Dalle carte dell’inchiesta che ha portato all’arresto di Valter Lavitola, imprenditore accusato di aver organizzato l’attentato ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci, emerge un retroscena politico che gli inquirenti considerano centrale per comprendere il movente dell’azione: da anni Lavitola avrebbe insistito con il conduttore di Report affinché si candidasse alla guida del governo.

Il primo messaggio nel luglio 2024
Secondo la ricostruzione di Fanpage.it, che ha potuto visionare le chat utilizzate dalla Procura, il primo riferimento a un possibile ingresso in politica di Ranucci risale al 29 luglio 2024. Commentando gli ottimi ascolti di una puntata di Report, Lavitola avrebbe scritto al giornalista di considerare il momento propizio per lanciarsi, prospettandogli addirittura la possibilità di diventare presidente del Consiglio nel giro di due anni.
Il tema sarebbe poi tornato più volte nelle settimane successive, con l’imprenditore che avrebbe paragonato le presentazioni del libro di Ranucci a vere e proprie tappe di una campagna elettorale, definendolo uno dei pochi leader politicamente spendibili per il Paese.
Leggi: Attentato a Ranucci, arrestato Valter Lavitola
“Ogni attacco ti fa crescere”
Un passaggio ritenuto particolarmente significativo dagli inquirenti risale al giugno 2025, quando Ranucci si sarebbe lamentato con Lavitola della stanchezza per i continui attacchi ricevuti dal centrodestra. La risposta dell’imprenditore, secondo la Procura, conterrebbe una logica che sarebbe poi stata applicata anche all’attentato: ogni attacco subito, gli avrebbe scritto, servirebbe solo a farlo crescere ulteriormente agli occhi del pubblico.
Il sondaggio a “nome coperto” su Ranucci
Nel gennaio 2025 Lavitola avrebbe proposto per la prima volta l’idea di commissionare un sondaggio sulla popolarità di alcuni personaggi pubblici. L’iniziativa sarebbe poi concretamente partita il 20 aprile 2026, quando l’imprenditore avrebbe inviato a Ranucci una bozza di domande da sottoporre agli elettori, secondo il classico schema del sondaggio a “nome coperto”, in cui non si cita esplicitamente il possibile candidato ma si misura quante persone lo indicherebbero spontaneamente.
Alla stesura delle domande avrebbero contribuito, su richiesta di Lavitola e senza essere a conoscenza del reale scopo dell’operazione, anche l’attuale direttore di Repubblica Stefano Cappellini e l’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli. Una volta venuto a conoscenza della finalità del sondaggio, lo stesso Cappellini si sarebbe mostrato scettico sulle reali possibilità di successo di una simile candidatura, soprattutto in un’eventuale sfida alle primarie con Elly Schlein e Giuseppe Conte.
“Presidente garantito al 110%”
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l’ottimismo di Lavitola non sarebbe venuto meno nemmeno dopo essere stato interrogato dai carabinieri lo scorso 4 luglio. In una conversazione telefonica intercettata il giorno successivo all’interrogatorio, l’imprenditore avrebbe raccontato a un proprio conoscente di essere convinto di poter portare Ranucci alla guida del governo, arrivando a sostenere che non si sarebbe trattato di una semplice precandidatura, ma di una presidenza garantita al 110%, ipotizzando per sé stesso un consenso personale attorno al 30% anche senza il sostegno di un partito.
Lo stesso giorno, parlando con un’altra persona, Lavitola avrebbe raccontato senza alcuna cautela il contenuto dell’interrogatorio, riferendo di aver spiegato agli inquirenti la reale finalità del sondaggio: candidare Ranucci alla presidenza del Consiglio per il centrosinistra.
Il progetto interrotto dai primi arresti
Il percorso verso una possibile discesa in campo di Ranucci si sarebbe interrotto lo scorso giugno, quando i primi arresti per l’attentato hanno riportato l’attenzione mediatica sulla vicenda, rendendo di fatto inutilizzabile il sondaggio commissionato da Lavitola. Secondo gli inquirenti, proprio l’ambizione politica riposta da Lavitola nella figura di Ranucci rappresenterebbe il movente alla base dell’attentato dinamitardo. Al momento il giornalista non ha commentato pubblicamente questi ultimi sviluppi dell’inchiesta.
Fonte: Fanpage.it, articolo di Luca Pons