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Istituto Confucio, Masini: “Noi spie? Insegniamo lingue e cultura”

Lingua e cultura. Tradizioni e calligrafia. Pensiero filosofico. La Cina a Roma. Un insegnamento con una forte impronta cinese in un Paese in cui esiste la “libertà accademica”. “Il nostro Istituto ha un fortissimo carattere linguistico e letterario, sostanzialmente tutte le attività che facciamo sono concentrate sulla lingua e la cultura tradizionale o moderna. E a me non è mai capitato che mi abbiamo detto di non fare questo o non fare quell’altro. Nel nostro sistema esiste la libertà accademica”. Ed è al contempo normale che “i docenti cinesi siano invogliati a diffondere una certa idea del loro Paese”.

Parla così con l’Adnkronos Federico Masini, direttore italiano dell’Istituto Confucio presso l’Università Sapienza di Roma. E’ questo l’Istituto Confucio “più longevo d’Europa”, con dieci insegnanti cinesi e circa 200 studenti dei corsi, ‘a distanza’ causa pandemia di coronavirus. (segue dopo la foto)

Per Trump e Pompeo l’Istituto Confucio è “un’entità che porta avanti la propaganda globale di Pechino e l’influenza maligna”

Il primo Istituto Confucio d’Europa era nato in Svezia, ma nel frattempo la Svezia ha chiuso tutti gli Istituti e le Aule Confucio. Per gli Stati Uniti di Donald Trump, protagonisti di uno scontro a tutto campo con la Cina, sono “missioni straniere” dallo scorso agosto, equiparate alle rappresentanze diplomatiche (come era stato fatto nei mesi precedenti con alcuni media cinesi). Per Mike Pompeo il
Confucius Institute U.S. Center è “un’entità che porta avanti la propaganda globale di Pechino e l’influenza maligna” nelle classi e nei campus americani e gli Stati Uniti vogliono garantire agli studenti un “accesso alla lingua cinese e alle offerte culturali libero dalla manipolazione del Partito Comunista Cinese e dei suoi proxy”.

“Riguardo il fatto che siano considerate missioni straniere non c’è nulla di male. L’Italia intrattiene rapporti diplomatici con la Cina. Il problema sarebbe se svolgessero attività contrarie agli interessi nazionali, ma quello è spionaggio ed è un’altra cosa”, replica Masini. E aggiunge: “Il governo Usa ha usato un sistema  abbastanza furbo, ovvero ha stabilito che quelle università che ricevono i fondi dall’Istituto Confucio non potranno ricevere fondi dal governo americano”.

Come arrivano i finanziamenti italiani per l’Istituto Confucio

E come funzionano i fondi in Italia? “La Sapienza – spiega – riceve i fondi da Hanban, da quest’anno li riceverà dal nuovo soggetto giuridico, arrivano sul conto dell’Università, poiché l’Istituto Confucio non è un soggetto giuridico, e vengono gestiti nel rispetto delle regole della contabilità italiane per le finalità che di volta in volta si concordano con i colleghi”. Non più Hanban (l’Ufficio nazionale per l’insegnamento del cinese come lingua straniera affiliato al ministero dell’Istruzione di Pechino), ma un “nuovo soggetto giuridico”. Perché come scriveva in estate il Global Times, voce all’estero del governo di Pechino, gli Istituti Confucio passano alla Chinese International Education Foundation, “un’organizzazione non governativa”.

“Collaborazione scientifica tra Italia e Cina nata ben prima dell’Istituto Confucio”

Hanban, ricorda Masini, “era nato fuori dal ministero dell’Istruzione, era un’organizzazione culturale e solo successivamente era diventata una costola del dicastero”. “Adesso, anche per risolvere i problemi che hanno avuto in molti Paesi del mondo, i cinesi – prosegue – non hanno fatto altro che tornare alle origini, trasformando Hanban e riportandolo fuori dal ministero, quindi riportandolo a essere un sistema per la promozione della lingua e della cultura cinese”.

Quello che si fa, sottolinea, all’Istituto Confucio di Roma. Nato nel 2006 “da una collaborazione tra l’Università La Sapienza di Roma e l’Università di Lingue Straniere di Pechino (Bfsu)”, una “collaborazione scientifica e didattica nata ben prima dell’Istituto Confucio”. “Sulla carta – spiega – un Istituto Confucio fa quello che fanno tutti gli istituti di cultura, ma in realtà il modello cinese è particolare perché nasce da collaborazione con una struttura universitaria quindi non è un ente autonomo e indipendente” e l’Istituto Confucio di Roma “non essendo un soggetto giuridico non può prendere nessuna iniziativa autonoma perché è una collaborazione ed è appoggiato a un’istituzione pubblica accademica come La Sapienza”.

istituto confucio

“Svolgiamo attività relative alla lingua e alla cultura cinese, non abbiamo motivo per ridurre le nostre attività”

“Svolgiamo – continua – attività relative alla lingua e alla cultura cinese che fanno parte della storia culturale e letteraria della Cina, diffondiamo la lingua, la cultura ovvero pensiero filosofico, tradizioni, calligrafia”. “Il problema – insiste – è nato all’estero e da noi non si è posto”. E, aggiunge, “che i docenti stessi siano invogliati a diffondere una certa idea del loro Paese non lo posso negare, ma nell’esercizio della loro attività non lo possono fare perché insegnano lingua, cultura, facciamo didattica, sono argomenti sui quali tutto questo non accade”. “Io – conclude – ho la responsabilità di consentire ai nostri studenti, di studiare il cinese, di andare in Cina di avere borse di studio. E per il momento né io né la governance di Sapienza abbiamo motivo per dover ridurre le attività dell’Istituto Confucio”.

L’obiettivo dichiarato dell’Istituto Confucio di Roma è “rafforzare la cooperazione in campo didattico-scientifico e promuovere gli scambi culturali tra i due Paesi”, con “un’ampia e variegata offerta formativa, indirizzata a ogni fascia di età e ambito professionale”, da “conferenze divulgative, convegni e seminari sulla Cina antica, moderna e contemporanea” a “corsi di aggiornamento didattico dedicati ai docenti di lingua cinese”. E come scriveva a luglio il Global Times la Cina ha creato una rete di circa 541 Istituti Confucio in 162 Paesi e regioni del mondo. >> Le notizie di Cultura

Written by Andrea Monaci

49 anni, è direttore editoriale di Urbanpost.it fin dalla sua fondazione nel 2012. Ha iniziato la sua carriera nel 1996, si è occupato principalmente di lavoro, criminalità organizzata e politica. Ha scritto per "Il Secolo XIX", "Lavoro e Carriere", "La Voce dei Laghi", "La Cronaca di Varese".

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