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Draghi vuole il Colle? Non significa “in panchina fino al 90esimo”, il governo così “perde colpi” | Retroscena

Draghi presidente della Repubblica, retroscena “tsunami” – «De Benedetti ha detto in tv che basterebbe “torcere un po’ la Costituzione” per tenere Draghi a Palazzo Chigi e Mattarella al Colle? No, la Costituzione la può torcere con un dibattito di revisione costituzionale. Non è che si può torcere con una intervista. In realtà, è Draghi a dover decidere se si vuole candidare o meno al Quirinale». A dirlo ai microfoni de «Il caffè della domenica», su Radio24, l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, che ha bocciato la proposta avanzata da Carlo De Benedetti alla trasmissione di Lilli Gruber «Otto e mezzo». L’impressione è che il Professore, che conosce l’economista dai tempi del Tesoro, stia leggermente “gufando” sulla possibilità che l’ex numero uno della Bce traslochi da Palazzo Chigi al Quirinale. Scrive Pasquale Napolitano su «Il Giornale»: «Prodi rosica e prova a segare le gambe a Mario Draghi e Sergio Mattarella nella corsa al Colle». E che l’attuale premier stia avvertendo una certe pressione è evidente, come rivela un articolo uscito su «Libero», che porta la firma di Sandro Iacometti.

leggi anche l’articolo —> “Mario c’est super”. Elogi à gogo da «Le Figaro» per Draghi: Italia irriconoscibile

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Draghi presidente della Repubblica nel 2022? Non significa “in panchina fino al 90esimo”: il governo così “perde colpi”

La mancata elezione al Colle pare una ferita ancora aperta per Romano Prodi: non sono stati 101 i franchi tiratori del Pd che fermarono la sua corsa nel 2013, ma quasi 120, come ha raccontato il fondatore de L’Ulivo nel libro Missione incompiuta di Marco Damilano. «So di aver ricevuto un concreto numero di voti sparsi qua e là al di fuori del Pd, tra centristi, grillini e truppe sparse. E so che hanno votato per me un certo numero di miei antichi studenti. L’esito del voto segreto. lo avevo rigorosamente previsto, anche se con qualche voto negativo in meno», la confessione amara risalente a qualche tempo fa. E non sembra che il professore abbia ancora mandato giù il boccone. La piaga sanguina (e si percepisce). Che Prodi abbia voglia di riprovarci e che stia cercando di far fuori l’unico avversario temibile? Sembra che non faccia troppo il tifo per l’ex governatore di Bankitalia: «Dovrà decidere Draghi se il suo contributo al Paese sia meglio nell’essere un anno in più nel potere diretto del presidente del Consiglio, o avere per 7 anni l’autorità che ha il presidente della Repubblica. Non è un’alternativa semplice, ma bella. Ma tocca così tanto la persona coinvolta, che non può che decidere Draghi», ha detto Prodi. L’ex premier ha poi sottolineato: «Naturalmente col voto segreto le sorprese sono tante, io sono il massimo esperto in materia», alludendo alla sua esperienza.  Dichiarazioni forti che lasciano trasparire una certa preoccupazione. Un avversario “ingombrante” si direbbe Draghi, così magnificato all’estero, stimato per le sue doti, con un profilo professionale capace di far impallidire chiunque.

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Prodi: «Palazzo Chigi o Colle? Non è un’alternativa semplice, ma bella». Tajani: «Draghi resti al suo posto»

Prodi è sembrato contrario anche al Mattarella Bis: «Un presidente della Repubblica viene eletto per 7 anni. Poi se lui pensa di andar via dopo un anno oppure accetta con questo pensiero recondito, non è certo anticostituzionale, ma il voto elegge il presidente della Repubblica per 7 anni. Poi può durare anche un giorno se uno si dimette il giorno dopo, questo non ha nulla a che fare con la necessità del rispetto della Costituzione, che dice sette anni e amen». Un secondo mandato di Mattarella fa drizzare le antenne a quanti sognano il Quirinale, in verità. Forse per questo la riflessione del professore sembra alquanto pretenziosa. Ma sono tanti i nomi che stanno circolando in queste ore. Rumors danno favoriti anche Marta Cartabia, Walter Veltroni, Paolo Gentiloni, solo per citarne qualcuno. Si è parlato anche del leader azzurro Silvio Berlusconi: «Draghi resti al suo posto, senza di lui cadrebbe il governo: nessuno oggi, se non lui, è in grado di guidare un esecutivo di unità nazionale», le parole del coordinatore di Forza Italia, Antonio Tajani. Sulla corsa al Colle quest’ultimo ha dichiarato: «Berlusconi ha le carte in regola, ma non si è candidato. È il mio sogno che diventi presidente e il fatto che oggi se ne parli ci dice quanto la sua leadership sia importante nella politica italiana». 

