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Kobe Bryant, solamente una parola: grazie

Kobe Bryant non era solamente un giocatore di basket: Kobe era la pallacanestro. Simbolo di dedizione, di talento e di sacrificio, Kobe era e rimarrà l’emblema dello sport vero, leale, sincero. Ci ha insegnato cosa significa lottare per ciò che si ama. Ci ha trasmesso l’importanza di rialzarsi dopo ogni fallimento.
Si pensa sempre che certe persone, certi idoli, siano intoccabili; che a loro nulla possa accadere. Domenica ci è stata portata via un’icona, ma allo stesso tempo ci è stata lasciata un’eredità. Si dice che muoia giovane chi è caro agli Dei, e quelli del basket hanno consentito a persone come Kobe di far sognare milioni di appassionati, lasciando indelebili alcuni dei momenti più emozionanti della pallacanestro.

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Kobe Bryant, un giocatore che ha cambiato la pallacanestro

Venticinque anni compiuti da poco, giocatrice di basket per 14 anni, personalmente non ho mai apprezzato troppo il modo di giocare di Kobe. Ne riconoscevo il talento indiscusso, ma non riuscivo a stimare il carattere presuntuoso, l’esasperata consapevolezza di essere il numero uno, le forzature in campo. Poi, un giorno, ho iniziato a vederlo con occhi diversi. Ogni appassionato di basket delle ultime due, tre generazioni ha un ricordo legato a Kobe Bryant. Per me Bryant è diventato il simbolo di una passione smisurata il giorno in cui si è rotto il tendine d’Achille, nella partita contro Golden State nella notte (italiana) del 13 aprile 2013.

Bryant si è presentato di fronte a centinaia di giornalisti e lì, con le lacrime agli occhi, ha detto: “E’ la più grande delusione della mia carriera: avevo lavorato così tanto. Continuerò a giocare, ma non ho mai avuto a che fare con niente del genere in passato. Altri hanno subito infortuni come questo: mi informerò su quello che hanno fatto loro e cercherò di fare meglio per rientrare il prima possibile”. In quel momento ho capito perché Kobe Bryant fosse, davvero, un esempio per tutti gli sportivi, non solo per gli appassionati di pallacanestro. Kobe Bryant non si è mai accontentato del suo successo. Non si è mai fermato, la sua ricerca viscerale e ossessionata della perfezione in campo lo ha portato a lavorare sempre più duramente, grazie alla “Mamba Mentality”.

Un uomo diventato simbolo del basket

Kobe ha insegnato a tre generazioni che il talento non è sufficiente per diventare il numero uno. L’allenamento costante, sia fisico che mentale, sono solo i punti di partenza per una carriera sportiva. Bisogna amarlo, lo sport. Amarlo in un modo così ossessivo da non permetterti di avere altro pensiero al di furi di quello. E bisogna sacrificarsi, tanto, sempre. Perché se non sei pronto a mettere in gioco tutto, allora non ci stai credendo abbastanza. “Se non credi in te stesso, nessuno lo farà per te”, diceva. Kobe ha conquistato tutti con la sua determinazione. Dai suoi fan agli avversari, non si poteva far altro che rispettarlo.

E’ stato un uomo rincorso dall’enorme croce della perfezione. È stato un maniaco della condizione fisica e mentale, dei dettagli, della puntualità, un ossessivo compulsivo perennemente in bilico fra il cercare di essere una persona normale e amata da compagni e pubblico e il lasciarsi andare all’istinto solitario, alla sregolatezza intima del talento.

Kobe Bryant, l’idolo che ha ispirato milioni di appassionati di basket

Chi, con una palla a spicchi in mano o più semplicemente facendo canestro con una pallina di carta nel cestino non si è girato dicendo: “Guarda, altro che Kobe Bryant”? Ha portato milioni di bambini, di ragazzi e di adulti a tentare di imitare le sue magie nei campetti, in casa, nei videogiochi. Ricordo le notti passate di fronte al televisore a guardare le Finals solo per scommettere quale record avrebbe superato, rapita dalle sue giocate, dal suo talento, dalla sua personalità incredibile. Le magliette indossate in allenamento, nella speranza che in qualche modo ti rendessero più forte.

Era l’unico vero punto di ispirazione massima della nostra generazione di amanti del basket. Kobe Bryant è stato la pallacanestro. Tutti gli appassionati non hanno che potuto emozionarsi quando, nel 2016, ha salutato il mondo sportivo con la sua lettera “Caro basket…”. Una vera e propria dichiarazione d’amore, di un sentimento che è nato e cresciuto in tanti anni di carriera e che, proprio per amore, a un certo punto ha dovuto lasciare. “Sono pronto a lasciarti andare- si legge- Volevo che tu lo sapessi, così potremo assaporare meglio ogni momento che ci rimarrà da gustare insieme. Le cose belle e quelle brutte. Ci siamo dati l’un l’altro tutto. Ed entrambi sappiamo che, qualsiasi cosa farò, sarò sempre quel bambino con i calzettoni, il cestino della spazzatura nell’angolo e 5 secondi ancora sul cronometro, palla in mano. 5… 4… 3… 2… 1. Ti amerò sempre. Tuo Kobe”. Parole che hanno ispirato un cortometraggio, che gli ha permesso di vincere un Oscar.

