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Coronavirus, modello Corea del Sud in Italia: perché è necessario seguire l’esempio di Seul

È tempo di seguire il modello Corea del Sud: dalla pandemia di coronavirus l’Italia ne sta uscendo martoriata, anzi forse non ne sta uscendo proprio. Si rende dunque necessario cambiare strategia. Le misure fin qui adottate, nonostante le ulteriori restrizioni del governo, non sembrano restituire risultati soddisfacenti in termini di numeri. Contagi e decessi aumentano di giorno in giorno: solo ieri, venerdì 20 marzo, il bollettino della Protezione Civile delle 18 ha fornito un altro drammatico quadro delle 24 ore precedenti. 47 mila contagiati ‘ufficiali’ e 4.032 morti. Sì, perché ai contagi noti si dovrebbero aggiungere tutti quelli ancora inesplosi o non controllati. Ecco allora che gli esperti guardano ad altre soluzioni e sembrano trovarle nel modello Corea del Sud.

coronavirus modello corea sud

Coronavirus, modello Corea del Sud: in cosa consiste

Migliaia di morti e altrettanti contagi ci separano dallo stato dell’Asia Orientale che conta ‘solo’ 8.652 infetti e 92 decessi. Ed è proprio lo studio del grafico della Corea del Sud a spingere Walter Ricciardi – consulente scientifico del ministro della Salute Roberto Speranza – a convincersi che seguire la strategia adottata da Seul possa essere la soluzione. «D’accordo con il ministro, – ha riferito a Repubblica – sto proponendo che la si adotti anche in Italia, abbiamo già attivato un gruppo di studio per definire i dettagli».

In cosa consiste? Nello “spiare” le persone positive al coronavirus attraverso i dati medici, il gps dello smartphone, le carte di credito, le telecamere di sorveglianza. Incrociando tutte queste informazioni, le autorità sanitarie coreane hanno rintracciato quanti potenzialmente entrati in contatto con Covid-19 e li hanno isolati, in casa o in ospedale, in base alle condizioni di salute e all’esito del tampone. In più, un’app segnalava i luoghi in cui erano stati i soggetti a rischio e chi li aveva frequentati poteva sottoporsi volontariamente al test.

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Tanti tamponi ai soggetti più a rischio

L’adozione del modello Corea del Sud in Italia, secondo Enrico Bucci, professore di Biologia dei sistemi alla Temple University di Philadelphia, che da giorni studia l’andamento dell’epidemia, potrebbe risultare efficace «soprattutto in quelle regioni meridionali che stanno vivendo una situazione simile a quella della Corea del Sud a inizio epidemia». Laddove gli arrivi dal Nord non sono stati incontrollati e il livello è ancora basso si potrebbe procedere con «tanti tamponi ma diretti ai soggetti più a rischio, il personale medico, chi è a rischio per la professione che esercita, infine a chi è entrato in contatto con i contagiati, rintracciato tramite gli strumenti tecnologici».

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Gli ostacoli all’applicazione del modello Seul in Italia

Gli ostacoli posti al modello Corea del Sud dal diritto italiano sono però, come spiega il professor Bucci, «tali da impedire una simile intromissione nella vita privata dei cittadini». Lo stesso è ribadito da Ricciardi che, tuttavia, precisa: «Bisogna capire che ci troviamo di fronte a una situazione di estrema gravità». Dunque, risolti i problemi di privacy, «penso con una legge ad hoc, siamo pronti a partire, perché dal punto di vista tecnologico abbiamo tutto ciò che occorre, a cominciare dagli operatori del settore (compagnie telefoniche, banche, ecc.) che ci hanno offerto il massimo della collaborazione», ha aggiunto.

Con una precisazione: «Io ne farei una strategia nazionale e la applicherei anche alla Lombardia», ha precisato Ricciardi spiegando come il modello sia da adottare non solo nelle regioni a contagio ‘limitato’. «Se attiviamo la stessa strategia di Seul possiamo accelerare. È questo che ora dobbiamo cercare di far capire a tutti».

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