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“Dimissioni lampo dopo il sì alla manovra”. Draghi, rumor dal Transatlantico: circolano già due nomi

Draghi pronto a lasciare? “Dimissioni-lampo dopo il sì alla manovra”, è una delle voci più forti che circola nel Transatlantico. Che è non un corridoio come tanti, ma è un vero e proprio salone, situato accanto all’Aula del Parlamento italiano, dove i deputati concedono indiscrezioni croccanti ai giornalisti. Il cuore pulsante dell’attività politica italiana. È lì, tra gli arredamenti disegnati dal celebre architetto palermitano Ernesto Basile, sotto il soffitto che ricorda le grandi navi, che si giocano le partite vere; che i malumori prendono corpo. Ed è proprio dal «corridoio dei passi perduti», soprannome evocativo di quel luogo “magico”, che arriva il rumor che l’ex numero uno dell’Eurotower si stia convincendo sempre più ad abbandonare la presidenza del consiglio. Con giubilo di quanti non vedono l’ora che si faccia da parte; con rammarico di quanti hanno piena fiducia in lui. A rilanciare il retroscena Elisa Calessi su «Libero Quotidiano». 

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“Dimissioni lampo dopo il sì alla manovra”. Draghi, rumor dal Transatlantico: circolano due nomi

Il miglior modo per sotterrare una notizia è che ne sopraggiunga un’altra, più forte. In queste settimane quasi tutti i giornali hanno scritto del sogno proibito di Silvio Berlusconi, che vorrebbe fortemente per sé la poltrona del Quirinale. Politologi, senatori e deputati di ogni fila, ma anche giornalisti retroscenisti, si sono scatenati, prendendo in considerazione tutte le strade possibili, incluso il senso di “rivincita dei peones”. Insomma il Cavaliere è stato sulla bocca di molti. Lui il personaggio più chiacchierato della settimana. Nelle ultime ore però un’altra indiscrezione ha preso corpo. Ed è direttamente collegata alla partita del Colle: Mario Draghi sarebbe pronto a dimettersi non appena votata in via definitiva la Manovra 2022.

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Le due missioni da portare a termine a Palazzo Chigi

“Non tanto perché i partiti dell’attuale maggioranza incominciano a scalpitare un po’ troppo, incrinando quell’unità nazionale alla base dell’esecutivo. Le ragioni di questo precoce addio nascerebbero da una motivazione ufficiale e una ufficiosa”, scrive Calessi su «Libero». Poi la giornalista passa in rassegna le ragioni: “La prima è che, si dice, a Palazzo Chigi considerano la missione di Draghi conclusa con la manovra. Il Pnrr è impostato e si punta a chiudere tutti i progetti entro la fine dell’anno”. Come a dire Super Mario (soprannome a lui sgradito, come tutti gli altri che gli hanno affibbiato) “ha finito il compitino”. Ad avvalorare questa tesi il fatto che il giro nelle regioni messo a punto da Draghi e dal suo sottosegretario di fiducia, Roberto Garofoli, per aiutare gli enti locali a concretizzare i progetti, ha come termine il 2022.

«Se parli con qualcuno di loro, ti dicono che si deve chiudere tutto entro il 2021. Parlano come se il loro ruolo finisse il 31 dicembre», le parole di un osservatore dem rimasto anonimo. La seconda ragione invece avrebbe a che fare con la campagna vaccinale. L’ex presidente della Bce più volte era stato evocato, ora da questo ora da quel partito, a salire a Palazzo Chigi nel corso della carriera. Invito sempre respinto, con garbo si intende. All’appello del Capo di Stato Sergio Mattarella, lo scorso febbraio, Draghi non ha saputo però dire di no. Il suo profondo senso di civil servant ha prevalso su tutto. Anche sui timori di non farcela, di non essere all’altezza. Quello che poi ne è seguito lo sappiamo tutti. È storia scritta giorno per giorno.