Kobe Bryant, una morte che ha sconvolto il mondo

Alla prima notifica arrivata sul cellulare della notizia della morte di Kobe Bryant, per un attimo il cuore si è fermato. Come se fosse un amico, era entrato talmente tanto nelle vite degli appassionati che sembrava quasi di conoscerlo. Sguardo fisso sullo schermo, un attimo di incredulità. Come se non fosse possibile che una tragedia tale avesse colpito proprio l’eterno Black Mamba, uno degli Dei del basket. E la sua piccola Gigi, la promessa che avrebbe portato avanti l’eredità sportiva del padre.

Pochi attimi dopo la notizia appare ovunque. I social network si riempiono di foto, frasi, ricordi. Tutti, non solo il mondo della pallacanestro e dello sport, postano qualcosa in nome di Kobe. Gente che non ha nulla a che fare con il mondo del basket, chi della pallacanestro conosce solo il nome di Michael Jordan, Kobe Bryant e LeBron James. Tutti. La sua forza era proprio questa: è riuscito a conquistare anche gente che non ha nulla a che fare con il mondo della palla a spicchi. E che nel giorno della sua morte, si è comunque unita come una grande famiglia mentre il mondo si è fermato per omaggiare il numero 8. Perché giocatori come Kobe hanno dimostrato che lo sport, per dirla con Federico Buffa, è il più grande ed efficace linguaggio universale a disposizione dell’uomo.

Kobe Bryant

L’Italia, la sua seconda casa, non gli ha portato rispetto

Tutti, tranne i giornali italiani. Oltre a un trafiletto in copertina delle maggiori testate sportive, poco altro. Quel giorno la Juventus ha perso, e questo era più importante che onorare uno dei simboli della pallacanestro. Perché in Italia esiste un solo sport: il calcio. Tutto il resto poco importa. Certo, la notizia bisogna darla, ma poi ci si può fermare lì. Ed è davvero triste, considerando che l’Italia era la seconda casa di Kobe. Per questo, ti chiediamo scusa. Quello che hai fatto su questa terra, quello che hai fatto per il nostro sport e quello che è impresso nelle nostre menti e nel nostro cuore, non ce lo potrà mai portar via nessuno. Anche se certi giornali non ti concedono lo spazio che meriti.

Kobe Bryant

L’idolo amato anche dai tifosi avversari

Ha fatto innamorare chiunque, Kobe, anche chi lo odiava. Come i tifosi dei Boston Celtics, eterni rivali dei Los Angeles Lakers. Ricordo di una lettera, che prima del ritiro del Mamba ha reso esattamente l’idea di cosa significhi vivere il basket per un appassionato di questo sport: “Sei il giocatore che noi fans di Boston odiamo di più, ma allo stesso tempo, non riusciamo a fare a meno di te, perchè ti rispettiamo. Hai sempre giocato nella maniera giusta, con passione, orgoglio, professionalità. Sei stato un vero studente del gioco e sei diventato quello che sei lavorando sempre più degli altri. Sei diventato una vera icona di questo sport, accettando ogni sfida, mostrandoti sempre pronto a dare tutto te stesso per la maglia; hai sempre rispettato il tuo sport, il tuo mestiere e la tua rivalità con Boston.

[…]E quando saremo sopra di 20 punti nel 4/4 e verrai richiamato in panca penso che accadrà qualcosa di bellissimo: ogni singola persona al Garden, smetterà di fischiarti, si alzerà in piedi, e ti mostrerà rispetto! Con la più grande delle standing ovation che tu abbia mai ricevuto fuori da Los Angeles. Canteremo il tuo nome, ci asciugheremo le lacrime, ti daremo il nostro agrodolce addio. Dicono che non ci si rende mai del tutto conto del valore delle cose che abbiamo fin quando non le abbiamo più. Perciò prima che tu te ne vada, voglio ringraziarti, e dirti che tu non sei stato solo un fuoriclasse della pallacanestro. Per un’intera generazione di appassionati dell’NBA, tu sei LA pallacanestro. Mi mancherai davvero tanto Kobe, non pensavo che te lo avrei mai detto. Con amore, odio e rispetto, un tifoso che non ti ha mai apprezzato abbastanza”.

Kobe Bryant

Grazie, Kobe

Come hanno detto alcuni, Kobe è stato l’anello di congiunzione tra l’era di Michael Jordan e l’era moderna, quella di LeBron James. Come giocatore è stato uno dei più forti di sempre, e il fatto che fosse emulato da tutti descrive al meglio la sua grandezza. Non serve ricordare i suoi successi, i suoi record, le sue vittorie. Kobe Bryant è stato un Grande, e non ci resta che dirgli grazie.

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