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Coronavirus in Italia, parte quarta: stanchezza

Sono passate oltre tre settimane da quando siamo chiusi in casa. Ci sono difficoltà economiche e finanziarie. Le ditte, specialmente le piccole e medie imprese, sono in affanno. Molte persone hanno perso il lavoro. Le famiglie stentano ad arrivare a fine mese. Ci sono problemi per pagare l’affitto di casa, del negozio, dei bar o dei capannoni industriali. È difficile tirare fuori soldi per il mutuo, per le rate della macchina e per le bollette.

 

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Chiaramente ognuno cerca il miglior rimedio possibile. Un aiuto dei famigliari o un prestito da un amico. Le istituzioni stanno facendo quello che possono – le banche posticipano le rate dei muti, mentre il governo emette decreti, dà garanzie alle banche per nuovi prestiti e litiga con l’EU. Ed elargirà circa 600 € sul conto dei lavoratori autonomi in serie difficoltà.

I problemi economici, insieme con le restrizioni sulla mobilità, cominciano a logorare gli animi. Le regole sono pesanti e molto difficili da seguire. Ci manca passeggiare nel parco, trascorrere una serata al cinema, cenare con amici, visitare parenti o andare dal barbiere per un semplice taglio di capelli. Ci sono persone che non hanno né lavoro né stipendio, ma non vogliono tornare a casa per paura di trasmettere il virus ai genitori e altri parenti.

Tutte le previsioni di una fine, seppur graduale, della crisi sembrano per il momento troppo ottimistiche. Abbiamo smesso di cantare dai balconi. I poster fatti dai bambini con scritto “Tutto andrà bene” sembrano troppo speranzosi. La morte di persone giovani ci ha scosso – prima pensavamo che fossero a rischio principalmente i vecchi. Poi anche Boris Johnson – all’inizio un po’ sbruffone e impavido – è entrato in terapia intensiva, rischiando la sua vita. Sembra che nessuno si possa salvare dal contagio.

In questa situazione di stress mentale e fisico, alcune persone hanno la forza di reagire. Lavorano bene da casa quando possibile, fanno regolarmente attività fisica, studiano, provano ricette nuove in cucina, svolgono attività domestiche, e litigano regolarmente con persone care o meno care. Altre, meno forti, possono essere colpite da ansia, attacchi di panico o depressione. Si riducono a stare tutto il giorno in pigiama, mangiare fuori orario, passare ore davanti alla TV per aggiornarsi sulla pandemia. E poi ci sono i soliti stupidi, che vediamo nelle foto sui giornali, passeggiare spensierati sui Navigli a Milano o i giovani della movida e dello spritz a Napoli. Si dichiarano stufi delle regole, e gridano al complotto per imporre una sorta di dittatura. Secondo loro, anche la comunità scientifica avrebbe interessi economici in combutta con le case farmaceutiche.

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Coronavirus in Italia, lockdown: come gestirlo davvero a livello sociale?

Gli psicologi conoscono bene le dinamiche dei diversi comportamenti di fronte allo stress e alla paura. Sono anche in grado di aiutare le persone in sofferenza, avendo ovviamente la possibilità di interagire con loro. Ma ci sono studi, linee guida e consigli su come gestire questo tipo di situazioni a livello sociale e politico? La riposta è negativa, perché non ci sono termini di paragone recenti. E l’ esempio di Cina, Sud Korea e Singapore non è calzante a causa di differenze politiche e culturali importanti.

Ma possiamo prendere spunto dai tanti studi svolti nel campo di economia gestionale che vanno sotto la denominazione “Compliance Fatigue Syndrome” – la fatica dovuta al conformarsi a regole stringenti. Gli studi sono stati eseguiti su persone che lavorano in un’ organizzazione quando viene loro richiesto di seguire certe regole imposte dall’esterno – spesso dallo stato – per il bene comune. Molti di questi studi sono stati fatti dopo l’anno 2008/9 per assicurarsi che le banche e altri enti finanziari evitassero comportamenti che hanno portato alla crisi finanziaria globale.

Dunque – come ci si poteva aspettare – questi studi individuano situazioni molto simili a quello che avviene oggi in Italia. C’erano persone che più o meno seguivano le regole – alcune solo alla lettera, altre anche nello spirito; altre che si sentivano schiacciate e immobilizzate dalle stesse; e altre ancora che avevano un atteggiamento disinvolto e spensierato. Fin qui tutto bene. Ma ciò che ci interessa consiste nelle percentuali, variabili con il tempo, delle persone nelle varie categorie.

Per esempio, se all’inizio il 10% era depresso, l’80% conforme, e il 10% spavaldo; dopo un po’ di tempo il numero di persone conformi scendeva e quello dei depressi o spavaldi aumentava. Da ciò scaturiscono due considerazioni da tenere a mente nel caso in cui il periodo di quarantena dovesse essere prolungato – e sembra che ciò sarà necessario.

Primo, bisogna sostenere il più possibile le persone conformi alle regole in vari modi, anche con un supporto economico; dare loro informazioni e consigli chiari e aggiornati, e rispettarle per il sacrificio che stanno facendo. In più, è importante aggiornare regolarmente le regole, cercando dove possibile di ridurre le restrizioni.

Secondo, essere consapevoli che dopo un certo periodo la proporzione sia dei dissenzienti, sia delle vittime aumenta. Questo richiede misure e sanzioni sempre più severe per controllare il primo gruppo (dissenzienti) e sistemi di supporto sempre più intensi per il secondo (i deboli). E i costi saliranno velocemente.

Gli autori

Daud Khan vive tra Pakistan e Italia. Ha studiato alla London School of Economics, l’ università di Oxford e all’ Imperial College of Science and Technology di Londra. Ha lavorato come economista e consigliere per vari paese e enti come Banca Mondiale e la FAO.

Marcello Caruso è uno scrittore e giornalista indipendente che vive in provincia di Latina.

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