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Massimo Bossetti colpevole, la criminologa Anna Vagli: «Così prelevò Yara per poi ucciderla» [INTERVISTA]

Massimo Bossetti colpevole dell’omicidio di Yara Gambirasio: la criminologa Anna Vagli, dottoressa in Giurisprudenza nonché scrittrice, lo ha ribadito a UrbanPost in una lunga intervista sul caso Yara. Nonostante infatti la sentenza che ha condannato all’ergastolo il carpentiere bergamasco sia passata in giudicato, quella in questione è una vicenda giudiziaria che periodicamente si (ri)veste di attualità. La criminologa Vagli ha risposto alle nostre domande affrontando anche aspetti del caso rimasti in ombra in tutti questi anni. Una conversazione molto interessante, che si è sempre nutrita di ciò che è agli atti delle indagini e delle tre sentenze di condanna a carico di Massimo Bossetti.

Massimo Bossetti news nuove indagini

Dottoressa Vagli, non è mai possibile definire ‘chiuso’ il caso Bossetti-Yara: periodicamente assistiamo a colpi di scena che vorrebbero far prospettare la riapertura del processo, cosa ne pensa? 

«La mia formazione è ‘accademica’, di tipo giuridico… penso che il pool difensivo stia iniettando fumo negli occhi anche rispetto alla opinione pubblica perché quando si parla di “ricognizione” (dei reperti di indagine ndr) e di revisione, un addetto ai lavori sa dove si va a parare, mentre chi guarda la tv ed ha magari una formazione opposta a quella giuridica, può benissimo fraintendere e credere che per “ricognizione” si intenda – come dice Salvagni – la ‘analisi’ dei reperti, e non è proprio così…»

Allo stato attuale, quindi, non si può asserire che alla difesa di Bossetti sia stato concesso di effettuare accertamenti scientifici sui reperti. 

«La corte d’Assise ha autorizzato la difesa alla sola ‘ricognizione’ dei reperti, che non significa ‘nuove analisi’ ma, precisamente, prendere visione del corpo del reato. Nel caso di specie quelli che sono i leggings di Yara, gli slip e il giubbotto. Inizialmente la difesa ha lasciato intendere che ci sarebbero state nuove analisi per poi correggersi. In verità il presidente della Corte di Assise, quando è venuto a sapere ciò, ha disposto un provvedimento all’ufficio corpi del reato, dove vengono custoditi i reperti di indagine, precisando di avere ordinato non l’esame ma la sola ricognizione – che in parole povere significa solo ‘osservare’ – degli stessi alla presenza della polizia giudiziaria. Un primo step che a detta dell’avvocato Salvagni sarà seguito dalla autorizzazione alla analisi di quei reperti che invece a mio avviso non ci sarà mai».

È facile imbattersi in pesanti insinuazioni sui social dove numerosi utenti – fermamente convinti dell’innocenza di Bossetti – puntano il dito contro Silvia Brena, l’insegnante di ginnastica di Yara Gambirasio.

«Sì… trovarono anche il suo Dna sul piumino indossato da Yara: è verosimile che ci sia il Dna di un’insegnante di ginnastica della vittima sul suo giubbino ma non è verosimile che ci sia quello di Bossetti (che ha detto di non avere mai visto, conosciuto, incontrato Yara nella sua vita, ndr) e che non sia lui l’assassino. Quella traccia di Dna, copiosa, è stata isolata in prossimità degli slip della vittima, del gluteo, quindi delle zone erogene […] Per i miei articoli, in cui ho espresso il mio parere professionale sul caso, ho ricevuto pesanti minacce sia alla redazione del giornale per cui scrivo che sul mio profilo Facebook».

C’è un aspetto di questa vicenda che l’inchiesta non ha potuto ricostruire: come Massimo Bossetti sarebbe riuscito a far salire Yara sul suo furgone, se davvero era per lei uno sconosciuto. Che idea si è fatta in merito?

«Allora, Yara quella sera era in ritardo ed uscì frettolosamente dalla palestra… io sono convinta che Bossetti non era la prima volta che girasse intorno alla palestra. Lui l’aveva già vista e probabilmente per Yara quello di Bossetti era un viso ‘familiare’; lei lo aveva già visto passare lì diverse volte anche perché lui andava a farsi le lampade in quella zona (Per la pubblica accusa il fatto che Bossetti si recasse nel centro estetico di Brembate ubicato nella strada percorsa abitualmente dalla ginnasta uccisa, è la prova del fatto che l’indiziato avesse adocchiato la sua vittima, frequentando all’apparenza ‘casualmente’ i suoi luoghi, così da vederla e imparare a conoscere i suoi spostamenti e le sue abitudini, ndr) e quindi magari, proprio per il fatto che quella sera Yara fosse in ritardo, lui si fermò e le disse ‘ti accompagno io’…».

