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Silvia Romano liberata: il riscatto e il ruolo decisivo degli 007 turchi

Sono trascorsi 18 lunghi mesi da quando Silvia è stata rapita. Era un giorno di pioggia, il 20 novembre del 2018, e lei si trovava in un villaggio di Chakama, a circa 80 km da Nairobi, in Kenya. E come un cerchio che si chiude, anche ieri, quando è stata riconsegnata nelle mani dell’intelligence italiana, pioveva a dirotto. Silvia Romano è stata finalmente liberata: oggi intorno alle 15 dovrebbe rientrare in Patria. “Sto bene, grazie. Riportatemi a casa”, ha detto agli uomini dell’Aise che da mesi collaboravano per ottenere il riscatto della ragazza e che ci sono riusciti anche grazie alla collaborazione degli 007 turchi e somali.

silvia romano liberata

Silvia Romano liberata dopo 18 mesi di prigionia

Mentre il sole sorgeva, ieri, Silvia è stata ritrovata a 30 chilometri da Mogadisco, in Somalia. Lì è stata lasciata dagli uomini che l’hanno tenuta prigioniera per 18 mesi, dagli jihadisti di al Sahabad, un gruppo che in un primo momento si era unito ad al Qaeda e poi aveva giurato fedeltà a Baghdadi, lo sceicco dell’Isis. E’ stato un lungo lavoro, quello dell’intelligence italiana, che ha dovuto lavorare a stretto contatto con l’intelligence somala e con quella turca, che sul territorio ha molti legami.

Dopo il suo rapimento, in un primo momento di Silvia erano state perse le tracce. Alcuni sostenevano anche che fosse morta a causa di qualche malattia. Dallo scorso novembre, però, la certezza che fosse ancora in vita era arrivata agli 007 italiani, grazie a un video che la ritraeva in buone condizioni di salute. La cooperante era nelle mani dei sequestratori, che la obbligavano a vestire con abiti islamici e la detenevano in un grande centro abitato della Somalia. Ma prima di arrivare lì Silvia è stata trascinata da una prigione all’altra, trascorrendo anche un periodo di grave malattia probabilmente curata dagli stessi jihadisti che avevano interesse a mantenerla in vita.

silvia romano liberata

Silvia atterrerà a Ciampino alle 15

Nelle scorse settimane Luciano Carta, il numero uno dell’Aise, aveva inviato a Nairobi alcuni degli uomini migliori dell’intelligence per gestire l’operazione. Silvia era viva, il contatto preso in loco era quello giusto, ma era chiaro fin da subito che il negoziato che si apprestavano a fare sarebbe stato molto delicato. Ed è proprio per questo motivo che è stato fondamentale l’apporto dei servizi turchi.

Si sono sviluppate tante ipotesi sul rapimento di Silvia. L’obiettivo era solamente quello di ottenere il riscatto? E’ possibile, visto che non era la prima volta che il gruppo compieva atti del genere per poi chiedere del denaro. Alcuni hanno anche sostenuto che la cooperante italiana fosse un ostaggio politico, e che fosse obiettivo di al Qaeda: è possibile che gli jihadisti ritenessero che facesse proselitismo religioso. E per questo era diventata una detenuta di particolare interesse dal punto di vista propagandistico islamico. Sembra comunque certo che per la sua liberazione sia stato pagato un riscatto. Ciò che conta, però, è che ora Silvia sta rientrando in Italia, è stata liberata e sta bene.

Il suo rilascio è avvenuto in poche ore: un appuntamento in un punto segnato dal Gps, in una notte di pioggia che a fatica permetteva di vedere la strada. La tensione si percepiva nell’aria, non è stata un’operazione semplice e a fare da contorno, nelle stesse ore, a Mogadiscio erano stati dei colpi di fucile sparati nei pressi delle ambasciate. Nonostante questo, però, tutto è andato come da programma: Silvia è stata consegnata e portata immediatamente al compound delle forze internazionali dopo ha passato la notte. Solo a quel punto gli uomini dell’intelligence italiana hanno lanciato la notizia al Presidente Conte che, immediatamente, l’ha condivisa con tutti gli italiani: “Silvia è libera”, ha scritto in un Tweet. >>Tutte le notizie di UrbanPost

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