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Coronavirus in Italia, l’OMS: «Preoccupa l’aumento dei casi»

L’allarme coronavirus non si arresta e probabilmente il numero dei casi crescerà ancora, e velocemente. Un motivo c’è e bisogna sottolinearlo: l’incremento delle analisi specifiche sta facendo riscontrare sempre più casi che prima non venivano riconosciuti. Nonostante questo, la paura nella popolazione c’è ed è comprensibile. Bisogna continuare a seguire le norme igieniche raccomandate dall’Oms, ma evitare di cadere nella psicosi da contagio. A proposito, oggi è intervenuto in conferenza stampa il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus.

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Coronavirus, Oms: “Non è una pandemia”

“L’improvviso aumento di casi” del nuovo coronavirus “in Italia, Iran e Corea sono profondamente preoccupanti”, ha spiegato il direttore dell’Oms da Ginevra. “C’è molta speculazione sul fatto che questo aumento possa indicare che l’epidemia diventi pandemia: capiamo perché ci chiedete questo. Ma per il momento non vediamo necessità di cambiare definizione. Come sapete l’Oms ha già dichiarato Covid-19 un’emergenza sanitaria di interesse internazionale. La decisione di usare il termine pandemia è basata su una valutazione in corso che si basa sull’analisi della diffusione e della severità del virus e sull’impatto che ha su tutta la società. Per il momento non stiamo vedendo una diffusione, ma potrebbe comunque sicuramente avere un potenziale pandemico”.

“Siamo passati da una fase di importazione a una di diffusione autoctona del virus, com’era avvenuto ad esempio in Veneto per la West Nile. È un salto importante”, ha detto ieri l’esperto Giorgio Palù, ordinario di microbiologia e virologia all’Università di Padova. “La presenza di focolai autoctoni significa che più che aprire una caccia alle streghe e concentrarci sulla minaccia che viene dall’esterno, sarebbe opportuno rintracciare eventuali errori nella catena di comando ed eventualmente nel sistema sanitario. E andare alla ricerca delle cause”.

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Coronavirus, smentita la notizia della donna morta a Crema

La Regione Lombardia ha smentito la morte della donna di Crema, data stamani per deceduta da fonti ospedaliere degli Spedali civili di Brescia. “In merito alla notizia diffusa dagli organi di stampa in relazione ad una morte agli Spedali Civili di Brescia- spiega una nota della Regione stessa-, sentita la Direzione Sanitaria dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale, Regione Lombardia smentisce tale informazione, precisando che in tale struttura non si è verificato alcun decesso”.

Le vittime, comunque, rimangono sei: cinque in Lombardia e una in Veneto. L’ultima registrata è un ottantenne di Castiglione d’Adda, risultato positivo al coronavirus. Giovedì scorso era stato portato dal 118 all’ospedale di Lodi per un infarto, stesso giorno in cui era arrivato il 38enne che è stato il primo paziente risultato positivo al virus. L’ottantenne è stato ricoverato in rianimazione e poi, risultato positivo al virus, trasferito al Sacco di Milano dove è deceduto. È il quinto decesso in Lombardia dove i contagiati sono saliti a 172. In Veneto invece i casi confermati sono saliti a 32. Un’altra vittima di oggi era residente a Caselle Landi, in provincia di Lodi. L’uomo aveva 88 anni. Sempre oggi è morta una terza persona. Si tratta di un uomo di 84 anni che era ricoverato al Giovanni XXIII di Bergamo.

coronavirus sesta vittima

Coronavirus, l’infettivologo Galli: “Epidemia innesca nel contesto ospedaliero”

In un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera l’infettivologo Massimo Galli ha spiegato che “da noi si è verificata la situazione più sfortunata possibile, cioè l’innescarsi di un’epidemia nel contesto di un ospedale. Purtroppo in questi casi, un ospedale si può trasformare un uno spaventoso amplificatore del contagio se la malattia viene portata da un paziente per il quale non appare un rischio correlato. Il contatto con altri pazienti con la medesima patologia oppure la provenienza da un Paese significativamente interessato dall’infezione”. In pratica il primo paziente che si è recato all’ospedale di Codogno, il 38enne poi ricoverato in terapia intensiva, è stato inizialmente trattato senza le necessarie precauzioni, perché non è stato possibile identificare subito la patologia. Ma come ha sottolineato lo stesso Galli, se anche avessimo fermato alla frontiera il paziente zero, che presumibilmente è entrato in Italia in una fase di incubazione del coronavirus, non è detto che saremmo stati in grado di individuare i sintomi, vista la mancata manifestazione.

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