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Draghi verso le dimissioni? Il rumor che circola in queste ore

«È un momento difficile, il Presidente ha ricordato la drammatica crisi sanitaria con i suoi gravi effetti sulla vita delle persone, sull’economia, sulla società. La consapevolezza dell’emergenza richiede risposte all’altezza della situazione e con questa speranza e con questo impegno che rispondo positivamente all’appello del Presidente della Repubblica. Con grande rispetto, mi rivolgerò a Parlamento, fiducioso che emerga unità», le parole di Mario Draghi. Le sue intenzioni queste: “Vincere la pandemia, completare la campagna vaccinale offrire risposte ai problemi quotidiani dei cittadini, rilanciare il Paese, sono le sfide che ci confrontano. Abbiamo a disposizione le risorse straordinarie della Ue, abbiamo l’opportunità di fare molto per il nostro paese con uno sguardo attento al futuro delle giovani generazioni e al rafforzamento della coesione sociale“. E secondo alcuni deputati gli obiettivi sarebbero stati portati a termine: “La politica economica del Paese è impostata con questa legge di bilancio almeno per i prossimi due anni. La campagna vaccinale ha raggiunto un’ottima copertura e, con le misure che il governo prenderà per i prossimi mesi, è destinata ad aumentare”, scrive la Calessi, rilanciando la voce che vede Draghi prossimo alle dimissioni. In sostanza le due emergenze per cui Draghi, sul cui profilo non c’è nulla da eccepire, era stato chiamato, sarebbero rientrate (o perlomeno si spera, visto l’aumento dei contagi).

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Draghi, dimissioni lampo: lo scenario possibile

Dimissioni avvenute, cosa potrebbe accadere? Una volta approvata la manovra, detto che il suo lavoro è compiuto, il premier, lasciato Palazzo Chigi, potrebbe essere il candidato numero uno per finire al Quirinale. Ne seguirebbe una crisi lampoSergio Mattarella, ancora pienamente in carica, potrebbe affidare ad un altro, Daniele Franco o Marta Cartabia, secondo “Libero”, l’incarico di formare il governo. Che continuerebbe l’operato del precedente. In perfetta continuità, senza intoppi. “Nessun cambio, se non ritocchi chirurgici”, scrive Elisa Calessi. Ma alla testa dell’equipe mancherebbe il medico che ha iniziato l’operazione. E Draghi, come ha detto Conte, non è “una risorsa fungibile”. Il trasloco al Quirinale però, per sette lunghi anni, rassicurerebbe molti, anche all’estero. Draghi vigilerebbe sul Pnrr, come fosse una sorta di guardiano del tesoro.

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Ainis: «Il superpresidente Draghi è troppo anche per la nostra Costituzione», cosa potrebbe accadere

Uno scenario inedito per la storia politica italiana, come ha spiegato all’HuffPost nei giorni scorsi il costituzionalista Michele Ainis«Nel nostro ordinamento i poteri di indirizzo politico spettano al Parlamento e al governo, non al capo dello Stato. È impossibile eleggere un “super-presidente” senza dichiararlo. Una cosa è la fisarmonica nell’interpretazione delle competenze istituzionali, un’altra è ipotizzare un cambio di regime», alludendo al “semipresidenzialismo de facto”, che il ministro Giorgetti ha messo apertamente in campo e che serpeggia sempre più “nel corridoio dei passi perduti”. Draghi al Colle e al Parlamento un uomo di fiducia, potrebbe andare davvero così? «Premesso che non credo che Draghi interpreterebbe il suo ruolo fuori dai limiti, il rispetto della Costituzione in ultima analisi è demandato ai cittadini e agli attori politici», aveva rimarcato nell’intervista Ainis. Leggi anche l’articolo —> Renzi canta “Ragazzo fortunato” e sfotte Conte deluso dalla Rai. La “cura” Berlusconi

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