Dopo quasi nove mesi di indagini, emergerebbe una svolta significativa nel giallo della ricina di Pietracatella, in provincia di Campobasso, dove Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, 15 anni, morirono avvelenate tra il 27 e il 28 dicembre 2025.

Tracce di veleno su 131 reperti
Secondo quanto riportato da Il Messaggero, gli esperti del Robert Koch Institute di Berlino, centro di rilevanza mondiale nello studio dei veleni, avrebbero rilevato tracce della sostanza, inodore, insapore e incolore, su alcuni dei 131 reperti sequestrati a partire dal 7 luglio nell’abitazione della famiglia, tra alimenti, stoviglie e vestiti.
Cosa significherebbe questo dato
Se confermato, questo elemento indicherebbe che chi ha maneggiato la ricina, probabilmente sciogliendola in un piatto o in una bevanda, si trovava fisicamente all’interno dell’appartamento di Pietracatella al momento dei fatti.
La cena del 23 dicembre sotto la lente
La cena finita sotto osservazione degli inquirenti è quella del 23 dicembre, a cui presero parte Antonella, Sara e Gianni Di Vita, marito e padre delle due vittime, mentre la figlia maggiore, Alice, si trovava fuori casa con alcune amiche.
Il dubbio sulla salvezza di Gianni Di Vita
Gianni Di Vita, pur avendo accusato inizialmente sintomi di malessere gastrointestinale simili a quelli della moglie e della figlia più piccola, secondo quanto emerso non avrebbe assunto la sostanza tossica, sulla base delle analisi disponibili finora.
Non ancora una conclusione definitiva
Va precisato che non si tratta ancora di una conclusione processuale: le relazioni ufficiali attese dalla Germania dovranno chiarire con precisione quali tracce siano state effettivamente trovate, su quali reperti specifici e con quale valore probatorio, permettendo di ricostruire il possibile veicolo dell’avvelenamento incrociando i risultati biologici con i campioni ambientali e alimentari.
La difesa: “Resta l’ipotesi dell’incidente”
Secondo quanto riportato da The Social Post, la difesa di Gianni Di Vita continua a sostenere che l’ipotesi di un’intossicazione accidentale, senza alcun colpevole né alcuna trama, resti assolutamente valida, posizione ribadita a più riprese dal legale della famiglia.
Le indagini della Squadra Mobile di Campobasso
Le indagini, coordinate dalla Procura di Larino e condotte dalla Squadra Mobile di Campobasso guidata da Marco Graziano, proseguono per individuare chi possa aver avuto accesso alla sostanza e attraverso quale modalità sarebbe stata introdotta nell’organismo delle due vittime, mentre continuano le audizioni di persone informate sui fatti e gli approfondimenti sui rapporti personali e familiari.
Fonte: Il Messaggero, Open, La Sicilia, The Social Post, con analisi del Robert Koch Institute di Berlino