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Match del Quirinale, Renzi e la strategia dell’istrice: chi vuol davvero mandare al Colle

La partita dal Quirinale è ormai nel vivo, mancano solo sette giorni alla prima votazione. A tanti, a cui preme soltanto che venga eletto una figura di alto profilo, non interessano i retroscena; per la serie: “Mi basta stringere tra le mani un magnifico orologio, senza curarmi troppo del progettista”. Altri, al contrario, son curiosi di apprendere con quale stato d’animo i partiti arriveranno al fatidico 24 gennaio. Proprio perché i secondi sono attratti non solo dall’esito, ma dai meccanismi interni, dalle mani dell’orologiaio. Non è ancora chiaro chi sarà il vero «kingmaker», espressione che si potrebbe tradurre in italiano con “incoronatore”, e che si deve al ricco e influente Richard Neville, conte di Warwick, soprannominato così per via del fatto che riuscì a manipolare due re inglesi all’epoca della Guerra delle due rose. La tenzone tra i leader è appena iniziata: tra coloro che vogliono essere più incisivi senza dubbio Salvini e Meloni, consapevoli che per la volta il centrodestra può battere il calcio di inizio, dettando la linea. Lo stesso Silvio Berlusconi pare ambire a questo stesso ruolo strategico, spaventato all’idea di essere impallinato dai franchi tiratori nella corsa al Colle. Ma, accanto a loro c’è anche un altro politico, che in passato ha dato già prova delle sue doti machiavelliche: il leader di Italia Viva Matteo Renzi.

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quirinale Renzi

Elezioni Quirinale 2022, Renzi e la strategia dell’istrice: chi vuol davvero mandare al Colle

Nel 2015 è stato proprio Matteo Renzi a proporre la candidatura di Sergio Mattarella, poi risultata vincente al quarto scrutinio. Un episodio che non sarebbe andato affatto giù al Cavaliere, che ad oggi risulta la prima scelta del centrodestra. «Nel vertice di venerdì è emerso che il sogno quirinalizio di Berlusconi non ha i numeri. Che tristezza leggere di telefonate ai singoli parlamentari. Non ho la doppia morale tipica di certa sinistra: giudicavo ridicolo che Ciampolillo fosse chiamato da Conte un anno fa per sostenere il governo e giudico ridicolo che Ciampolillo venga chiamato oggi da Sgarbi per passargli Berlusconi. Questi show telefonici squalificano la politica sia quando lo fa Conte sia quando lo fa Berlusconi. Torniamo alla sana politica e troviamo un nome di prestigio per l’Italia, in patria e all’estero», l’affondo dell’ex sindaco di Firenze al «Corriere della Sera». E proprio in quella stessa intervista, a cui bisogna guardare con attenzione, Renzi ha fatto capire quale potrebbe essere la sua prossima mossa: «Non vedo Berlusconi da sette anni, da quando lui ha rotto con me perché abbiamo scelto Mattarella. Sette anni dopo non mi aspetto un “grazie” per tale scelta ma la rifarei. Berlusconi non mi ha chiamato; se mi cerca glielo dico a viso aperto e in faccia, come ho sempre fatto. E come feci quando a Palazzo Chigi tentai di convincerlo a sostenere Mattarella. Io non sono uno degli yesman che ha intorno: gli dico ciò che penso. E chi gli vuole bene deve dirgli la verità, non mandarlo a sbattere». Dunque quella del leader azzurro sembra una candidatura da non considerare neppure secondo Renzi, il quale potrebbe però rovesciare il tavolo e tentare di proporre addirittura un nome sgradito proprio allo stesso Cavaliere. Lo stallo del centrodestra è evidente, l’ex premier ne è consapevole. Da qui quella che si potrebbe definire una «strategia dell’istrice», con gli aculei da tirar fuori al momento opportuno.

