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Referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari: le ragioni del No

Taglio dei parlamentari sì, taglio dei parlamentari no: il referendum costituzionale che gli italiani dovranno votare domenica 20 settembre e lunedì 21 sta dividendo l’opinione pubblica. La vittoria del sì è sempre apparsa scontata. Oggi, però, le carte in tavola potrebbero essere cambiate, e non tutti sembrano più così convinti. Nei giorni scorsi abbiamo spiegato cosa cambierebbe nel caso in cui a vincere fosse l’ala del Sì. Vediamo ora invece quali sono le ragioni di chi sostiene il No, ovvero di chi ha intenzione di rinunciare a ridurre il numero dei deputati e dei senatori.

>>Leggi anche: Referendum costituzionale, cosa cambia se vince il sì

Referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari, le principali ragioni del no

Dalla sponda del No si contesta principalmente la riduzione di rappresentatività del Parlamento e la perdita di autorevolezza dell’istituzione. Il taglio dei parlamentari, infatti, ridurrebbe il numero dei deputati e dei senatori del 36,5%. Questo significa che il rapporto tra membri eletti e abitanti passerebbe da essere 1 ogni 64mila, a 1 ogni 101mila persone. Andando poi in senso opposto rispetto a chi sostiene che questa riforma renderebbe più efficienti le Istituzioni, il fronte del No non ritiene che sarebbe sufficiente a modificare l’attuale andamento politico. Anzi, il timore è quello di un Parlamento e un Senato complessivamente indebolito. Quindi, per chi sostiene il no, servirebbe una revisione dei meccanismi di formazione del processo legislativo, invece che un semplice taglio. Cosa che, tuttavia, la riforma non affronta affatto.

referendum costituzionale

Referendum costituzionale, il rischio di avere territori sotto-rappresentati

Al di là di tutte le discussioni sulla modifica della Costituzione, per molti ritenuta assolutamente intoccabile, i sostenitori del No hanno sollevato il timore di incorrere in territori sotto-rappresentati. Questo si svilupperebbe in particolare modo in Senato, il quale appunto viene eletto su base regionale. Ovviamente, la Costituzione prevede un numero minimo di seggi per ogni territorio, che oggi è pari a sette senatori per regione a esclusione di due per il Molise e uno per la Valle d’Aosta. Secondo i contrari alla riforma, quindi, le regioni più piccole in questo modo non sarebbero più rappresentate in modo adeguato. Un altra perplessità è quella che, se dovesse passare il sì, nei collegi diventati più piccoli possano ottenere i seggi solamente i partiti più grandi.

Il cavallo di battaglia dell’ala del Sì, poi, è il risparmio. A riguardo, il fronte del No ritiene che non sia sufficientemente significativo. Si parla infatti di una cifra compresa tra i 57 e gli 82 milioni di euro, e viene considerata piuttosto modesta di fronte a tutte la altre. Ritiene invece sarebbe stata più incisiva una riduzione dell’indennità, piuttosto che il numero degli eletti. Secondo il comitato per il No al referendum costituzionale, infatti, la necessità è quella di una riforma costituzionale più ampia in cui inserire anche il taglio dei parlamentari. Questo perché il mero taglio di deputati e senatori non può influire direttamente sull’efficienza di Camera e Senato. Ovvero: non è scontato che un numero inferiore di deputati e senatori lavori per forza meglio. Anzi, alcuni hanno sollevato anche l’aumento di rischio di corruttibilità.

Non è sufficiente, per i promotori del No, quindi, solamente una misura correttiva in termini quantitativi. Almeno dovrebbe essere accompagnata da una modifica della legge elettorale, cosa che invece (ancora) non viene affrontata. >>Tutte le notizie di UrbanPost

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