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Coronavirus, Giuseppe Remuzzi: «I nuovi positivi non sono più contagiosi!»

Le ricerche sul Coronavirus iniziano a portare una speranza in più. In un’intervista a Il Corriere della Sera Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Ricerche Farmacologiche “Mario Negri”,  ha spiegato come i nuovi positivi al Covid-19 non siano più contagiosi. Remuzzi parla dei risultati di uno studio dell’istituto e spiega al quotidiano la questione, che potrebbe avere grandi ripercussioni se la scoperta fosse confermata.

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giuseppe remuzzi coronavirus

Coronavirus, Giuseppe Remuzzi

Il professore Giuseppe Remuzzi prova a spiegare nel modo più semplice possibile come funziona la carica virale e come vanno interpretati i dati. «Per la ricerca del virus si usa la tecnica della reazione a catena della polimerasi (Pcr), in grado di amplificare alcuni specifici frammenti di Dna in un campione biologico. Per il Covid-19, funziona così. Il genoma del coronavirus presente sui tamponi, ovvero l’Rna, viene trascritto a Dna e amplificato mediante tecnica Pcr, che aumenta enormemente il materiale genetico di partenza. Più elevato è il contenuto sul tampone di Rna, quindi di virus, e meno dovrà essere amplificato». Lo studio condotto dall’Istituto si è basato su un campione di circa 400 persone di cui 40 sono risultate positive.

giuseppe remuzzi coronavirus

Chiudere la Lombardia?

«Ma la positività di questi tamponi emergeva solo con cicli di amplificazione molto alti, tra 34 e 38 cicli, che corrispondono a meno di diecimila copie di Rna virale». In poche parole il professor Remuzzi spiega: «Sono casi di positività con una carica virale molto bassa, non contagiosa. Li chiamiamo contagi, ma sono persone positive al tampone. Commentare quei dati che vengono forniti ogni giorno è inutile, perché si tratta di positività che non hanno ricadute nella vita reale».

In questi giorni si sta parlando della possibilità di richiudere la Lombardia visto che ha il 70/80 % dei nuovi contagi. Il professor Remuzzi non crede che sia necessario. «Ma per carità. Piuttosto, l’Istituto superiore della Sanità e il governo devono rendersi conto di quanto e come è cambiata la situazione da quel 20 febbraio ormai lontano. E devono comunicare di conseguenza. Altrimenti, si contribuisce, magari in modo involontario, a diffondere paura ingiustificata». >> Tutte le notizie sul Coronavirus

 

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