Dopo la sconfitta della maggioranza sull’emendamento relativo alle preferenze, respinto per un solo voto, la giornata alla Camera è degenerata in una lunga notte di tensione. Le opposizioni hanno di fatto “occupato” i banchi del governo, il presidente di turno è stato costretto a sospendere la seduta e un deputato è stato espulso dall’aula.
Una coda notturna che ha trasformato Montecitorio in un teatro di proteste, in una giornata che aveva già registrato un pienone raramente visto, con i ministri-deputati accorsi ai propri scranni subito dopo il Consiglio dei ministri per partecipare a una votazione finita in modo del tutto inatteso per il centrodestra.
Il caso del video dei vannacciani
A far esplodere la protesta è stato il filmato con cui i deputati di Futuro Nazionale si sono ripresi mentre esprimevano il proprio voto durante lo scrutinio segreto, per allontanare da sé il sospetto di essere tra i franchi tiratori. Diversi deputati di opposizione hanno chiesto al presidente di turno Giorgio Mulè di sospendere i lavori per quella che hanno definito una condotta irregolare.
La richiesta di convocare l’Ufficio di presidenza dei questori è stata respinta con 196 voti contrari, scatenando la reazione delle minoranze, che hanno lasciato i propri scranni per occupare i banchi del governo. Dopo diversi richiami all’ordine, Mulè ha sospeso la seduta. Nel corso della bagarre il deputato Roberto Giachetti è stato espulso per aver “sfidato la presidenza”.
Le accuse incrociate
Nella concitazione, le opposizioni hanno puntato il dito anche contro un deputato di Futuro Nazionale, Domenico Furgiuele, che secondo le accuse avrebbe pronunciato in aula il nome di Hitler. Un episodio, va precisato, riferito dalle minoranze e non confermato da riscontri ufficiali: sarà eventualmente agli organi della Camera valutare quanto accaduto.
Lo stesso Furgiuele, in una dichiarazione successiva, ha rivendicato la posizione del proprio gruppo sulle preferenze, sostenendo di avere “la coscienza pulita”. Sulla stessa linea il leader del movimento, Roberto Vannacci, che ha commentato l’accaduto con una stoccata agli alleati: “Ieri hanno vinto ancora gli infami della poltrona”.
La conta dei voti mancanti
Intanto nel centrodestra è partita la caccia ai responsabili. I voti mancati sarebbero almeno una trentina, secondo i conti che circolano nei capannelli parlamentari: il capogruppo leghista Riccardo Molinari parla di 31, escludendo defezioni nel proprio partito.
Il capogruppo di FdI Galeazzo Bignami difende i suoi: “Su Fratelli d’Italia posso mettere la mano sul fuoco, forse anche due”. Ha poi contato gli assenti del proprio gruppo, cinque compresa la stessa Meloni, che a suo dire “non era nemmeno prevista”, segnalando invece che alcuni colleghi di maggioranza “platealmente, ostentatamente non hanno votato”.
La maggioranza tira dritto
Respinta con decisione la richiesta di dimissioni. Si è trattato di “un voto parlamentare”, ha spiegato Bignami: “Nessuno aveva detto mi dimetto se non passa”. Di “incidente di percorso” ha parlato il vicepremier Antonio Tajani, rimasto in aula tutto il pomeriggio: “Non sarebbe dovuto accadere, bisognerà riflettere, ma si va avanti”.
Per il ministro Francesco Lollobrigida si è trattato di una “cosa puntiforme”, non di un dissenso organizzato, pur lasciando aperta la porta a eventuali conseguenze “quando sarà il momento”. Il ministro Luca Ciriani ha ribadito: “Intendiamo andare avanti e concludere l’esperienza di governo”.
Il retroscena sui sospetti interni
Sulla ricerca dei responsabili si sono spinti oltre alcuni retroscena di stampa. Secondo una ricostruzione firmata da Ilario Lombardo su La Stampa, ripresa da altre testate, i sospetti della premier si dirigerebbero anche verso deputati considerati vicini a Marina Berlusconi, presidente di Fininvest, che secondo questa lettura non avrebbe interesse a concedere a Fratelli d’Italia un peso eccessivo nell’anno in cui si dovrà scegliere il prossimo presidente della Repubblica.
Si tratta, va detto con chiarezza, di una ipotesi giornalistica priva di riscontri: nessuna prova, nessuna conferma, nessuna dichiarazione dei diretti interessati. Marina Berlusconi non è parlamentare e non ha partecipato ad alcuna votazione, e la segretezza dello scrutinio rende per definizione impossibile attribuire un voto a chicchessia. Il Corriere, dal canto suo, riferisce di voci relative ad alcuni parlamentari meloniani del Sud che avrebbero disatteso l’indicazione della leader.
La partita si sposta al Senato
C’è infine chi guarda già al secondo tempo. Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha ricordato che a Palazzo Madama, sul punto, il regolamento non prevede il voto segreto: ci sarà quindi la “possibilità concreta di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera”.
Le opposizioni, dal canto loro, rivendicano il risultato della linea unitaria: “Ci siamo presentati unite mentre la maggioranza si è subito divisa al voto segreto”, ha sottolineato Elly Schlein. E hanno annunciato il ritiro di tutti i propri emendamenti, definendo la legge elettorale “una farsa”. La riforma, intanto, resta in mezzo al guado.
