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Coronavirus, eurobond e Mes: cos’è stato proposto nella riunione dell’Eurogruppo

La partita tra i Paesi del Nord e quelli del Sud giocata attorno al tavolo europeo continua. Da una parte Germania, Paesi Bassi, Austria e Finlandia continuano a ribadire la sufficienza degli elementi già presenti per affrontare la crisi causata dal Coronavirus. Dall’altra invece Italia, Francia, Spagna e gli altri persistono nel sostenere la necessità di introdurre nuove soluzioni, a partire dall’emissione degli eurobond.

Coronavirus, cosa propone l’Eurogruppo

Sono settimane che se ne parla, ma soprattutto se ne discute. Il Presidente Conte cerca di fare la voce grossa, e ha dichiarato più e più volte che conferma la posizione contraria al Mes. Al termine della riunione dell’Eurogruppo, iniziata martedì pomeriggio in videoconferenza e conclusa ieri in tarda serata, è stato ribadito un copione già noto: la risposta alla crisi da Coronavirus rimane a carico dei bilanci nazionali. E per contrastarla l’Eurogruppo fornisce una triplice “rete di sicurezza”.

Questa rete si divide tra i lavoratori, le imprese e gli Stati. Per quanto riguarda la prima categoria, è stato presentato il piano SURE, uno strumento contro la disoccupazione garantito da tutti gli Stati dell’Eurozona, che serve a salvaguardare l’occupazione nei Paesi più colpiti dal Covid-19, come Italia e Spagna. Si tratta di un prestito, quindi, per finanziare il maggior costo sostenuto dagli Stati per strumenti come la cassa integrazione. Si parla di raccogliere fondi per 100 miliardi di euro emettendo obbligazioni, facendo leva su 25 miliardi di garanzie fornite dai Paesi membri dell’Unione europea. E’ un prestito che, comunque, rimane soggetto a specifiche condizioni di rimborso e di erogazione.

Il secondo piano è quello per le imprese. La BEI, la Banca europea per gli investimenti, facendo leva su 25 miliardi di garanzie fornite dai Paesi dell’Unione europea, dovrebbe erogare prestiti per 75/100 miliardi che, cofinanziati da altre banche, dovrebbero fornire liquidità per circa 200 miliardi alle imprese.

Infine, il terzo riguarda gli Stati ed è il Mes. Il Fondo salva stati metterà a disposizione una linea di credito “precauzionale” per un totale di 240 miliardi di euro per i Paesi dell’Eurozona. In questo caso, sono state eliminate le condizioni per le spese legate all’emergenza sanitaria causata dal coronavirus. Per quanto riguarda le spese connesse al sostegno economico, invece, si mantengono tutte le condizionalità. La decisione finale su SURE, BEI e MES, però, dopo l’accordo dell’Eurogruppo, dovrà essere presa dal Consiglio europeo.

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Coronavirus, cosa sono gli eurobond

Che li si chiami eurobond o coronabond non cambia nulla: in ogni caso si parla di obbligazioni emesse per far fronte alle spese legate alla diffusione dell’epidemia. Gli Stati chiedono soldi in prestito per finanziare le loro attività. È uno strumento emesso non da uno Stato, ma dai Paesi dell’Unione Europea nel suo insieme. In pratica, si mette in comune il debito tra più Paesi.
Gli eurobond stanno letteralmente spaccando l’Unione europea a metà. La posizione dei Paesi del nord può essere riassunta grazie alle parole del ministro delle Finanze austriaco Gernot Bluemel, il quale ha dichiarato che considera “poco serio il dibattito sugli eurobond, perché tutti sanno che si dovrebbero cambiare i trattati fondativi della UE. Abbiamo già strumenti sufficienti per tutto quanto necessario”. L’Austria, poi, insiste sulla necessità di porre condizioni sul controllo dei conti pubblici dei Paesi beneficiari nel medio lungo termine. Il pericolo è che una condizionalità “light” oggi, non escluda che sia rigorosa a emergenza finita.

