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Antonio Ciontoli prima del carcere, mea culpa e risentimento: «I giornalisti artefici della condanna»

Antonio Ciontoli prima della sentenza della Cassazione ha contattato telefonicamente il settimanale Giallo. Ha voluto parlare con il collega Gian Pietro Fiore, il quale ha riportato interamente il contenuto della loro incredibile conversazione.

Ne scriviamo oggi, alla luce della sentenza definitiva emessa dalla Suprema Corte lo scorso 3 maggio 2021. Sentenza che ha confermato quella dell’Appello bis condannando Antonio Ciontoli a 14 anni di carcere per omicidio volontario con dolo eventuale per la morte di Marco Vannini. La moglie Maria Pezzillo e i figli Federico e Martina a 9 anni e 4 mesi per concorso in omicidio.

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La telefonata di fuoco intercorsa fra Ciontoli e Gianpietro Fiore di “Giallo”

Scrive Fiore che se inizialmente Ciontoli ha mostrato un tono remissivo – «È giusto che io paghi, il carcere lo sto già vivendo dentro, ma sono stato vittima di una gogna mediatica» – poi ha radicalmente cambiato atteggiamento. L’uomo gli avrebbe manifestato un profondo risentimento. Disprezzo per i cronisti e la stampa tutta che, secondo il suo modo di vedere, avrebbero condannato lui e la sua famiglia ancor prima che lo facessero i giudici, influenzandoli nelle loro importanti decisioni durante il lungo iter giudiziario che li ha visti imputati. Manipolando le intercettazioni ambientali e gli atti del processo al fine di dipingere come colpevoli sua moglie e i loro figli, invece estranei ai fatti circa la morte di Marco Vannini.

«Non vedo l’ora di andare in carcere, è giusto che io paghi. Mi sento colpevole e responsabile di quello che è accaduto […]. Con il mio comportamento ho rovinato più famiglie, non sol quella di Marco. Questa consapevolezza l’ho sempre avuta. Purtroppo questa consapevolezza non è mai stata raccontata né da lei né da nessun altro», ha ammesso Antonio Ciontoli. (Continua dopo la foto)

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Antonio Ciontoli: le ultime parole alla stampa da uomo libero

Un ‘mea culpa’ che poi ha lasciato spazio ad un feroce sfogo di Ciontoli nei confronti del giornalista del settimanale Giallo. L’ex sottoufficiale della Marina, si legge su Giallo, avrebbe pronunciato «falsità, bugie, offese e minacce» all’indirizzo di Fiore: «Io non sono il mostro che lei e il suo giornale hanno disegnato». Quando il giornalista gli ha chiesto il perché del suo silenzio con la stampa, per sei lunghi anni, Ciontoli ha risposto: «Per il dolore che provo per la tragedia e per rispetto delle istituzioni».

Antonio, così come i suoi figli, nei mesi scorsi avevano rotto il silenzio che aveva connotato il loro atteggiamento in questi anni. Tutti gli imputati hanno recentemente accusato i giornalisti di avere alterato ad arte i fatti occorsi la notte del 17 maggio 2015 a Ladispoli, quando Marco fu ferito da un colpo di arma da fuoco esploso a bruciapelo proprio da Antonio Ciontoli, all’interno della sua abitazione.

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L’attacco ai giornalisti: «Voi artefici della nostra condanna»

Tra le altre cose, Antonio Ciontoli ha detto a Fiore che «Dopo lo sparo Marco non ha chiesto aiuto»«Ho dovuto constatare che anche il vostro linciaggio, purtroppo, ha avuto un ruolo fondamentale rispetto alla sentenza. Ora mi trovo obbligato a difendermi dai media … ».

Incontenibile il risentimento di Antonio Ciontoli nei confronti dei media. Accusa tutti i mezzi di informazione di avere rovinato, perseguitato tutta la sua famiglia e di avere raccontato bugie sul loro conto. Potrebbe interessarti anche —> Tutti i Ciontoli in carcere, respinta la richiesta di Antonio: «Posso stare in cella con mio figlio Federico?»

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