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Draghi e l’ipotesi di dimissioni sul tavolo, il quadro ora si complica: “Mario, non ti disunire”

Quirinale, Draghi e l’ipotesi di dimissioni: il quadro si complica – “Davanti a Draghi Due che nostalgia di Draghi Uno”, scrive Sofia Ventura, docente associato presso l’Università di Bologna, sull’«HuffPost». “Mario Draghi è in fuga verso il Colle e incredibilmente per non turbare quella corsa è desaparecido”, l’osservazione appuntita, come una matita appena temperata, di Franco Bechis su «Il Tempo». “Il Governo si è inceppato. In un mese l’esecutivo Draghi ha compiuto passi falsi su almeno tre questioni decisive per il paese”, l’affondo durissimo del leader di Azione Carlo Calenda, che evoca una “proposta indecente”. Non meno tagliente Roberto D’Agostino nella “Dagonota”uscita nel tardo pomeriggio di ieri: “In Consiglio dei ministri, un altro pezzo di Draghi si è sbriciolato. Vedere il celebrato SuperMario farsi strattonare sulle misure anti-Covid dai rigoristi Pd, Fi e Leu e dalla Lega che minaccia lo strappo su obbligo vaccinale e green pass rafforzato, costretto quindi a una faticosa e penosa mediazione, ha dimostrato che l’ex governatore della Bce non è all’altezza di essere un leader”.

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Draghi e l’ipotesi di dimissioni sul tavolo, il quadro ora si complica: “Mario, non ti disunire”

Che sembra un modo garbato per dire Draghi è uno “come tutti quant’ llate”. Il regista Antonio Capuano al protagonista di “È stata la mano di Dio”, Fabietto Schisa, dice così per spronarlo. Ma se fossimo veramente in un film di Sorrentino soltanto una cosa ora ci sarebbe da dire a Draghi: “Caro Mario, non ti disunire”. “La realtà è scadente”, lo sappiamo. Forse più giusto: “la politica italiana” è scadente. E ne siamo consapevoli pure. Non è all’altezza del suo elettorato, troppo impegnata a piantare bandierine, a puntare i piedi come fanno i bambini viziati quando pretendono dai genitori un giocattolo di cui sanno bene che si stancheranno dopo due minuti. Di Draghi pare si siano stufati i partiti dopo appena 11 mesi. Ma proprio per questo, se non fosse altro che per questo: “Non ti disunire”. In un battito di ciglia siamo passati da frasi come “Al passaggio di Draghi si inchinavano le statue di De Gasperi” oppure “Se non ci fosse Lei noi tutti qui a tremare…”, che intendiamoci pure erano ridicole, a ramanzine del tipo “si è fatto intontire dalle sirene del Quirinale”. Può essere credibile anche questo, perché, scoperta delle scoperte: Mario Draghi è uomo. E quello che finora non gli è stato riconosciuto è il sacrosanto diritto di sbagliare. A maggior ragione se è vero che nei suoi piani c’è il progetto di sedere al Colle, di succedere a Sergio Mattarella, che circa un anno fa l’aveva chiamato perché formasse un governo di alto profilo per spingere la campagna vaccinale (obiettivo centrato, perché l’Italia è più avanti rispetto agli altri Paesi) e rilanciare l’economia di una nazione martoriata da un’emergenza senza eguali.

La favola del Draghi “Supereroe”

Ma la favola del Draghi “Supereroe”, infallibile, non se la sono inventata gli Italiani: è stata una buona fetta di giornalisti (gli stessi che si sono alzati in piedi all’ultima conferenza stampa), a ripetere come un disco inceppato quanto Mario “L’Atermico”, “L’Americano”, “Mister Fix-it” (e altri soprannomi a lui odiosi) fosse perfetto, facendo leva anche su aneddoti come “adora fare passeggiate con il suo bracco ungherese”; che tra le righe voleva dire: “È una brava persona, c’è da fidarsi di uno che ama i cani”. Certamente, ma Mario Draghi, notizia delle notizie, è un uomo. Non uno qualunque, perché il suo curriculum parla da solo, ma resta pur sempre un uomo. Con le sue contraddizioni, gli errori. Non un Santo, l’Apostolo, il Messia. E poi com’era? Ah sì “l’uomo della Provvidenza”. Sarebbe rimasto il premier perfetto forse soltanto se non avesse agito, se il suo esecutivo fosse rimasto tale sulla carta. Che si sa che gli amori migliori sono quelli impossibili, quelli nascosti nella piega del “What if”. Ossia del “Come sarebbe stato se…”. Invece Draghi ha fatto, si è speso. E qualche volta ha preso anche qualche granchio. Però mica solo la stampa l’ha incensato per mesi. Anche i partiti c’hanno messo del loro. C’è chi si è scoperto europeista, chi ha raggirato il “Conte o morte”, chi ha finito di chiamarlo «Draghila», negando come Pietro con Gesù Cristo ogni tweet al veleno scritto ai tempi in cui lui era il numero uno della Bce. E ora? Beh, oggi l’impressione è che l’abbiano messo tutti sul piedistallo per il gusto di vederlo ruzzolare giù. Per la serie “più in alto sta, più dolorosa sarà la caduta”. Che a questo mondo non si riesce mica tanto ad essere contenti se un altro ha successo; non avendo purtroppo ancora capito che il successo di uno (mai come in questo caso) è di tutti, appartiene al Paese. 

