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Arrestato Rocco Morabito: era al secondo posto nella lista dei latitanti più pericolosi

Alla fine Rocco Morabito è stato arrestato dopo quasi due anni di latitanza. Era il più importante broker della droga legato alla ‘ndrangheta ancora in circolazione. Di lui si erano perse le tracce nell’estate del 2019, quando era evaso da un carcere di Montevideo (Uruguay), dove si trovava in attesa di essere estradato in Italia dopo l’arresto nel 2017. Era al secondo posto nella lista dei latitanti più pericolosi del ministero dell’Interno: davanti a lui solo la “primula rossa” della mafia siciliana, Matteo Messina Denaro. (continua a leggere dopo la foto)

rocco morabito arrestato

Morabito è stato fermato a Joao Pessoa insieme a un altro narcotrafficante italiano, secondo gli inquirenti appartenente al locale di ‘ndrangheta di Volpiano, in Piemonte, e già in collegamento con un altro super-broker delle cosche recentemente arrestato proprio in Brasile.

Chi è Rocco Morabito arrestato oggi in Brasile

Rocco Morabito detto “Il tamunga”, classe 1966, originario di Africo e cugino di Giuseppe Morabito ‘u tiradrittu, è considerato dagli inquirenti il numero uno tra i broker che gestiscono i rapporti tra i cartelli del Sudamerica e la ‘ndrangheta per il traffico di cocaina. Alla sua individuazione e cattura hanno collaborato anche Fbi e Dea. Ad agire, insieme al Ros, i carabinieri del gruppo di Locri (Reggio Calabria) e dei comandi provinciali di Reggio Calabria e Torino e gli uomini del servizio centrale di cooperazione di polizia – progetto Ican, della polizia federale brasiliana.

Rocco Morabito ha studiato all’università di Messina. Qui è stato protagonista di un primo episodio criminale nel 1988: arrestato per minacce nei confronti di alcuni professori. L’anno dopo il fratello Leo cade vittima di un agguato mafioso. Due anni dopo Rocco è già a Milano, dove si afferma come trafficante di droga negli ambienti “che contano” del capoluogo lombardo. Le inchieste della magistratura hanno certificato come Rocco Morabito sia dedito al narcotraffico internazionale almeno dalla fine degli anni ’80.

Nel 1992 e nel 1993 è stata accertata la sua partecipazione all’importazione di 592 kg prima e 630 kg poi di cocaina, destinata secondo gli inquirenti alle reti di spaccio della ‘ndrangheta a Milano. Nell’ottobre del 1994 era riuscito a sfuggire alla cattura, per poi trasferirsi in Sudamerica. In Uruguay era conosciuto col nome di ‘Souza’. Il boss, infatti, come accertò la polizia, era riuscito a procurarsi documenti brasiliani su cui compariva il nome di Francisco Antonio Capeletto Souza di Rio de Janeiro. Rocco Morabito era ricercato dal 1994 dovendo scontare, dopo il processo in contumacia, una condanna a 30 anni di carcere per traffico internazionale di droga e associazione mafiosa.

“Noto per il suo stile sobrio, predicava meno ricorso alla violenza tra le famiglie. Discreto, divenne famoso tra banchieri e imprenditori di Milano, cui vendeva droga di buona qualità, il che gli valse il titolo di ‘re della cocaina” del capoluogo lombardo. Epoca in cui secondo gli inquirenti “il mafioso riuscì a fatturare l’equivalente di circa 7,5 milioni in poco più di due mesi”. Così il quotidiano brasiliano Estadao tratteggia il profilo di Rocco Morabito, arrestato oggi nel paese sudamericano.

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Bombardieri (Dda Reggio Calabria): “Non abbiamo mai mollato”

“Siamo soddisfattissimi di questa attività, iniziata il giorno dopo la sua fuga in stretta collaborazione con l’autorità giudiziaria e la polizia giudiziaria uruguaiana, in stretto collegamento con la Dda di Reggio Calabria, i carabinieri del Ros del comando provinciale di Reggio Calabria e di Locri, successivamente con il supporto della Dea, dell’Fbi, della polizia brasiliana e Interpol. Abbiamo messo in campo tutte le eccellenze investigative per raggiungere questo risultato”. Lo dice all’AdnKronos, commentando l’arresto di Rocco Morabito, il capo della Dda di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri.

“La fuga di Morabito poco prima dell’estradizione in Italia era una sconfitta – aggiunge -, ringraziamo anche la Direzione generale della Cooperazione internazionale del ministero che ci ha supportati in questa ricerca. Sono state messe in campo tutte le collaborazioni a livello internazionale di cooperazione di polizia giudiziaria che ci hanno consentito questo risultato importantissimo”.

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