
La Groenlandia è spesso associata a ghiacci eterni, orsi polari e paesaggi estremi. Ma dal punto di vista politico è uno dei territori più curiosi e meno compresi al mondo. Fa parte del Regno di Danimarca, ma non appartiene all’Unione Europea. Un’apparente contraddizione che sorprende molti italiani ed europei.
Ultimamente è tornata al centro del dibattito per la volontà di Donald Trump di acquisire il territorio, ma ha trovato subito il muro dell’UE.
La domanda sorge spontanea: com’è possibile che un territorio legato a uno Stato membro dell’UE ne sia formalmente fuori? La risposta affonda le radici nella storia, nell’economia e nell’identità di un popolo che ha scelto consapevolmente di prendere le distanze da Bruxelles.
Un territorio europeo solo sulla carta
Geograficamente, la Groenlandia si trova nel Nord America. Politicamente, però, è legata alla Danimarca dal XVIII secolo. Quando la Danimarca entrò nella Comunità Economica Europea nel 1973, anche la Groenlandia ne fece automaticamente parte.
Ma quell’ingresso non fu mai davvero condiviso dalla popolazione locale. Le decisioni venivano prese a migliaia di chilometri di distanza, senza tenere conto delle peculiarità di un territorio enorme, scarsamente popolato e con un’economia molto fragile.
Il referendum che cambiò tutto

Nel 1982 accadde qualcosa di unico nella storia europea. Gli abitanti della Groenlandia furono chiamati a votare in un referendum per decidere se restare o meno nella Comunità Europea.
Con una maggioranza risicata ma chiara, vinse il no. Nel 1985 la Groenlandia uscì ufficialmente dalla CEE, diventando il primo e finora unico territorio ad aver lasciato l’Unione Europea tramite voto popolare.
La pesca al centro della scelta
Il motivo principale dell’uscita non fu ideologico, ma estremamente concreto: la pesca. Per la Groenlandia rappresenta una risorsa vitale, il cuore dell’economia locale.
Le regole europee sulla pesca, considerate troppo restrittive, venivano viste come una minaccia diretta alla sopravvivenza economica del territorio. Restare nell’UE significava cedere il controllo delle proprie acque a flotte straniere.
Per un popolo che vive in gran parte di mare, quella prospettiva era inaccettabile.
Autonomia crescente, ma non indipendenza

Oggi la Groenlandia gode di un’ampia autonomia interna. Gestisce in modo indipendente molte politiche, comprese le risorse naturali, mentre la Danimarca mantiene competenze su difesa e politica estera.
Nonostante ciò, il tema dell’indipendenza completa torna ciclicamente nel dibattito politico locale. L’uscita dall’UE viene spesso citata come il primo passo verso una piena autodeterminazione.
Un territorio strategico che interessa alle grandi potenze
Negli ultimi anni la Groenlandia è tornata al centro dell’attenzione internazionale. Lo scioglimento dei ghiacci sta rendendo accessibili nuove rotte commerciali e risorse minerarie fino a poco tempo fa irraggiungibili.
Questo ha attirato l’interesse di Stati Uniti, Cina e Russia. Non a caso, in passato, Washington ha manifestato apertamente l’intenzione di rafforzare la propria presenza sull’isola.
Fuori dall’UE, ma non isolata
Essere fuori dall’Unione Europea non significa isolamento totale. La Groenlandia mantiene accordi commerciali con Bruxelles e beneficia di fondi specifici come territorio d’oltremare associato.
È una posizione ibrida, che consente al territorio di proteggere i propri interessi economici senza rinunciare completamente ai rapporti con l’Europa.
Un caso unico che fa riflettere
La storia della Groenlandia dimostra che l’appartenenza all’Unione Europea non è sempre una scelta obbligata o irreversibile. È il risultato di equilibri delicati tra economia, identità e autodeterminazione.
Un esempio poco conosciuto, ma estremamente attuale, in un’Europa che continua a interrogarsi sui propri confini e sul proprio futuro.