Il “banchiere prestato alla politica” mira al Colle?

Mario Draghi costretto a lasciare dunque? È fuori dai giochi? Tornerà a casa? Qualcuno dice che il suo governo non esiste più, che la legge di bilancio è poco ambiziosa. Che «Draghi non fa più Draghi», che non è diventato niente altro che una sbiadita copia oggi del civil servant che il 13 febbraio scorso ha giurato fedeltà alla Costituzione. “Se ieri (al Cdm) Draghi avesse avuto il polso d’acciaio del 2012, quello da whatever it takes, e metteva sul tavolo le sue dimissioni, le sue misure anti-Covid sarebbero passate”, la considerazione di «Dagospia». Convinto che piegando la testa, il premier abbia firmato, come dire, la sua condanna a morte politica. Sul serio? Mario Draghi non dimentichiamoci non è un politico in senso stretto, è un “banchiere prestato alla politica”. Sembra un dettaglio di poco conto, ma è una sottigliezza che va evidenziata. Perché anche il “Whatever it takes”, locuzione oggi forse fin troppo abusata, ha tutta una sua storia dietro. Perché la formula più potente pronunciata nella storia della banche, trovasse concretezza ci son volute settimane, ma che dico, mesi. Non è figlia del tutto e subito. Lo stesso silenzio del premier non è rifugio del Draghi di oggi, ma anche di quello di ieri. Sta a significare riflessione.

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“Draghi dimissioni sul tavolo”, ecco cosa avrebbe dovuto fare il premier secondo “Dagospia”

Non è mica Mary Poppins Draghi, che schiocca le dita e mette a posto la pandemia. Qualcuno forse pensava di sì, sperava di sì. Invece no, ce ne vorrà perché tutta questa brutta storia del virus (che continua ad essere più veloce di noi) sia alle spalle. Piuttosto Draghi è un George Banks, un uomo pragmatico (fino allo snobismo, lo dico con simpatia), che nel tentativo di fare la cosa giusta può anche sbagliare. Chiudere le scuole per frenare l’avanzata di Omicron? Obbligo vaccinale per tutti? Un lockdown generale di un mese? Dite, che avreste fatto voi? Ciascuno probabilmente una cosa diversa. Adducendo motivazioni differenti, valide tutte allo stesso modo. «I provvedimenti di oggi vogliono preservare il buon funzionamento delle strutture ospedaliere e, al tempo stesso, mantenere aperte le scuole e le attività economiche. Vogliamo frenare la crescita  dei contagi e spingere chi non si è ancora vaccinato a farlo. Interveniamo sulle classi di età più a rischio di ospedalizzazione per ridurre la pressione sugli ospedali e salvare vite», ha spiegato Draghi all’inizio della riunione del consiglio dei ministri. In sostanza, il premier ha fatto capire di non voler chiudere il Paese. E per portare a casa il risultato ha dovuto mediare (verbo sgradito allo stesso Draghi), come già successo nei mesi precedenti; farsi ora concavo ora convesso, per tenere insieme una maggioranza, che lo si è capito da subito, è troppo variegata. In che altro modo agire? Non è il più forte che sopravvive, lo sappiamo. Ma è quello che si adatta al cambiamento. 

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“Quando i fatti cambiano, io cambio il mio pensiero”

Già nel discorso di Rimini l’ex presidente della Bce, aveva fatto capire il suo modus operandi, spiegando che serviva «accettare l’inevitabilità del cambiamento con realismo» e dover «adattare i comportamenti e le politiche» alla situazione attuale. Allora Draghi recitò la forma breve con cui viene solitamente riportata la ‘Preghiera della serenità’, scritta nei primi anni Quaranta del secolo scorso: “Dammi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare, e la saggezza di capire la differenza”. E sempre in quello stesso discorso Draghi menzionò Keynes. Tirò fuori una delle sue frasi preferite: “When facts change, I change my mind. What do you do sir?” (Quando i fatti cambiano, io cambio il mio pensiero), proprio a voler sottolineare l’importanza di adattarsi alla situazione. Per questo, forse per la prima volta non sono d’accordo con «Dagospia», quando scrive nel suo report: “L’autorevolissimo Draghi non l’ha fatto per il semplice motivo che non vuole inimicarsi nessuno pur di ottenere i voti di tutti i partiti per traslocare sulla poltrona di Mattarella. Ma allora non sei un leader carismatico, solo un capo mediocre”. Non credo sia così: non ha bisogno di dimissioni Draghi per dimostrare di essere Draghi. E i tempi per un nuovo «Whatever it takes» non sono maturi. Per un colpo da maestro, che è quello in verità paventato da molti, ci vorrà qualche settimana. Leggi anche l’articolo —> Vaia: “Il Covid sta diventando un virus stagionale”, gli ultimi studi sulla variante Omicron

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(Foto Sito Ufficiale Palazzo Chigi) 

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