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Spese militari, l’Europa ne investe sempre di più: chi ci guadagna davvero

12/08/2026 12:14

Dopo decenni di narrazione pacifista e demilitarizzata, l’Unione Europea si trova oggi a fare i conti con una svolta improvvisa: la richiesta, rivolta agli Stati membri, di investire sempre di più nella difesa comune. Un cambio di rotta radicale rispetto alla convinzione, coltivata per anni, che l’euro e l’integrazione europea avrebbero reso impensabile un nuovo conflitto sul continente.

La corsa al riarmo europeo: spese militari in aumento in tutta l’Unione Europea

Dalla narrazione pacifista alla corsa al riarmo

Secondo l’analisi firmata da Gianluigi Paragone su Panorama, la crisi in Ucraina e quella a Gaza avrebbero rimesso bruscamente in discussione decenni di retorica sulla fine dei conflitti in Europa. Le pressioni provenienti dagli Stati Uniti sul tema della copertura Nato, insieme alla percezione di un Vladimir Putin descritto come minaccia diretta per il continente, avrebbero spinto Bruxelles a cambiare completamente narrazione, passando dalla promozione della pace a quella del riarmo.

L’Italia e i 14,9 miliardi del fondo Safe

Proprio su questo fronte, l’Italia starebbe valutando di utilizzare i finanziamenti del fondo europeo Safe per un importo di 14,9 miliardi di euro. Il ministro della Difesa Guido Crosetto avrebbe definito le armi “medicine”, un’espressione che secondo l’analisi risulterebbe quantomeno infelice, ricordando come il regolamento Safe imponga un vincolo preciso sulla provenienza europea dei materiali: almeno il 65% dei componenti di ogni sistema d’arma acquistato con questi prestiti deve provenire dall’Unione Europea, dallo Spazio economico europeo, dall’Efta o dall’Ucraina, che nel frattempo, grazie proprio ai fondi europei, sarebbe diventata un player mondiale nella produzione di droni.

Il paradosso del “Made in Ue” nel settore militare

Un altro paradosso sollevato dall’analisi riguarda la reale autonomia produttiva europea nel comparto della difesa: il cosiddetto “Made in Ue” nel settore militare dipenderebbe fortemente da componenti essenziali, come semiconduttori avanzati, terre rare e sensori di fascia alta, quasi esclusivamente in mano a Stati Uniti, Cina e Taiwan, un dettaglio che ridimensionerebbe non poco l’idea di una vera indipendenza strategica europea nella produzione bellica.

Chi guadagna davvero dalla corsa al riarmo

Secondo l’analisi, l’esborso militare complessivo del continente avrebbe già superato gli 864 miliardi di dollari, per un totale stimato tra i 455 e i 465 miliardi di dollari sommando i 27 Stati Ue, in salita rispetto ai 370 miliardi del 2024. La Germania risulterebbe oggi il primo Paese europeo e il quarto al mondo per spesa militare, con 113,6 miliardi di dollari, in crescita del 23,9%, davanti a Regno Unito e Francia. La Polonia, quattordicesima nel mondo, sarebbe cresciuta del 23%, arrivando a 46,8 miliardi. L’Italia avrebbe aumentato la propria spesa militare del 20%, toccando 48,1 miliardi di dollari, dodicesima nel mondo.

Per fare un confronto, la Russia avrebbe investito 190 miliardi di dollari nel 2025, pari al 7,5% del proprio Pil, un dato che, in termini aggregati, resterebbe comunque inferiore a più del doppio rispetto alla spesa complessiva europea, con un rapporto stimato di circa 2,4 a 1 a favore dell’Europa.

Il vero controsenso del progetto europeo

Uno dei punti più critici dell’analisi riguarda proprio la coerenza del progetto di integrazione europea: se per anni la retorica ufficiale ha sostenuto che l’unità europea servisse a sconfiggere nazionalismi e sovranismi, oggi la stessa Commissione lascerebbe che siano i singoli Stati a indebitarsi individualmente per acquistare armi, in un contesto in cui l’esercito europeo comune, di fatto, ancora non esiste.

La morale della vicenda: chi guadagna dalla guerra

L’analisi si chiude con una considerazione più ampia sull’utilità reale dei conflitti in corso: secondo Paragone, le guerre in Ucraina, a Gaza e in Iran dimostrerebbero come i conflitti armati non risolvano davvero nulla, non producano vincitori né alcun reale miglioramento delle situazioni che li hanno originati. L’unica vera constatazione, conclude l’analisi, riprendendo idealmente una celebre battuta di Alberto Sordi, sarebbe che finché c’è guerra, c’è speranza: ma soltanto per i venditori di armi.

Fonte: Panorama, analisi di Gianluigi Paragone

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