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Un Giorno di Pioggia a New York, il discusso ultimo film di Woody Allen [Recensione]

È uscito nelle sale italiane il 28 novembre il film più controverso della carriera del regista americano Woody Allen, Un Giorno di Pioggia a New York. Negli ultimi giorni non si fa che parlare di lui a causa di un episodio che sembra trarre ispirazione da ciò che successe mentre questo stesso film era sul trampolino di lancio promozionale in America. E per questa ragione, e per molte altre, vale la pena recuperare la sua visione sui canali streaming come Cb01, prima di addentrarsi nella sua autobiografia in uscita il 9 aprile. 

Partiamo dalla storia del film, prima di addentrarci nelle polemiche del tempo e dei giorni attuali, cosicché la sua visione non risulterà affatto viziata da pregiudizi o preconcetti legati ad una vicenda che nulla ha a che vedere con il prodotto cinematografico in sé.

Sinossi del film

Il film è la storia di due fidanzati: Gatsby Welles (Timothèe Chalamet), un brontolone scontroso e borghese che non fa molto in un college immaginario dello stato settentrionale, il quale decide di pianificare un grande weekend d’amore nella Grande Mela quando la sua fidanzata giornalista in erba Ashleigh (Elle Fanning) deve raggiungere la città per un’intervista con un regista acclamato.
E così la giovane coppia si ritrova a New York per quella che dovrebbe essere una fuga romantica, ma ciò in cui si trasforma – come potrebbe chiamarlo il personaggio di “La rosa viola del Cairo” di Jeff Daniel – è un weekend folle a Manhattan che manda ognuno a dall’altra parte del sentiero tracciato nei programmi iniziali.

Frizzante, con gli occhi spalancati e profondamente creduloni, Ashleigh parte per intervistare il meditabondo Roland Pollard (Liev Schreiber) e si ritrova coinvolta nella cerchia sociale del regista, che include anche il suo sceneggiatore (Jude Law), la coniuge infelice di quest’ultimo (Rebecca Hall) e un libidinoso protagonista (Diego Luna). Nel frattempo, il grigio Gatsby trascorre la maggior parte del suo tempo a vagare per le strade della città, cercando di evitare la propria famiglia – con cui ha pessimi rapporti – e coetanei conoscenti, e alla fine cade in un lungo flirt con Shannon (Selena Gomez), la sorella minore di una sua ex.

Il film continua con segreti di famiglia scottanti e rivelati, fino al famigerato incontro della coppia, a fine weekend, a Central Park in una piovosa domenica, con un incredibile colpo di scena.

Osservazioni e critica di Un Giorno di Pioggia a New York

Catturato nella cinematografia digitale satinata e luminosa di Vittorio Storaro – che lavora con Allen dal 2016 nel dirigere la pellicola Café Society – il film, come i suoi personaggi e la sua narrativa, sembra appartenere a un’altra epoca: quella in cui puoi inciampare nel Bemelmans Bar a New York e trovare davvero Gatsby in una giacca di tweed che canta al pianoforte. O dove puoi passeggiare davanti al set di un film girato da uno studente nel college e improvvisamente iniziare a fare due chiacchiere con l’attrice protagonista, che è ciò che accade quando Gatsby finisce per imbattersi in Shannon (Selena Gomez), la sorella minore dell’ex ragazza che presto diventa un amore interessante.

Il film ovviamente presenta molti alti e bassi, in alcuni punti la narrativa che porta la firma di Allen scade nel personalismo e nella mitomania del regista, lasciando poco spunto di caratterizzazione del personaggio.

Tra i punti più alti della pellicola c’è senz’altro la scena in cui vediamo Gatsby e Shannon sul set del film, che si baciano appassionatamente in un’auto mentre le gocce di pioggia iniziano a schizzare sul parabrezza, è piuttosto magica, con Storaro che le conferisce la fradicia atmosfera retrò di una fotografia di Saul Leiter. Ci sono altri momenti del genere, molti dei quali coinvolgono Chalamet che fissa l’abisso che Manhattan può rappresentare quando i cieli sono troppo nuvolosi e non sai cosa fare della tua giornata, prima che della tua vita.

