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Lucio Dalla non c’è più, ma è come se ci fosse ancora: la storia di “4 Marzo 1943”

EDITORIALE | Lucio Dalla Sanremo 2021 omaggio al cantautore –  Il 1º marzo del 2012 Lucio Dalla viene ritrovato senza vita da Marco Alemanno, suo stretto collaboratore. Stroncato da un infarto a 68 anni, l’artista di formazione jazz, che ha preso il meglio di Armstrong e della Fitzgerald, si è spento in un hotel di Montreux, cittadina della Svizzera, dove si era esibito la sera precedente. Già all’epoca, non pochi fan sottolinearono l’aurea profetica dell’ultima strofa di una delle canzoni sue più amate, “Cara”: “Lontano si ferma un treno / ma che bella mattina, il cielo è sereno / Buonanotte, anima mia / adesso spengo la luce e così sia”. Il cuore di Lucio Dalla, infatti, ha smesso di battere in una mattina serena in un albergo, che non dista che pochi passi da una stazione ferroviaria. Soltanto qualche settimana prima aveva partecipato al Festival di Sanremo. Come a chiudere un ideale cerchio: nel 1966 giovanissimo si presentò all’Ariston col brano Pafff…bum!, catturando l’attenzione degli spettatori.

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Lucio Dalla Sanremo 2021: la vera storia di “4 Marzo 1943”

Il 14 febbraio del 2012 Lucio Dalla era tornato alla kermesse canora più importante del nostro paese, a calcare quel palco a cui chiunque fa arte spera un giorno di arrivare. In quell’occasione Dalla accompagnò il giovane cantautore Pierdavide Carone. Il brano era “Nanì” e parlava di un giovane innamorato di una prostituta. Delicato quanto struggente. È stata quella l’ultima apparizione tv di Dalla, genio indiscusso del suo tempo, che ha fatto dello scat (il modo di cantare improvvisato) il suo punto di forza. Il suo marchio di fabbrica forse, il tratto distintivo della sua arte. Nei primi anni Sessanta c’erano stati Celentano, Jannacci e Tenco; prima ancora c’era stata la stagione degli urlatori. Mancava alla canzone italiana quel quid di intimità; quella quotidianità straniata, surreale, ricca di impressioni, immagini, suggestioni, che caratterizza le musiche e i testi del bolognese. Da “4/3/1943” a “Piazza Grande”, da “Cara” a “La sera dei miracoli”, da “Futura” a “Balla balla ballerino”, solo per citarne alcuni. Brani indimenticabili a cui verrà dedicato ampio spazio stasera al Festival di Sanremo 2021. Una serata la terza nel segno del grande artista jazzista, a nove anni dalla morte. I Negramaro gli renderanno omaggio. A ben 50 anni da quel capolavoro, “4 marzo 1943”, composta da Paola Pallottino, oltre che dallo stesso Dalla, finito nelle maglie della censura.

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«L’atmosfera era strana, irreale: a me il Festival piaceva e l’idea di arrivare davanti a così tante persone era più importante della difesa a oltranza di un verso»

“4 marzo 1943” fu la rivelazione di quel festival e non soltanto perché si classificò al terzo posto. La gestazione viene ricostruita nel libro ‘Dice che era un bell’uomo… Il genio di Dalla e Pallottino’ (Minerva), scritto da Massimo Iondini, con contributi di Pupi Avati, Gianni Morandi e dell’amico di sempre Tobia Righi. Una storia travagliata, ennesima testimonianza del bigottismo che imperava nel 1971. Quella canzone avrebbe dovuto chiamarsi “Gesù bambino”. Ma la platea dell’Ariston avrebbe storto il naso di fronte ai versi originali: “… che bestemmio e bevo vivo / per i ladri e le puttane sono Gesù Bambino /”. Da qui la modifica che tutti conosciamo. I benpensanti non gliel’avrebbero perdonata e forse per questo Dalla acconsentì alla riscrittura. E la censura della Rai, come successo con altri brani, quali “Ciao amore ciao” di Tenco, rese la canzone meno impegnata. «L’atmosfera era strana, irreale: a me il Festival piaceva e l’idea di arrivare davanti a così tante persone era più importante della difesa a oltranza di un verso. Mi hanno chiesto di capire, Sanremo arriva in tutte le case, e io ci ho provato, a capire», disse Dalla. Quel sacrificio gli portò fortuna: l’anno successivo quell’uomo piccolo piccolo tornò all’Ariston con Piazza Grande, musica di Rosalino Cellamare.

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Lucio Dalla l’omaggio dei Negramaro al Festival di Sanremo

Dalla, e forse qui sta il fascino suo, non si lasciò travolgere, plasmare dal successo: semmai quest’ultimo gli procurò un senso di vertigine che lo spinse a sperimentare, a «trovare nuove strade», come scrive John Vignola in Lucio Dalla “Duvudubà”. Decisivo l’incontro con Roberto Roversi, bolognese, ex partigiano, libraio, poeta; come anche quello con l’intellettuale Pier Paolo Pasolini. Ma il cantautore non diventò mai un militante in senso stretto. Dalla ha sempre cercato di restare fedele alla sua poetica avventurosa, a tratti suggestiva, segnata dal clownesco, dal buffo, dal disincanto. Pensiamo solo ad “Anna e Marco”, “Disperato erotico”, “Come è profondo il mare”, “Caruso”, “Ayrton”, “Tu non mi basti mai”, “Le rondini”. 

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Le «bugie bianche» di Lucio Dalla

Parlando di lui Veltroni disse: «Non ho mai capito quanto fosse bugiardo Lucio Dalla. Ma bugiardo di bugie bianche, quelle che confinano con la fantasia. Le bugie di Pinocchio, o quelle di Edward Bloom, il protagonista di “Big Fish”. Non le bugie dei furbi o dei cattivi, quelli che vogliono nascondere la realtà. No, Lucio voleva inventarla, la realtà, e confondere il limite, andare su e giù, per i confini codificati». Per questo anche a distanza di anni le canzoni sue non hanno perso di intensità, non sono state sepolte dalla polvere del tempo. Fa sognare “l’America lontana / dall’altra parte della Luna” (Anna e Marco); siamo punti da un certo dolore oggi quando ascoltiamo “Si muove la città / con le piazze, i giardini, la gente nei bar”, pensando al Covid che ci ha strappati prepotentemente alla nostra quotidianità. E ancora siamo convinti di quanto c’è scritto in “Disperato erotico stomp”: “L’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale”. L’eredità di Dalla è tutta qui, nell’arte sua, che ci ricorda con nostalgia che lui non c’è più, ma che è come se ci fosse ancora. Grazie Lucio. Leggi anche l’articolo —> Lucio Dalla, 9 anni fa la morte improvvisa: cosa avvenne il 1° marzo 2012

 

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