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Ponte Morandi, le intercettazioni telefoniche dimostrano che i manager conoscevano il rischio

Erano a conoscenza della pericolosità del Ponte Morandi: le ultime intercettazioni telefoniche lo dimostrano. Gli ex top manager di Autostrade per l’Italia sapevano che la struttura era a rischio, e hanno consapevolmente scelto di non intervenire. “I cavi del Morandi sono corrosi”, aveva ammesso Michele Donferri Militelli, il responsabile delle manutenzioni. “Sti ca***. Me ne vado”, era stata la risposta di Paolo Berti, l’allora direttore generale delle operazioni.

>>Leggi anche: Ponte Morandi, arresti in Autostrade: in manette Castellucci e altri manager

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Ponte Morandi, i particolari choc emersi dalle intercettazioni

Quei messaggi venivano mandati il 25 giugno 2018, un mese e mezzo prima che il Ponte Morandi crollasse. La disgrazia ha causato 43 vittime, e ieri l’arresto di alcuni ex vertici e attuali manager di Autostrade per l’Italia. Non è stata sufficiente l’eliminazione degli sms da parte di Berti, il quale ha così tentato di depistare le indagini subito dopo il crollo. La Guardia di Finanza, infatti, ha ritrovato tutto sul cellulare del collega Donferri. Sapevano cosa sarebbe potuto succedere, e hanno scelto di lasciare ogni eventualità nelle mani del destino. Un destino, però, che non gli è stato favorevole e si è rivelato drammatico.

Mentre Berti consigliava di “iniettare aria nei cavi del viadotto per togliere l’umidità”, il direttore Donferri ammetteva lo stato dei cavi: “Ma no, tanto sono già corrosi“. Questo scambio di battute per il giudice Paola Faccioni evidenzia “la consapevolezza degli ammaloramenti dei cavi di precompressione degli stralli del viadotto Polcevera”. E non è tutto: secondo il giudice Donferri faceva il lavoro sporco per conto dell’Ad Castellucci, tentando di convincere il collega Berti a “tenere” dopo la condanna a 5 anni che si era preso per la strage di Avellino avvenuta nel 2013, quando quaranta persone persero la vita a borso di un pullman. E dopo l’avviso di garanzia per il crollo del Morandi.

Ponte Morandi

Ponte Morandi, Donferri: “Siamo tutti sulla stessa barca, non puoi imputare Castellucci”

“Paolo, non puoi imputare a lui (Castellucci, ndr) che ci sono quarantatré morti. Quaranta morti di là (Avellino), quarantatré di là (Morandi). Siamo tutti sulla stessa barca“, diceva Donferri. E poi ancora: “Castellucci mi ha chiesto la mediazione. Ti vuole rasserenare e ti aiuterà per tutta la vita. Attaccati a sto’ treno, rivendica tutto quello che c’è da rivendicare”. Nei documenti, poi, emerge quello che gli investigatori hanno rinominato “il metodo Donferri“: nonostante il chiaro rischio corso quando delle barriere antirumore in Liguria hanno quasi colpito due mezzi pesanti, la priorità era sempre quella di risparmiare. “Pinocchio si può modellare, se non trovi il falegname per farlo te lo modello io”, aveva dichiarato.

Donferri, però, non sapeva che Marzo Vezil stava registrando tutte le conversazioni. Era il 2017, e non c’era motivo di pensarlo. Saranno proprio quelle registrazioni però, trovate poi dalla Guardia di Finanza nel computer di Vezil, tecnico di Spea (Società di Aspi incaricata dei controlli) a incastrarlo. Così come la questione della resina utilizzata per gli ancoraggi dei pannelli, difettose e totalmente inefficace. “E’ incollato con il vinavil“, aveva commentato un indagato. E nella stessa conversazione veniva ribadito come “le barriere Intergautos non siano a norma di legge perchè utilizzano prodotti non conformi con le normative europee”.

Donferri: “Ci sono pericoli imminenti. Si rischia l’effetto domino”

E non è ancora tutto. Donferri sapeva dei rischi, e lo aveva apertamente dichiarato: “Io sto dicendo che ci sono pericoli imminenti. C’è un effetto domino in ragione di un comportamento sufficientemente non esplorato“. Ora si parla di tutta la rete autostrade. Dalle indagini poi è emerso un altro elemento che i militari della Guardia di Finanza definiscono di estrema rilevanza: l’elevata redditività di Aspi e la conseguente distribuzione di ingenti dividendi tra gli azionisti, derivata da “una spregiudicata linea imprenditoriale improntata alla sistematica riduzione delle manutenzioni della rete autostradale”.

“La verità sta in mezzo”, aveva affermato l’attuale amministratore delegato Roberto Tomasi ad Alberto Milvio, capo del servizio finanziario di Aspi. Lo dichiarava per evidenziare come Aspi abbia distribuito dal 1999 al 2019 “nove miliardi e quattro, di cui nove e due sono andati ad Atlantia”. Nei documenti, infatti, appaiono anche i Benetton, i maggiori azionisti di Atlantia. “Ti ricordi poi… Castellucci? Allora diceva: facciamo noi! E Gilberto (Benetton, ndr) eccitato perchè lui guadagnava e suo fratelli di più”, aveva detto Gianni Mion, attuale Ad di Edizioni Holding, la società che controlla Atlantia e Aspi. Poi ancora: “Le manutenzioni le abbiamo fatte calare, più passava il tempo meno facevamo, così distribuivamo più utili. E Gilberto e famiglia erano contenti”.

Alcune fonti vicine a Mion, tuttavia, hanno sottolineato che questa conversazione risale al febbraio 2020, per questo bisogna intenderla come un’analisi di quanto avvenuto, non come la rivendicazione di una scelta strategica. >> Tutte le notizie di UrbanPost

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