Valter Lavitola, arrestato lo scorso 10 agosto con l’accusa di essere il mandante dell’attentato al giornalista di Report Sigfrido Ranucci, è stato aggredito nel tardo pomeriggio di ieri all’interno del carcere romano di Rebibbia, dove si trova detenuto.

L’aggressione durante l’ora d’aria
Secondo le prime ricostruzioni, l’episodio sarebbe maturato durante l’ora d’aria. L’ex editore del quotidiano “Avanti!” è stato medicato d’urgenza dal personale sanitario del carcere: secondo fonti della polizia penitenziaria, le conseguenze dell’aggressione non sarebbero gravi.
Aperta un’inchiesta
La Polizia Penitenziaria ha trasmesso i primi dettagli dell’accaduto alla Procura, che valuterà l’apertura di un fascicolo d’inchiesta per fare piena luce sulla dinamica dell’aggressione.
Il clima teso con i presunti complici
A rendere incandescente il clima all’interno del braccio di detenzione è la convivenza forzata tra Lavitola e i tre uomini ritenuti gli esecutori materiali dell’attentato: Pellegrino D’Avino, Antonio Passariello e Saverio Mutone, arrestati lo scorso 30 giugno e legati alla microcriminalità avellinese. Secondo l’accusa, i tre sarebbero stati ingaggiati da Gomes Clesio Tavares, collaboratore di Lavitola tuttora latitante all’estero, per collocare l’ordigno esplosivo davanti all’abitazione del conduttore di Report, esploso nell’ottobre scorso.
Le intercettazioni: rabbia e propositi di vendetta
Dopo una perquisizione subita da Lavitola, le microspie posizionate nelle celle avrebbero registrato conversazioni cariche di rancore nei confronti del faccendiere. Secondo quanto intercettato, gli uomini avrebbero espresso propositi di vendetta, lamentando di essere stati usati come esecutori materiali di un piano ideato da altri, senza aver ricevuto quanto pattuito, e minacciando di chiedere conto della vicenda una volta usciti dal carcere.
Il contesto: la confessione di Lavitola
Lo scorso 12 agosto, durante l’interrogatorio di garanzia davanti al gip, Lavitola aveva confermato l’ipotesi accusatoria della Procura, ammettendo di essere stato il mandante dell’attentato. Secondo quanto riferito dal suo avvocato, Sergio Cola, l’obiettivo dichiarato sarebbe stato quello di tutelare l’incolumità di Ranucci, all’epoca oggetto di ripetuti tentativi di aggressione e privo, a suo dire, di una protezione adeguata.
I due esecutori restano in carcere
Nel frattempo, D’Avino e Passariello, ascoltati per dieci ore dal pm Edoardo De Santis, sono rimasti in carcere: la loro collaborazione con la giustizia non sarebbe stata ritenuta adeguata dal giudice, che avrebbe riscontrato incongruenze nel loro racconto, con i due che avrebbero scaricato ogni responsabilità organizzativa sul fuggitivo Tavares.
Fonte: Il Messaggero, articolo di Valentina Errante e Federica Pozzi, con approfondimenti di Cronache della Campania e Agi