Qualche giorno fa si era posto sulla stessa linea anche il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoekstra, e davanti alla commissione Finanze del Parlamento dell’Aia ha detto: “No agli eurobond, sì al Meccanismo europeo di stabilità, da usare con le relative condizionalità per tutte le spese che vadano oltre quelle strettamente sanitarie a breve termine”. Come ha dire che non c’è spazio per la solidarietà quando si parla di soldi.

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Coronavirus, l’accordo sugli eurobond è lontano

Sebbene quello degli eurobond sia uno strumento del tutto nuovo, qualcosa di simile nell’Unione europea esiste già. Si tratta dei fondi emessi da BEI e Mes, formalmente garantiti dal capitale versato dagli Stati membri. Questi fondi vengono prestati alle imprese o agli Stati con precise condizioni, come farebbe qualsiasi banca. Inoltre, ci sono quelli emessi dagli Stati e comprati e detenuti dalla BCE, 2.200 miliardi, di cui 400 italiani, “stampando” moneta. Anche in questo caso, la garanzia è fornita da tutti gli Stati membri. La BCE li può detenere entro certi limiti, solo temporaneamente rimossi, e potrebbe chiederne il rimborso a scadenza ma, per il momento, li rinnova. Si tratta pur sempre sempre di debiti per il Paese beneficiario.

Tutto considerato, quindi, è più o meno quanto già accade col bilancio dell’Unione europea da circa 140 miliardi, ovvero l’1% del PIL, e che vede l’Italia come un contributore netto per 5,2 miliardi in media negli ultimi sette anni. La differenza sostanziale che si vuole introdurre, e che secondo il Presidente del Bundestag Wolfgang Schauble va contro la Costituzione tedesca, è un fondo comune di garanzia. Si parla quindi dell’ERF, European Recovery Fund: questo servirebbe per emettere titoli sui mercati, e per utilizzare quei fondi non più per prestare, ma per erogare contributi a fondo perduto direttamente a sostegno delle spese degli Stati.

C’è il rischio che su molti punti il Consiglio europeo non riesca a trovare un accordo. Chi e in che misura contribuisce al fondo di garanzia per emettere obbligazioni? Saremo ancora in prima fila? Chi decide cosa e come finanziare? Perché solo le spese mediche e non anche un piano per il taglio del cuneo fiscale per consentire la ripresa, per esempio? Come allocare la spesa tra i diversi Stati? Rischiamo di essere sempre contributori netti? Come reperire le entrate per il servizio del debito dell’ERF? Con un aumento a livello UE dell’IVA? Con imposte nazionali?

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Il Mes potrebbe diventare una scelta obbligata

Secondo molti Stati, la mutualizzazione del debito derivante dai costi per fronteggiare questa crisi è inaccettabile, e hanno ribadito che essa esiste già e sono i circa 800 miliardi di obbligazioni emesse da BEI e MES (inclusi i predecessori EFSF, EFSM) che sono concepiti per prestare e non per dare contributi a fondo perduto. Questo ruolo è già svolto dal bilancio UE, che però si guarda bene dall’emettere obbligazioni e distribuisce i 140 miliardi annui raccolti tra gli Stati membri. Infine, gli eurobond dovrebbero essere rimborsati con entrate proprie dell’Unione, e la cosa non piace affatto.

Tutto questo accade mentre Bankitalia ci fa sapere che il saldo Target2 (passività verso la BCE) a marzo è salito di 107 miliardi, attestandosi a 491 miliardi a fine marzo. Un incremento mensile senza precedenti. Nel quadro generale, poi, le banche straniere stanno ritirando i depositi e vendendo titoli di Stato, mentre i residenti comprano attività finanziarie estere.

Gli investitori stanno facendo già le loro scelte. Se l’Italia non riuscirà a vincere la lotta per gli eurobond, nonostante quanto dichiarato dal Presidente Conte, il timore è che a un certo punto la BCE non potrà più offrire la propria protezione a causa dei limiti che potrebbe imporre la Corte Costituzionale tedesca il prossimo 5 maggio. E a quel punto il MES sarà una scelta obbligata. >> Tutte le notizie di UrbanPost

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