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Coronavirus Trieste, il racconto dal fronte: «Mai pensato di trovarmi in una trincea del genere»

È un lavoro sinergico quello degli eroi in trincea per combattere il coronavirus: da Trieste arriva il racconto di chi ogni giorno, con la paura in tasca, si adopera in questa guerra contro un nemico subdolo e invisibile. Dal personale delle ambulanze del 118 ai medici in corsia: tutti tasselli indispensabili di una catena che lavora per bloccare questa strage senza fine. Ai confini d’Italia, ma non dell’epidemia, anche il Friuli Venezia Giulia lotta contro il Covid-19. Numeri più contenuti rispetto alla Lombardia, ma solo per differenza di densità di popolazione e restrizioni rigorose. Per il resto la situazione è drammatica come in ogni dove. E ilgiornale.it ne riporta le testimonianze.

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Coronavirus Trieste, momento difficile ma si lotta con dedizione

«Siamo messi molto male. – ammette Antonio Poggiana, direttore generale dell’Azienda sanitaria di Trieste e Gorizia parlando di protezioni – Le stiamo centellinando. Più che con le mascherine abbiamo avuto grandi difficoltà con visiere, occhiali e tute». È da lì che parte la giornata degli eroi: da quella vestizione così attenta a non lasciare spiragli di ingresso al virus. «Anche noi abbiamo paura. – confessa Demis Pizzolitto, veterano delle ambulanze del 118 triestino – È un momento difficile per tutti, ma dobbiamo fare il nostro dovere con la maggiore dedizione possibile». In coppia con una nuova recluta, Fabio Tripodi, si arma di barella per il trasporto dei malati Covid. E quando l’emergenza lo richiede, parte a sirene spiegate verso il fronte più duro: l’ospedale di Cattinara dove «la terapia intensiva è la prima linea di risposta contro il virus, il nemico invisibile che stiamo combattendo ogni giorno», come spiegato da Umberto Lucangelo, direttore del dipartimento di emergenza.

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«Siamo preparati ad accompagnare le persone verso la morte nella maniera più dignitosa»

In corsia la situazione non è più rosea: le infermiere si preparano con tute e protezioni, gli scrivono sulla schiena il nome e l’orario di ingresso con un pennarello nero. Sono ora pronte per affrontare la battaglia. Le aspettano ventuno pazienti intubati, con intrichi di cannule infilate nel corpo, sensori e macchinari pulsanti. I pazienti più critici sono coperti da un telo blu e ripresi dalle telecamere a circuito chiuso. Una di loro racconta all’interfono l’emozione «del primo ragazzo che sono riuscito a svegliare. Quando mi ha visto ha alzato entrambi i pollici in segno di ok». Purtroppo però non sempre è così. E allora, spiega: «Siamo preparati ad accompagnare le persone verso la morte nella maniera più dignitosa. Io le tengo per mano per non lasciarle sole fino all’ultimo momento».

Un’altra testimonianza viene da un infermiere esperto: «Dopo 22 anni di esperienza – racconta Graziano Di Gregorio – non avrei mai pensato di trovarmi in una trincea del genere». E sebbene la rianimazione di Cattinara può vantare di non aver perso nemmeno un paziente, Di Gregorio confessa: «Infermieri di altre terapie intensive hanno dovuto dare l’estrema unzione perché i pazienti sono soli e non si può fare diversamente». Veterani ma anche giovani reclute in questa battaglia a cui nessuno era preparato. È il direttore Marco Confalonieri a rendere un paragone esplicativo di quello che stiamo vivendo: «Mio nonno – racconta – era un ragazzo del ’99, che ha combattuto sul Piave durante il primo conflitto mondiale. Ho lanciato nella mischia 13 giovani appena assunti. Sono i ragazzi del ’99 di questa guerra».

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