L’ipotesi che Bossetti possa aver avuto un complice per lei è inverosimile?

«No, no. Io penso che lei in qualche maniera sia salita volontariamente sul furgone, anche perché effettivamente Massimo Bossetti non ha le caratteristiche di un ‘orco’ che può spaventare una ragazzina ingenua e indifesa, anzi. Il suo aspetto curato poteva benissimo trarla in inganno. Non ho dubbi: lui era da un po’ che la adocchiava, bazzicando nella zona l’aveva vista e questa ipotesi è rafforzata dalle ricerche trovate sul computer di lui… parole (espliciti riferimenti alle parti intime femminili di ragazzine minorenni ndr) che coincidono perfettamente con quanto poi Bossetti scriverà in carcere nelle lettere a luci rosse inviate alla detenuta Gina (palesando la sua predilezione per le parti intime femminili rasate, ndr)»

La difesa di Bossetti sollevò una polemica per la richiesta di acquisizione agli atti del processo di alcune di quelle missive scabrose fatta dalla pm Letizia Ruggeri.

«A mio avviso una diversa strategia andava attuata: in sede di udienza preliminare al momento della scelta del rito si sarebbe dovuto optare per quello abbreviato anziché ordinario, che non significa ammissione di colpevolezza, perché con un quadro probatorio del genere… la storia giudiziaria era già scritta. A mio avviso la strategia è risultata fallace nella misura in cui i legali hanno ritenuto che il Dna isolato sulla vittima non appartenga al loro assistito, sostenendo che trattasi di un codice genetico sintetico e ‘malauguratamente’ appartenente a Bossetti».

Marita Comi, che ruolo ha in tutta questa vicenda? Cosa pensa dell’incarico dato al nuovo pool, della polemica con Bossetti, da lei smentito pubblicamente? 

«Inizialmente non credette alla innocenza del marito… ma posso provare a immaginare che, avendo tre figli con Bossetti, gli sia rimasta accanto. L’ho compresa fino alle ultime esternazioni ma, dopo il botta e risposta mediatico (le lettere di diffida al nuovo pool fatte avere alla stampa da Bossetti, che si è detto all’oscuro di tutto, e la smentita della moglie attraverso una lettera a Quarto Grado ndr) trovo che si tratti di una trovata pubblicitaria. Marito e moglie sono d’accordo… io penso che tutto ciò che è accaduto sia una trovata pubblicitaria per tenere accesi i riflettori sulla vicenda e su Bossetti. L’ennesimo teatrino, come quella storia del presunto consulente introdottosi in carcere a Bollate… Non dimentichiamoci che Bossetti quando era in carcere in attesa della condanna incitava la moglie ad andare in televisione a Matrix perché il suo cachet era pari a 20-25mila euro e superato solo dal caso Elena Ceste. Diceva Bossetti a Marita: ‘il mio è il più famoso in tutta Italia’. Un cinico assassino, perché pensava a remunerare cercando di mandare la moglie ospite in televisione. Non sono solo indizi. Marita inizialmente lo incalzava, nei loro colloqui in carcere ricordava che quel giorno (26 novembre 2010) non era andato a lavorare, che aveva spento il telefono alle 17:45 (poco prima che Yara sparisse ndr) per poi riaccenderlo solo la mattina dopo, che prima di risultare irraggiungibile agganciò la cella di via Natta, nella zona in cui si trovava Yara… Qui c’è un castello di prove… Vogliamo parlare di quando viene arrestato? Che scappa? Agisce di istinto, poi si riprende… aveva capito che erano andati a prenderlo».

C’è una particolare riflessione che vuole fare in merito a questa drammatica vicenda?

«Sì. Vorrei dire che l’unico ergastolo ingiusto è quello inflitto alla famiglia Gambirasio, e che spesso la memoria di Yara, unica vittima struggente di questa tragedia, è surclassata da Bossetti che ha occupato un ruolo di primo piano nella sinistra scena».

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