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Ciontoli nuovo processo, depositate motivazioni sentenza Cassazione: omissioni e reticenze, macigni sugli imputati

Famiglia Ciontoli nuovo processo news oggi: sono state depositate in tempi record le motivazioni della sentenza con la quale lo scorso 7 febbraio la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di secondo grado e disposto un nuovo processo per tutti gli imputati accusati dell‘omicidio di Marco Vannini.

I giudici della Suprema Corte lo hanno chiarito in maniera inequivocabile: «Marco Vannini poteva essere salvato» poiché «con i soccorsi non sarebbe morto». La sua morte è stata infatti la conseguenza sia delle «lesioni causate dal colpo di pistola» che della «mancanza di soccorsi che, certamente, se tempestivamente attivati, avrebbero scongiurato l’effetto infausto». Annullata quindi la sentenza di secondo grado che aveva ridotto la condanna al principale imputato da 14 anni a 5 di reclusione e confermato l’assoluzione per Viola Giorgini e 3 anni di reclusione per la moglie di Antonio Ciontoli, Mary Pezzillo, e i loro due figli Viola e Federico, il nuovo processo d’Appello contesterà a tutti i membri della famiglia Ciontoli l’omicidio volontario e non più quello colposo.

Caso Vannini Cassazione: «Condotta omissiva tenuta da tutti gli imputati»

Quella di tutti i presenti in casa Contoli a Ladispoli, la sera in cui Marco Vannini fu ferito da un colpo di arma da fuoco e lasciato agonizzare per ore, la sera del 17 maggio 2015, fu «Una condotta omissiva tenuta da tutti gli imputati nel segmento successivo all’esplosione di un colpo di pistola, ascrivibile soltanto ad Antonio Ciontoli, che, dopo il ferimento colposo, rimase inerte, quindi disse il falso ostacolando i soccorsi. Marco Vannini «rimasto ferito in conseguenza di quello che si è ritenuto un anomalo incidente – precisa la Cassazione – restò affidato alle cure di Antonio Ciontoli e dei di lui familiari». Tutti «presero parte alla gestione delle conseguenze dell’incidente: si informarono su quanto accaduto, recuperarono la pistola e provvidero a riporla in un luogo sicuro, rinvennero il bossolo, eliminarono le macchie di sangue con strofinacci e successivamente composero una prima volta il numero telefonico di chiamata dei soccorsi». Azioni che per i giudici hanno reso chiaro che «Antonio Ciontoli e i suoi familiari assunsero volontariamente, rispetto a Marco Vannini, rimasto ferito nella loro abitazione, un dovere di protezione e quindi un obbligo di impedire conseguenze dannose per i suoi beni, anzitutto la vita».

Martina Ciontoli «più che reticente»

La fidanzata di Marco Vannini secondo quanto scritto in sentenza avrebbe volutamente taciuto la sua conoscenza dei fatti ed insieme alla madre è stata «più che reticente». Come emerge dalla ricostruzione investigativa sull’omicidio di Marco Vannini, «All’infermiera», le cui dichiarazioni «sono state confermate da quelle dell’autista» dell’ambulanza, una ragazza bionda, poi riconosciuta in Martina Ciontoli, non appena essa giunse presso l’abitazione della famiglia Ciontoli, disse di non sapere cosa fosse successo in quanto non presente al momento dello sparo (si ricordi che invece nell’intercettazione ambientale in caserma Martina mimò lo sparo e descrisse i fatti per come li aveva visti). Se anche così fosse stato, puntualizza la Suprema Corte, «presente o meno che fu al momento dello sparo, è certo che accorse subito sul luogo» e che quindi «ebbe sul fatto le stesse informazioni degli altri suoi familiari».

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