il Paese Bassi) erano i più avanzati  con un terzo degli occupati  che già lavorava da casa. Mentre in Italia la percentuale era solo dell’8% – il numero più basso in Europa. In poco tempo, però, la percentuale delle persone che in Italia lavorano esclusivamente da casa è schizzata quasi  al 50% – tra i valori più alti in Europa.

Lavorare da casa ha vantaggi tra cui il risparmio di tempo e denaro per spostarsi; meno stress da classica routine quotidiana; e la possibilità di auto gestirsi. Ma comporta anche non pochi problemi.  Tra i più importanti vi sono la mancanza di spazi idonei  – soprattutto per coloro che hanno bambini in casa a causa della chiusura delle scuole; gli scarsi mezzi tecnologici, tra cui computer e collegamenti internet spesso non all’altezza fuori le grandi città. Un problema, non meno importante, riguarda il tempo libero dedicato a bisogni personali e familiari. Infatti, la maggior parte delle persone che lavora da casa lo fa anche fuori orario, cumulando così più ore lavorative di quando andava in ufficio.

Recenti indagini rivelano che molti vorrebbero continuare a lavorare da casa – almeno per alcuni giorni a settimana. Ma questa preferenza è molto più forte tra coloro che hanno avuto esperienze simili precedentemente – cioè le popolazioni del nord Europa che hanno sia i mezzi tecnologici adeguati sia una maggiore dimestichezza per gestire questo nuovo tipo di lavoro. Al contrario, in Italia un’ importante fetta dei lavoratori si sente stanca, emotivamente esausta e isolata, a causa del mancato contatto quotidiano con i propri colleghi, che è anche un modo per prendersi una  pausa psicologica dalla solitudine o dallo stress familiare.

E come possiamo gestire questi disagi tra i lavoratori?  Purtroppo, istituzioni come i sindacati, i dopo-lavoro, la famiglia e la Chiesa, che erano attive nel sostenere le persone sole e vulnerabili, si sono molto indebolite.  Potremmo cominciare a rinforzarle e, magari, ripensare completamente l’attuale stato sociale, il quale già prima della pandemia aveva dimostrato la sua inadeguatezza. Un altro aspetto che la società, i governi e i sindacati saranno chiamati ad affrontare è quello che riguarda la nuova modalità di lavorare a distanza che, soprattutto nel settore privato, non è ancora regolamentato. Come prima accennato, spesso il carico di ore lavorative settimanali supera quello d’ ufficio, senza che sia corrisposto alcun compenso straordinario, per non parlare poi della questione ferie e congedi per malattie / maternità.

E, infine, c’è il problema della diseguaglianza. Durante la pandemia, ampi settori dell’economia hanno subito ingenti danni – come la vendita al dettaglio, la ristorazione, il turismo e  l’intrattenimento, tra cui cinema e teatri. Ma altri, per esempio le industrie alimentari, farmaceutiche, e il trasporto merci sono cresciuti. La più vistosa crescita si è vista nelle vendite online, che hanno vissuto un incremento esponenziale tale da portare ai giganti di e-commerce come Amazon enormi guadagni. Questi cambiamenti, già in corso da anni, hanno portato benefici e opportunità alle persone più istruite e con migliori competenze e familiarità con le moderne tecnologie.  Dall’altra parte comporteranno la perdita di milioni di posti di lavoro, soprattutto tra i meno istruiti e gli addetti alle mansioni più abitudinarie. Hanno anche creato una nuova sotto classe di lavoratori nella cosiddetta Gig Economy come i “Riders”, e gli operatori della filiera della distribuzione, cioè magazzinieri, addetti agli imballaggi e agli smistamenti, e corrieri. Una sotto classe mal pagata, con turni massacranti e nessun diritto alla sicurezza sul lavoro, a ferie o congedi per malattie. Si prospetta così un’accentuazione delle divergenze socio-economiche, già in corso prima dell’inizio della pandemia.

Gli anni a venire saranno complicati!

Gli autori

Daud Khan vive tra Pakistan e Italia. Ha studiato alla London School of Economics, l’università di Oxford e all’Imperial College of Science and Technology di Londra. Ha lavorato come economista e consigliere per vari paese e per enti come Banca Mondiale e la FAO.

Marcello Caruso è uno scrittore e giornalista indipendente che vive in provincia di Latina.

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