
Il profilo psicologico di Alberto Stasi torna al centro del dibattito pubblico sul caso Garlasco. Durante la trasmissione Incidente Probatorio, in onda su Canale 122 – Fatti di Nera, lo psicologo e criminologo Marco Strano ha offerto un’analisi tecnica che mette in discussione alcune etichette mediatiche attribuite negli anni all’ex imputato, in particolare quella di presunto “disturbo parafilico”.
La distinzione tra interesse atipico e disturbo clinico
Secondo Strano, parlare di parafilia in assenza di una valutazione clinica strutturata è metodologicamente scorretto. Lo psicologo ha chiarito che un disturbo parafilico, dal punto di vista diagnostico, può essere riconosciuto solo quando un interesse sessuale atipico è persistente nel tempo e provoca sofferenza clinicamente significativa, compromissione del funzionamento quotidiano o danno concreto verso terzi.
«La diagnosi di disturbo parafilico – ha spiegato – si può formulare solo quando ricorrono criteri clinici ben precisi. Dalla semplice osservazione esterna del comportamento di Stasi non emergevano elementi compatibili con tali criteri». Strano ha inoltre sottolineato come, per arrivare a una diagnosi, sarebbero necessari test psicodiagnostici e colloqui clinici approfonditi, strumenti che non risultano essere stati utilizzati.
Le immagini nel computer e il contesto tecnologico dell’epoca

Un altro punto centrale dell’analisi riguarda il ritrovamento di migliaia di immagini pornografiche nel computer di Stasi, spesso citato come elemento chiave nella costruzione di un presunto profilo patologico. Strano ha invitato a contestualizzare quei numeri nel periodo storico in cui furono acquisiti.
«Parliamo del 2006-2007, un’epoca precedente allo streaming – ha spiegato – in cui chi fruiva di pornografia tendeva a scaricare grandi quantità di file per creare un archivio personale». Secondo lo psicologo, una raccolta di circa 7.000 immagini non rappresentava un’anomalia per quegli anni, soprattutto considerando l’uso diffuso di sistemi peer-to-peer e cartelle compresse con denominazioni standard in lingua inglese.
Nessuna diagnosi di pornodipendenza
Strano ha escluso anche la possibilità di diagnosticare una pornodipendenza in assenza di indicatori clinici evidenti. I sintomi tipici di questa condizione – come isolamento sociale, deterioramento delle relazioni affettive, calo del rendimento lavorativo o accademico – non risultavano manifesti nel comportamento osservabile di Stasi.
«Senza una valutazione clinica accurata – ha precisato – non è possibile parlare di pornodipendenza. In questo caso, inoltre, non emergono indicatori palesi compatibili con tale quadro diagnostico».
Il movente e il rapporto tra pornografia e violenza
Uno degli aspetti più controversi del dibattito riguarda l’ipotesi che la fruizione di pornografia possa costituire un movente o un fattore scatenante per un omicidio. Su questo punto, Strano è stato netto, richiamando studi scientifici internazionali.
Secondo lo psicologo, non esistono evidenze che colleghino direttamente il consumo di materiale pornografico all’aumento dell’aggressività generalizzata o alla commissione di omicidi. Citando il cosiddetto “modello di confluenza”, elaborato da Taylor Kohut, Strano ha spiegato che solo una combinazione di fattori specifici in soggetti già inclini alla violenza può, in alcuni casi, favorire comportamenti aggressivi, ma non esiste una correlazione automatica.
«Se ci fosse un legame diretto tra pornografia e omicidio – ha affermato – le strade di Europa, Stati Uniti e Australia sarebbero piene di cadaveri. I dati scientifici non supportano questa ipotesi».
Un dibattito ancora aperto
L’intervento di Marco Strano riporta al centro dell’attenzione la necessità di distinguere tra narrazione mediatica e valutazione scientifica, soprattutto in casi giudiziari che continuano a suscitare forte interesse pubblico. L’analisi presentata non entra nel merito delle responsabilità penali, ma si concentra esclusivamente sugli aspetti psicologici, invitando a evitare semplificazioni e diagnosi improprie.
Nel caso Garlasco, il profilo psicologico di Alberto Stasi resta dunque un tema complesso, che secondo gli esperti può essere affrontato solo con strumenti clinici adeguati e non attraverso etichette costruite a posteriori.