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Il leader di Iv troppo astuto per cascare nel giochino dei nomi

Renzi è troppo astuto per cascare nel giochino dei nomi, ma sulla possibilità di trasloco dell’ex numero uno della Bce non si è tirato indietro: «Per avere Draghi ho pagato un prezzo personale altissimo ma ne valeva la pena. Giudico valide entrambe le ipotesi. Draghi a Chigi è una garanzia per il Paese nell’anno di legislatura che ci rimane. Draghi al Quirinale ha un ruolo meno impattante ma garantisce l’Italia, qui e all’estero, per sette anni. Sono entrambe buone soluzioni. L’importante è che nell’uno e nell’altro caso non si spieghi questa scelta come un commissariamento della politica. Draghi è arrivato a Palazzo Chigi quale frutto di una straordinaria battaglia politica. Se andrà al Quirinale dovrà esserci un accordo politico contestuale sul governo. Non ci possiamo permettere elezioni politiche nel 2022 e nemmeno un governo fotocopia senza il premier: il valore aggiunto di questo esecutivo è Draghi, non i singoli ministri». Tant’è che l’ipotesi di Salvini, ossia di un governo dei leader non dispiace a Renzi, che però la considera non probabile. Per alcuni le stesse dichiarazioni del leader di Iv a proposito dell’eventualità di votare un candidato del centrodestra di alto profilo non sono nient’altro che un diversivo. «Se hanno un nome che può farcela, lo tirino fuori. Altrimenti il Parlamento in seduta comune troverà una soluzione diversa. È sempre andata così, andrà così anche stavolta», ha sottolineato l’ex premier e son parole da tenere bene a mente.

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Renzi in attesa del momento giusto per il contrattacco

È naturale che Renzi voglia incidere, come successo con Mattarella, e intenda proporre un nome che gli vada a genio, ma per farlo sa che dovrà attendere il momento giusto. E tanti son pronti già a giurare che è verosimile che possa essere proprio il suo “cavallo” a vincere. Non si esporrà subito, non ha in mano le carte per farlo; attenderà le mosse degli avversari e poi via con gli aculei per difendersi dai predatori e passare al contrattacco. Non è escluso che Renzi da «kingmaker» diventi un «queenmaker», visto che non ci sono mai state presidenti della Repubblica donne. Finora la questione è stata sollevata soltanto dal leader dei grillini Giuseppe Conte, che al momento però non sembra essere così in partita. Taluni scrivono anche che Letizia Moratti sarebbe il piano B del leghista Matteo Salvini. Lo scenario trito e ritrito rimane poi quello dell’attuale ministro della Giustizia Marta Cartabia, che piace particolarmente ai Dem.

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Quirinale 2022, Renzi: «Ci sono leader che sul Quirinale si sono bruciati e hanno perso ogni credibilità»

«L’elezione del presidente della Repubblica è una partita seria, una finale di Champions, non un’amichevole precampionato. Ci sono leader che sul Quirinale si sono bruciati e hanno perso ogni credibilità», ha sottolineato Renzi al «Corriere della Sera». E con queste parole il «Rottamatore» sembra aver voluto blindare l’ex dirigente della Bce, con cui i rapporti pare siano davvero splendidi. Anche perché il rischio reale è che nel tentativo di candidarsi per il Colle l’economista romano non solo non ci riesca, ma vada via pure da Palazzo Chigi. Ed è inutile star lì a solfeggiare e ripeter sempre le stesse cose: il nome di Mario Draghi è una garanzia per l’Italia. Per questa ragione Matteo Renzi insiste con un accordo di governo. In sostanza, la partita è doppia: non è soltanto chi mandare al Colle, ma anche chi “piazzare” a Palazzo Chigi. In tal senso Renzi (strano ma vero) è vicino a Letta, che propone un patto di legislatura: se l’ex governatore va al Colle, meno tecnici al governo. Leggi anche l’articolo —> Elezioni del Quirinale, Bettini: “Per il Colle ci sono solo due strade possibili”

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