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In dieci anni sono spariti oltre 20mila bar in Italia

12/09/2026 10:58

Calano i clienti e aumentano le spese. Così i bar d’Italia chiudono, o meglio si trasformano. Sono ancora uno dei simboli del Paese, loro malgrado vittime di una socialità che con il tempo è cambiata, stravolta dall’innovazione digitale e dall’esplosione dei social.

In dieci anni sono spariti oltre 20mila bar in Italia, sostituiti da ristoranti e take away

22.300 bar scomparsi in dieci anni

Il numero che colpisce di più: in tutta Italia sono 22.300 i bar scomparsi tra il 2015 e il 2025. Con una precisazione importante: non si tratta di vere e proprie chiusure di attività, quanto piuttosto di una lenta e inevitabile trasformazione che segue le nuove esigenze dei clienti. Tradotto: al loro posto sono arrivati ristoranti e take away, con effetti non sempre positivi. È quanto emerge dal rapporto presentato da Fipe-Confcommercio, la Federazione Italiana dei Pubblici Esercizi, un’indagine sulla demografia d’impresa negli ultimi dieci anni.

Il settore resta un presidio di prossimità

Considerando tutti i pubblici esercizi, gelaterie comprese, il calo complessivo si riduce a meno di diecimila unità. Il settore si conferma quindi un indispensabile presidio di prossimità su tutto il territorio nazionale, con 162 Comuni, su 7.900, sprovvisti di qualsiasi attività.

Roma, Torino e Trieste le città più colpite

Non è il turismo, quello consolidato come quello emergente, a salvare i caffè: basta leggere i numeri raccolti da Confcommercio ed elaborati dal Centro Studi Tagliacarne. Roma ha perso oltre mille bar scomparsi in dieci anni, oltre un quinto del totale (-20,5%, da 5.300 a 4.214). Fanno peggio Torino (-22,1%, da 2.155 a 1.678) e Trieste (-23,4%, da 513 a 393).

Difficoltà anche nelle isole

Non va meglio nelle isole: Cagliari perde il 20,8% (da 418 a 331), Palermo il 19,6% (da 731 a 588).

Il Mezzogiorno controtendenza

In controtendenza una fetta di Mezzogiorno: fermandosi ai capoluoghi, le statistiche sono positive a Napoli (+2,2%, da 1.589 a 1.624) e Potenza (+2,3%, da 143 a 146).

Napoli guida la classifica delle nuove attività

Perché i bar crescono ancora nelle città del Sud e calano al Nord? “Perché il mercato nelle regioni settentrionali è più maturo, nel Mezzogiorno invece è ancora visto come una leva di autoimpiego, una realtà dove il livello di disoccupazione è molto alto”, spiega Luciano Sbraga, direttore del Centro studi. Il fenomeno è ancora più evidente considerando tutte le imprese del settore: in testa alla classifica per saldo positivo ritroviamo Napoli, con un boom di 704 nuove attività (+19,7%), seguita da Palermo (+163 imprese, +8,7%), Bari (+76, +5,8%) e Taranto (+71, +10,6%), a confermare come la ristorazione sia ancora oggi un’occasione di impiego e sviluppo.

Non un fenomeno di “mangificio”

Ma occhio a parlare di “mangificio”: “Proprio questa indagine sfata il mito che dentro i centri storici tutti i negozi stiano scomparendo per lasciare spazio alla ristorazione”, conferma Sbraga. “Piuttosto compensano la progressiva scomparsa dei caffè, senza snaturare l’offerta di servizi a cittadini e turisti”.

L’allarme sulla vendita di alcol low cost

A preoccupare, invece, è la crescita del take away, ovvero cibo da asporto da consumare altrove. L’attività imprenditoriale è sicuramente conveniente: personale ridotto al minimo, spazi contenuti, gestione dei rifiuti ridotta quasi a zero perché tutto viene dirottato all’esterno: le pietanze, appunto, ma spesso anche il baccano e quei disagi che alimentano da tempo il dibattito sulla malamovida.

La proposta di Fipe-Confcommercio

“Il focus dell’indagine ha riguardato l’evoluzione del settore nei centri storici delle grandi e medie città, dove si rilevano profili che oggi impongono attenzione”, dice Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe-Confcommercio. Secondo Stoppani, in queste aree le dinamiche del mercato hanno spesso portato a un’eccessiva concentrazione dell’offerta e allo sviluppo di forme di ristorazione più informali che fanno dell’assenza di servizio e di spazi ridotti all’osso il punto di forza del business, con la conseguente crescita di rilevanti esternalità negative.

“Le ordinanze restrittive sono un rimedio peggiore del male”

L’indagine sottolinea come proprio le forme di vendita aggressive, focalizzate principalmente sull’offerta di bevande alcoliche per tenere i prezzi bassi, alimentino l’abuso di alcol e il degrado urbano a danno di cittadini e imprenditori. “Va ripresa la capacità di governare il territorio e lo sviluppo ordinato delle attività commerciali, soprattutto nelle aree critiche delle nostre città, limitando la proliferazione indiscriminata di format che dequalificano la vocazione dei centri storici”, chiede Stoppani, secondo cui lasciare libertà di accesso indiscriminato salvo poi intervenire con ordinanze che limitano lo svolgimento dell’attività sarebbe “un rimedio peggiore del male”.

Fonte: La Stampa, articolo di Federico Genta

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