Molto meno magica è l’intera metà del film che coinvolge la biondissima e spregevole bionda universitaria Ashleigh, figlia di un banchiere di Tucson, in Arizona. È una grande appassionata di film (sentiamo le sue preferite di Allen come Kurosawa) ma è anche qui interpretata come un’ingenua campagnola che si trova a fronteggiare la sua ambizione spregiudicata nella Grande Mela, specialmente quando ha a che fare con una coltre di uomini di grande successo con più del doppio di lei età.
Dopo aver trascorso la mattinata in un hotel di Soho, cercando di intervistare l’autentico autore chic Pollard, che è in un grande funk per il suo nuovo film in postproduzione – uno sforzo di 70 milioni di dollari che definisce “una pila di merda fumante esistenziale” – Ashleigh è tutta entusiaste ed eccitata e dice a Gatsby: “Dovresti sentirlo parlare delle arti!“, che ribatte: “Che cosa c’è nei ragazzi più grandi che sembrano così attraenti per le donne?”.

Allen si sta riferendo alla loro situazione di coppia o semplicemente ignorando che esista in favore delle esperienze che verranno in questo rocambolesco fine settimana? 

Tutto sommato Fanning fa del suo meglio con un personaggio così problematico, che passa la giornata passando da un tizio più anziano a un altro. Prima c’è Pollard, che dice ad Ashleigh che gli ricorda la sua prima moglie prima di sparire per un abbuffato. Poi c’è il normale sceneggiatore di Pollard (Jude Law), che scopre che sua moglie (Rebecca Hall) lo ha tradito, in quella che è probabilmente la scena più sfacciatamente cattiva della foto. E infine c’è l’idolo matinée Francisco Vega (Diego Luna), che porta Ashleigh nel suo loft gigante fino a quando la sua ragazza non si presenta e dà un calcio allo studente, spingendo una scena in cui Fanning deve nascondersi in una scala antincendio in reggiseno e mutandine. Questi dirottamenti non solo sembrano prematuri in questo momento, ma non sono poi così divertenti. E per quella che avrebbe dovuto essere una commedia romantica, Un Giorno Di Pioggia a New York offre poche buone battute e funziona davvero meglio quando scava più a fondo nella propria malinconia.

Uno vorrebbe che Allen non provasse ad allungare il brodo con così tante battute e quid pro quos, o forzare un lieto fine, fuori da un film che è segnato da un livello intrinseco di oscurità – quest’ultimo più evidente in un lungo scambio in salotto tra Gatsby e sua madre (Cherry Jones) che sembra uscito da The Magnificent Ambersons (forse il nome Welles). Altri grandi registi, come John Ford nei suoi western “revisionisti” degli anni ’60, riuscirono a diventare introspettivi alla fine della loro carriera, mettendo in discussione la loro opera alla luce dei mutevoli costumi. Allen non sembra ancora disposto ad andarci, anche se Un Giorno di Pioggia a New York è pieno di una specie di tristezza che tutta la commedia del mondo non cancella.

Quella tristezza si manifesta qui attraverso la nostalgia, sia per una New York che non esiste più – e probabilmente è mai esistita solo per i milionari – sia per una cultura in cui gli incontri tra uomini e giovani donne che predano. Se i film di Allen possano mai andare oltre quel sentimento ce lo si può chiedere solo dopo una domanda ancora più cruciale, che è: le persone continuerebbero a guardarli?

Ma quali sono i motivi del tanto clamore Woodsteriano?

Tanto clamore intorno a questo film è dato dal vero motivo della sua cancellazione da parte degli Amazon Studios, che hanno archiviato il progetto nel 2018, impelagandosi in una causa da 68 milioni di dollari con il regista (vinta da Allen a cui sono stati restituito i diritti degli Stati Uniti sul film a maggio 2019), presumibilmente per una ragione che non ha nulla a che fare con il film ma soltanto con il suo creatore. Accusato di molestie sessuali da parte della figlia adottiva di 7 anni, Dylan, nel 1992, Allen è riuscito a lavorare stabilmente nei decenni a seguire e in realtà ha fatto i suoi più grandi successi più di recente: Midnight in Paris del 2011 ($ 151 milioni in tutto il mondo) e 2013 Blue Jasmine ($ 98 milioni in tutto il mondo più un Oscar per la migliore attrice). Ma poi una protesta al tempo stesso personale (dai suoi figli, Dylan e Ronan Farrow), professionale (da ex membri del cast) e pubblico (da ex fan e odiatori di lunga data) è tornata per morderlo nell’era #MeToo. Ora il Woodster, come veniva chiamato con amore, è una persona non grata in America – anche se è ancora lì dietro la cinepresa, a girare il suo prossimo film, Rifkin’s Festival, con un cast prevalentemente straniero in Spagna.

E questa polemica si è tornata a far sentire in questi giorni dopo che la casa editrice Hachette ha cancellato l’uscita della sua autobiografia in America, seguita a ruota da tutti gli altri stati, fatta eccezione per l’Italia in cui uscirà il 9 aprile edito da La Nave di Teseo.

 

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