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Coronavirus, infermiere: «La notte mi sveglio di colpo. Penso e ripenso, ma quando finirà?»

L’emergenza del Coronavirus passa anche attraverso le immagini. Sull’account Instagram de ‘Il Corriere della Sera’ è stato rilanciato l’articolo di Enrico Galletti, che ha voluto raccontare la storia di Paolo Miranda, infermiere in ‘trincea’ ai tempi del Covid-19. Appassionato di fotografia quest’ultimo ha documentato le giornate in corsia. Uno scatto ritrae una sua collega per terra, esausta, che si lascia andare ad un pianto sincero. «Un momento di sconforto e la caposala che le va incontro, si piega, le dice che andrà tutto bene. Siamo persone, non eroi», ha spiegato Paolo.

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Coronavirus, infermiere: «La notte mi sveglio di colpo. Penso e ripenso, ma quando finirà?»

«Sono le sette, il turno è finito: dodici ore in corsia». Medici, infermieri e staff sanitario arrivano agli ospedali che c’è il sole ed escono che è buio. «Prima di andartene via ti butti sotto l’acqua e ti lavi dalla testa ai piedi: hai la sensazione di toglierti di dosso il virus, di uscire pulito». Lasciato il nosocomio si ha solo voglia di tornare a casa, mettersi in macchina. Niente radio, solo il bisogno di silenzio. Quanto rumore però nella testa: dicono tutti che col tempo passa, ma quand’è che quest’epidemia passa?

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«Siamo persone, non eroi», il racconto di Paolo Miranda

Paolo Miranda fa l’infermiere da nove anni. Rianimazione, terapia intensiva a Cremona. «Siamo l’ultima spiaggia. Da noi, dove i letti scarseggiano, arrivano pazienti in condizioni disperate. Ed è una follia dire ai giovani che sono esclusi da questa emergenza: ci sono anche loro». Purtroppo i letti della rianimazione sono pieni. «Dall’inizio dell’emergenza non ho ancora visto una persona sveglia, qui sono tutti intubati». E sono anche soli. «Niente parenti che vanno e vengono con borse di roba. Il reparto è chiuso: tutti fuori. Uno di noi a fine giornata si fa carico delle telefonate: ci sono genitori e figli che stanno appesi al filo ad attendere una nostra chiamata. Non sono tutte belle. C’è chi muore lì, con i vestiti di quando è entrato», ha spiegato l’infermiere. Ci sono però anche belle notizie: «Prendi due giorni fa. Una mia collega ha fatto il tampone. Eravamo in corsia, le hanno detto che era negativa e si è messa a saltare in reparto dalla gioia», ha raccontato Paolo.

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(✏️Enrico Galletti) «Sono le sette, il turno è finito: dodici ore in corsia». Non ci si può sbagliare: sette del mattino, sette di sera. Entri che c’è luce, esci che è buio. «Prima di andartene via ti butti sotto l’acqua e ti lavi dalla testa ai piedi: hai la sensazione di toglierti di dosso il virus, di uscire pulito». Poi ti metti in macchina e la giornata ti passa davanti. Vuoi solo tacere, non accendi nemmeno la radio. Paolo Miranda fa l’infermiere da nove anni. Rianimazione, terapia intensiva a Cremona. «Siamo l’ultima spiaggia. Da noi, dove i letti scarseggiano, arrivano pazienti in condizioni disperate. Ed è una follia dire ai giovani che sono esclusi da questa emergenza: ci sono anche loro». Paolo è appassionato di fotografia, ma per gli hobby ora non c’è tempo. Allora ha preso la sua macchina fotografica e ha documentato il lavoro in trincea di questi giorni. In uno scatto una sua collega è per terra, stremata. Piange. «Un momento di sconforto e la caposala che le va incontro, si piega, le dice che andrà tutto bene. Siamo persone, non eroi». I letti della rianimazione sono pieni. «Dall’inizio dell’emergenza non ho ancora visto una persona sveglia, qui sono tutti intubati». E soli. «Niente parenti che vanno e vengono con borse di roba. Il reparto è chiuso: tutti fuori. Uno di noi a fine giornata si fa carico delle telefonate: ci sono genitori e figli che stanno appesi al filo ad attendere una nostra chiamata. Non sono tutte belle. C’è chi muore lì, con i vestiti di quando è entrato». Non va sempre così. «Prendi due giorni fa. Una mia collega ha fatto il tampone. Eravamo in corsia, le hanno detto che era negativa e si è messa a saltare in reparto dalla gioia». Dopo dodici ore il turno finisce, si va a casa. «Vivo con mia moglie Corinne, è un’infermiera anche lei. Indovina di cosa si parla a cena…. non si stacca mai, nemmeno a casa: pensi e ripensi a quello che hai fatto, al giorno dopo, a quando tutto finirà». Finchè è notte. «Mi sveglio di colpo, si dorme poco. A volte mi giro nel letto e trovo mia moglie con gli occhi aperti, anche lei insonne». Finché suona la sveglia. Cinque e mezzo. Che sia un buongiorno. ✏️ @enrico_galletti

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Coronavirus: «Vivo con mia moglie Corinne, è un’infermiera anche lei. Non si stacca mai del tutto…»

Dopo dodici ore il turno finisce, si lascia l’ospedale. Ma Paolo non stacca mai, nemmeno quando è a casa. «Vivo con mia moglie Corinne, è un’infermiera anche lei. Indovina di cosa si parla a cena…. (…) Pensi e ripensi a quello che hai fatto, al giorno dopo, a quando tutto finirà». Finché è notte. La temuta notte. «Mi sveglio di colpo, si dorme poco. A volte mi giro nel letto e trovo mia moglie con gli occhi aperti, anche lei insonne». Poi alle cinque e mezzo suona la sveglia e si ricomincia. Si riparte con la speranza che sia davvero un buongiorno. Migliore del precedente. 

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Written by Cristina La Bella

Cristina La Bella è redattrice di "UrbanPost". Sin da bambina sogna di diventare giornalista. Si laurea nel 2014 in "Lettere Moderne" e nel 2017 in "Filologia Moderna" all'Università La Sapienza di Roma. Il 16 aprile 2018 riceve il riconoscimento di "Laureato Eccellente" per il suo percorso di studi. Cofondatrice di "Voci di Fondo", ha scritto, tra i tanti, con giornali quali "Prima Pagina Online", "Newsly", “SuccedeOggi" e “LuxGallery”. Nel tempo libero le piace leggere, vedere film e fare shopping. Il più grande amore: i suoi nipotini.

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