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Draghi, sfuriata al telefono con i partiti: il premier in modalità “me ne vado”

Dimissioni? Resta in modalità “me ne vado” Mario Draghi. Roberto D’Agostino non ha dubbi. Se la maggioranza dovesse di nuovo far mancare i voti in parlamento l’economista non avrebbe dubbi a farsi da parte. Anche perché sempre «Dagospia» cita un virgolettato che fa capire l’aria che tira: “Non sarò io il premier che si intesta il fallimento del Pnrr”, avrebbe dichiarato l’ex numero uno della Bce, che non vuole certo sfigurare davanti all’Ue. E, in un certo senso, non si può dar torto al presidente del consiglio, visto che in ballo ci sono le sorti del Paese. Come scrive Monica Guerzoni su «Il Corriere della Sera» “in gioco ci sono 50 miliardi per il 2022 e Draghi non resterà a guardare le forze politiche che si preparano alle elezioni scherzando con il fuoco, cioè il futuro dell’Italia. Non griderà un’altra volta ‘al lupo, al lupo’”. Ma, come precisa D’Agostino se “c’è questo clima di rissa crescente non può che ringraziare la spocchia del suo staff”. 

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Dimissioni? Draghi e la sfuriata al telefono con i partiti: il premier in modalità “me ne vado”

Del resto il sorrisetto sarcastico, trasversale di Draghi, che ha accompagnato le parole «avete visto che bravi ministri che ho? È un bellissimo governo», la dice lunga. Non si può leggerla che come una “caramella” data ai partiti. O “la carota” se si preferisce, dopo il “bastone” impiegato nei giorni scorsi. Rispondendo alle domande dei giornalisti il premier ha detto: «Vedo regolarmente i leader dei partiti, non devo fare uno sforzo particolare per vederli ora. Ci sono diversità di opinione, è successo. Ieri, quel che ho fatto è stato semplicemente ricordare il mandato del governo, creato dal Presidente della Repubblica per affrontare certe emergenze e conseguire certi risultati, Sono sicuro che riusciremo a conseguire questi risultati, come fatto finora, e conto sul Parlamento e sulle forze politiche». Lo stesso ha poi aggiunto di voler tenere dritta la barra del timone: «Non c’è mai stato dubbio da parte del governo e da parte mia: confrontarsi è veramente importante, rispettarsi è molto importante. Tutto ciò che è necessario per arrivare all’approvazione dei provvedimenti del Pnrr il governo e io lo faremo». Nelle ultime ore infatti i partiti avevano manifestato stanchezza per il cosiddetto “metodo Draghi”; in altre parole chiedevano di essere maggiormente coinvolti. «I decreti non vengono mai condivisi per tempo», la lamentela di un membro dell’esecutivo.

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Non accetterà compromessi sulla sua road map: il rumors sulle dimissioni, Draghi e l’ultimatum ai partiti

L’essere andato poi sotto per ben quattro volte sul Milleproroghe aveva fatto montare su tutte le furie il presidente del consiglio, che aveva richiesto subito un colloquio con Mattarella. “Una vicenda marginale, dettata peraltro da un cortocircuito tra il ministro per i Rapporti con il Parlamento e i deputati, ma indicativa dello stato dei rapporti tra le forze di maggioranza e il premier. E premonitrice di quanto potrà accadere. Perché nel Palazzo non si nutrono dubbi sul fatto che si verificherà un incidente politicamente rilevante. E si arriva perfino a indicare la data dell’avvenimento: a giugno, dopo l’arrivo della seconda tranche del Pnrr”, la riflessione puntuale di Francesco Verderami su «Il Corriere della Sera». E Draghi ha intuito l’andazzo, non è certo un pivello. Forse i partiti non hanno ancora capito invece di che pasta è fatto lui. Resta da calcolare quanto durerà questo braccio di ferro: ieri il governatore Fedriga si sarebbe lasciato scappare un «vediamo se arriveremo al termine della legislatura». Draghi, come scrive sempre Verderami, ha avvisato i ministri che non accetterà compromessi sulla sua road map: «Mi verrebbe da dire che non siamo qui a smacchiare giaguari e pettinare bambole». La data in rosso sul calendario è giugno 2022. Un’indiscrezione questa rilanciata anche qualche istante fa da «Il Tempo». 

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Draghi verso le dimissioni? Feltri parla di “baracca scalcinata”

Dimissioni di Draghi, cosa accadrà? Beh, Vittorio Feltri su «Libero Quotidiano» rilancia il quesito: “Se Mario è stufo perché non si fa a votare?”. Il bergamasco non punta il dito contro il banchiere, si intende, ma i partiti: “Nei panni di Draghi agiremmo come lui che non si diverte a dirigere una baracca scalcinata quanto quella affidatagli”. Staremo a vedere. Leggi anche l’articolo —> Draghi: “Visto che bravi ministri? Governo bellissimo”. La “fucilata” sui social della Meloni

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