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Draghi presidente della Repubblica, la difesa di Renzi: «La clonazione è proibita per legge»

Chi fa il tifo per Mario Draghi, ma non vuole bruciarne la candidatura, è Matteo Renzi. Per il leader di Italia Viva se il premier fosse eletto al Colle «farebbe bene il presidente della Repubblica come fa bene il presidente del Consiglio, così come farebbe bene alla guida di una delle istituzioni europee, ma dato che la clonazione è proibita per legge, la cosa migliore ora è non tirare per a giacchetta Draghi», ha detto giorni fa a «Zapping» su Rai RadioUno. «Mancano tre mesi alle elezioni cerchiamo di dare una mano sui vaccini e sulla ripresa economica poi a febbraio il parlamento inizierà a ragionare sul Quirinale».

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«Questa cosa per cui o Draghi o morte, la trovo abbastanza bizzarra», dibattito vivo

E mentre la stampa straniera continua ad elogiare l’attuale premier, dal «Financial Times» a «Le Figaro», «Il Fatto Quotidiano» commenta così la recente scita del ministro GiorgettiDraghi potrebbe guidare il convoglio anche dal Quirinale»): «Se voleva dare una mano all’ex Bce nella partita del Colle, è riuscito ad ottenere l’effetto contrario». Sulla falsariga di Prodi, ad ogni modo. «Se uno volesse, si troverebbero facilmente altri nomi per candidati al Quirinale: Bersani, Augias, Angela», le parole di Andrea Scanzi, conduttore del talk politico ‘Accordi&Disaccordi’, insieme a Luca Sommi, con la partecipazione di Marco Travaglio. «Sembra debba essere per forza Draghi ad andare al Quirinale. Io ho stima di Draghi, dopodiché non credo che sia un santo, nel senso che non credo che possa fare tutto. Ho stima di Mattarella, ma secondo me dopo questi sette anni basti così. Ho la vaga sensazione che, se uno volesse, troverebbe dei nomi. Vogliamo farli? Così, buttarli là? (…) Potremmo chiederlo, che ne so, a Corrado Augias? Potremmo chiedere a Piero Angela? Potremmo chiedere a Bersani? Ho detto i primi tre nomi. Questa cosa per cui o Draghi o morte, la trovo abbastanza bizzarra», le parole del giornalista. Dal diretto interessato nessuna parola.

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“La macchina avrebbe perso colpi”, il retroscena di Iacometti: il governo impantanato sui decreti

Che però Draghi non sia insensibile alla “questione Quirinale” è chiaro: nell’ultima conferenza dei Capi di gabinetto sull’attuazione del programma di governo e del Pnrr, come rivela «Libero Quotidiano», il sottosegretario alla presidenza Roberto Garofoli avrebbe rimproverato tutti, annunciando che da ora in avanti gli obiettivi non saranno più mensili, bensì settimanali. Il governo si sarebbe impantanato su alcuni dossier e per un perfezionista come l’ex numero uno dell’Eurotower la cosa è seccante. “Garofoli si è vantato dei numeri finora raggiunti dal governo Draghi, che dal suo insediamento ha portato a casa 549 provvedimenti. Un picco importante, ha spiegato il sottosegretario, è stato registrato a settembre, quanto sono stati attuati 112 decreti. I numeri sono sicuramente rilevanti e superiori agli standard dei precedenti governi”, spiega Sandro Iacometti sul giornale. Lo stesso svela in che modo «la macchina» avrebbe «perso colpi»: il target previsto per il primo mese era di 141 atti non di 112. Stesso discorso per ottobre.

Da qui l’auspicio che «Super Mario» (soprannome al premier odioso) torni in partita e non si lasci «distrarre» dal match del Quirinale. Ad usare la metafora calcistica alla fine del suo lungo articolo proprio Iacometti: «Da oggi nella Ue si inizia a discutere di riforma del Patto di stabilità, tema fondamentale per il futuro dell’Italia. Servirebbe un Draghi pronto a mettere la palla in rete, non a restare seduto in panchina ad aspettare che arrivi il 90esimo». Il giornalista chiude così il caldo retroscena e sembra fare il tifo per l’italiano che ha salvato l’Euro (e con lui anche io). Perché mandare a casa oggi Draghi significherebbe lasciare l’Italia su un binario morto. Leggi anche l’articolo —> Landini: «Draghi rinvia e non risolve i problemi»

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