Certe coincidenze sembrano scritte da uno sceneggiatore. Nella stessa mattina in cui Beppe Grillo torna a bombardare dal suo blog il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, accusandolo di essersi “montato la testa senza leggere le istruzioni”, a Montecitorio ricompare l’uomo che quel Movimento lo portò al suo massimo storico: Luigi Di Maio.
L’ex vicepremier, oggi Rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico, era alla Camera per un’audizione in Commissione Esteri. Ma i cronisti, com’era prevedibile, volevano parlare d’altro.
E lui, incalzato dal Foglio sulla polemica del giorno, ha risposto con una battuta destinata a fare il giro dei retroscena politici: “Se i palazzi hanno cambiato il Movimento? Non mi esprimo su questo, chiedetelo ai palazzi!”. Sei parole, un sorriso, e il ritratto perfetto dell’uomo che dal Movimento è uscito senza sbattere la porta, ma senza più voltarsi indietro.
Il retroscena: “Grillo parla ora perché arriva la sentenza sul simbolo”

Dietro l’ironia, però, Di Maio ha lasciato cadere un’osservazione tutt’altro che innocente. Secondo l’ex capo politico pentastellato, il ritorno in scena del fondatore avrebbe una spiegazione precisa e molto concreta: “Queste dichiarazioni sono legate al fatto che c’è una sentenza che deve arrivare sul simbolo. Quindi è normale che una parte utilizzi i valori fondanti e fondamentali per rivendicare una parte o l’integrità di quel simbolo”.
Tradotto dal politichese: la sfuriata di Grillo non sarebbe un moto dell’anima, ma una mossa tattica in vista della battaglia legale per la proprietà del marchio Cinque Stelle. Un’interpretazione che ridimensiona parecchio la portata “ideale” dell’attacco del garante, al quale Conte ha già replicato al veleno rinfacciandogli di aver definito Mario Draghi “un grillino”. La guerra tra il fondatore e l’ex premier, insomma, si giocherebbe più nei tribunali che sui valori.
Saluti, ironia e niente barberia: il ritorno a Montecitorio
La giornata romana dell’ex ministro degli Esteri è stata anche un piccolo viaggio nel tempo. Prima dell’audizione, Di Maio ha disinnescato i cronisti con un’altra battuta: “Voi siete tutti qui per domande sullo stretto di Hormuz, vero?”. Poi il passaggio nella sala fumatori tra strette di mano ai vecchi colleghi ancora nel Movimento, a Peppe Provenzano del Partito Democratico e a Benedetto Della Vedova di +Europa, suo ex sottosegretario alla Farnesina. Stavolta, notano i cronisti del Foglio, nessuna sosta in barberia: i capelli erano già a posto.
Nel merito dell’audizione, Di Maio ha mostrato il suo nuovo volto da diplomatico. Su Giorgia Meloni e la Difesa, parole distensive: “L’Italia ha fatto una cosa molto interessante: ha invitato l’Arabia Saudita nel programma Gcap del nuovo caccia di sesta generazione”. Sull’Iran, la linea è quella europea: “Sia noi sia gli Stati Uniti non vogliamo un Iran con la bomba atomica, ma per l’Europa l’unica soluzione è un accordo diplomatico”.
Da capo del M5S a diplomatico Ue: la parabola che spiazza tutti
Resta il paradosso di una carriera unica nella storia repubblicana: l’ex ragazzo dei vaffa-day che oggi discute di caccia di sesta generazione e crisi mediorientali, mentre la sua ex creatura si dilania tra blog, repliche e carte bollate. Mentre Grillo e Conte si contendono ciò che resta del Movimento, Di Maio osserva dalla distanza di chi ha già cambiato vita, e forse anche squadra.
E in fondo quella battuta, “chiedetelo ai palazzi”, vale più di un’analisi politologica: i palazzi hanno cambiato tutti i rivoluzionari del 2018. La differenza è che qualcuno, come lui, ha smesso di fingersi arrabbiato con i palazzi. E ha semplicemente iniziato ad abitarli, da Roma fino al Golfo Persico.