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Accursio Miraglia, 74 anni fa l’oscuro omicidio: «A volere la sua morte non è stata la Mafia»

Oggi, 4 gennaio 2021, ricorre il settantaquattresimo anniversario dell’omicidio del sindacalista Accursio Miraglia, ex presidente della Camera del Lavoro di Sciacca, ucciso da Cosa Nostra. È stato lui a contribuire al risveglio dei contadini nella lotta al latifondo. Una delle iniziative più voluta da Miraglia la fondazione della cooperativa “La Madre Terra”, con cui questi divenne la voce dell’umile gente che chiedeva l’attuazione delle leggi Gullo-Segni.

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accursio miraglia

Accursio Miraglia, 74 anni fa l’oscuro omicidio: «A volere la sua morte non è stata la Mafia»

L’attuale presidente della Camera del Lavoro di Sciacca, Franco Zammuto, ha dichiarato: «Quest’anno, causa il virus pandemico, non è stato possibile procedere alla posa della corona di fiori sulla tomba dove riposa dal 4 gennaio del 1947 Accursio Miraglia e non ci si è potuti recare nemmeno in via Giuseppe Licata, nel luogo dove si è consumato il vile e barbaro assassinio». Zammuto ha voluto ricordare Miraglia e la sua vita spesa a favore della legalità: «Prima di essere stato l’eroe che conosciamo, è stato un direttore di banca, licenziato per le sue idee anarchiche, è stato imprenditore e rappresentante di commercio, amministratore dell’ospedale di Sciacca, Presidente del teatro Mariano Rossi, pittore e compositore di poesie. Una personalità poliedrica e affascinante. (…) L’impegno di uomini come Miraglia l’antidoto contro il “virus” mafioso».

Altrettanto struggente il ritratto che ne ha fatto il figlio, Nicolò Miraglia, affidato a “Repubblica”. Aveva solo tre anni quando il padre venne ucciso. Per tutta la vita l’uomo si è fatto testimone della lotta e degli ideali di Miraglia, battendosi per una verità che, ancora oggi, non è arrivata.

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«Lui diceva sempre “io lavoro perché mi servono i soldi per darli agli altri.” Amava il prossimo più di sé stesso»

«Mio padre nacque a Sciacca, in Sicilia, dov’è cresciuto con quattro fratelli, un padre impiegato al comune che morì molto giovane e una madre che, seppur tra difficoltà economiche, tirò avanti la famiglia», ha esordito Nicolò Miraglia nell’articolo, a cura di Asia Rubbo, pubblicato su “Repubblica”. Da sempre vicino ai poveri e agli operai. «Finiti tutti i suoi lavori, la sera andava alla Camera del Lavoro dove insegnava a leggere e a scrivere a tutti gli analfabeti di Sciacca, in modo particolare ai contadini. A loro spiegava il Codice Civile, convinto che si potessero fare tutte le battaglie del mondo, ma nei limiti della legge», scrive il figlio Nicolò.

Miraglia era benvoluto da tutti: «Lui diceva sempre “io lavoro perché mi servono i soldi per darli agli altri.” Amava il prossimo più di sé stesso, “io ho i miei proventi, ho la mia intelligenza e la mia cultura e la devo mettere a disposizione degli ultimi, che non hanno potuto studiare” e così ha fatto per la popolazione di Sciacca». E ancora: «Mio padre fu sindacalista e comunista, certo, ma fu anche molto altro. Era un benefattore nel vero senso della parola: sosteneva l’orfanotrofio di Sciacca, aiutava le donne che non avevano la dote così che potessero sposarsi senza fuggire. Era tutto il contrario della mafia: la mafia toglie, lui invece dava a tutti e senza chiedere nulla in cambio».

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Accursio Miraglia, le parole del figlio Nicolò: «La mafia ha sparato, ma l’omicidio di mio padre è gemellato con la strage di Portella della Ginestra, gli imputati furono gli stessi»

«A volere la sua morte però non è stata la mafia», ha spiegato Nicolò Miraglia, ricordando l’oscuro delitto. «La mafia ha sparato, ma l’omicidio di mio padre è gemellato con la strage di Portella della Ginestra, gli imputati furono gli stessi. Molti documenti riportano il fatto che, da parte dell’America, ci fu il tentativo di silenziare la strategia comunista. Il tutto nasce con il patto di Yalta e la divisione del mondo in Oriente e Occidente, da un lato la Russia e dall’altro l’America. L’Italia, terra degli americani, stava di fronte a Grecia e Albania, ad un passo dal blocco orientale», si legge nel pezzo uscito su “Repubblica”. Accursio Miraglia venne ucciso la sera del 4 gennaio del 1947. La polizia accorse subito dal momento che questi era tenuto sempre sotto osservazione.

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Accursio Miraglia, il processo venne bloccato: Sciacca non lo ha mai dimenticato

Gli assassini vennero incarcerati, ma non si avviò la fase istruttoria. Il processo venne bloccato. Un suo fraterno amico, sottosegretario alla Giustizia, ottenne dal Governo la riapertura e fu così che si creò il primissimo pool antimafia. «Tuttavia, la Procura generale di Palermo mise nuovamente i bastoni tra le ruote al processo, dichiarando che quelle confessioni erano state ottenute con la tortura. Una volta scarcerati i delinquenti, furono i poliziotti a dover subire un processo per il supposto reato di tortura. Ovviamente poi vennero assolti, il fatto non sussisteva. Il tutto fu organizzato perché gli assassini di mio padre non dovevano andare in galera», scrive il figlio Nicolò.

Nonostante non sia stata fatta luce sull’omicidio, Sciacca non ha dimenticato Accurso Miraglia, a cui pure è stato dedicato un monumento. Tra le tante cose che ne rendono indelebile il ricordo la citazione «Meglio morire in piedi che vivere una vita in ginocchio», tratta da un’opera di Hemingway, utilizzato anche da Che Guevara anni dopo, che diventò il motto suo. Leggi anche l’articolo —> Report, anticipazioni puntata 4 Gennaio: dalle stragi alla trattativa stato-mafia

Written by Cristina La Bella

Cristina La Bella è redattrice di "UrbanPost". Sin da bambina sogna di diventare giornalista. Si laurea nel 2014 in "Lettere Moderne" e nel 2017 in "Filologia Moderna" all'Università La Sapienza di Roma. Il 16 aprile 2018 riceve il riconoscimento di "Laureato Eccellente" per il suo percorso di studi. Cofondatrice di "Voci di Fondo", ha scritto, tra i tanti, con giornali quali "Prima Pagina Online", "Newsly", “SuccedeOggi" e “LuxGallery”. Nel tempo libero le piace leggere, vedere film e fare shopping. Il più grande amore: i suoi nipotini.

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