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Navi quarantena, quanto costano allo Stato italiano e perché potrebbe risparmiarsele

In Italia non esiste un’emergenza migranti. Ma a Lampedusa sì. Soprattutto da quando il coronavirus si è infiltrato in tutto il mondo, e da quando è stata presa la decisione di dedicare delle navi alla quarantena di coloro che arrivano via mare. Navi che hanno costi esagerati, e che costringono le persone ad accalcarsi nonostante la maggior parte dei centri d’accoglienza della Penisola, dal 2017, siano praticamente semivuoti. Quanto costano allo Stato queste navi? Quanta differenza c’è tra queste e i centri a terra? Sono davvero necessarie?

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Navi quarantena, quanto costano allo Stato

Le navi da quarantena sono dei traghetti privati utilizzati per isolare i migranti arrivati in Italia. Istituite dal governo italiano tramite un decreto della Protezione civile lo scorso 12 aprile, hanno aggiunto un tassello al metodo emergenziale con cui l’Italia da sempre affronta la questione migranti. L’ultimo bando per le navi quarantena è scaduto lunedì alle ore 10. Stando a quanto riportato, ogni nave ha un costo di circa 4 milioni di euro iva esclusa, e deve prestare servizio per 90 giorni. Si tratta di un costo costituito “da un corrispettivo a corpo e uno a misura”. Il “corrispettivo a corpo tutto compreso” sta per il noleggio della nave, e viene specificato che “dovrà stazionare in rada e potrà essere chiamata a spostamenti sulla base di esigenze connaturate al servizio prestato”.

Il “corrispettivo a misura”, invece, si riferisce al numero di migranti, è variabile e ha come parametro 285 persone, di cui 250 dovrebbero essere migranti, e 35 operatori. Il tutto, per un periodo massimo di 40 giorni, quindi fino al 15 ottobre. “Tale corrispettivo sarà corrisposto in funzione del numero di migranti effettivamente ospitati”, si legge nel bando. La grossa fetta dei costi è quella destinata al “corrispettivo a corpo”: 2.304.000,00 euro, mentre per il “corrispettivo a misura” sono previsti 1.030.400,00 euro, sempre Iva esclusa. L’importo massimo stimato complessivo è pari a 3.334.400,00 euro, oltre IVA, mentre l’importo totale dell’appalto è pari a 4.168.000,00 euro, Iva esclusa.

Ai mezzi, inoltre, è richiesto di effettuare trasbordi, avere cabine sufficienti (possibilmente a uso singolo) a ospitare almeno 250 migranti. Poi un’area controllata di confinamento per almeno dieci migranti con sintomi da Covid-19 e la disponibilità di dieci cabine singole con bagno indipendente per i 25 operatori responsabili dell’assistenza sanitaria.

Se si fa il paragone con le strutture a terra, in cui il costo massimo per coprire le spese di ogni migranti è di 40 euro, ecco che saltano all’occhio le prime criticità. Senza considerare tutte quelle psicologiche legate al costringere le persone a rimanere chiuse su un barca dopo un evento traumatico. Il costo delle strutture a terra, infatti, varia dai 30 ai 40 euro al giorno per ogni migrante. E hanno una capienza che oscilla tra le 50 e le 250 persone. Il costo, invece, dei migranti su nave è di 35 euro, circa 30.000,00 euro al giorno. Un costo variabile che può aggirarsi sopra ai cento euro al giorno per migrante in basse alla capienza piena dell’imbarcazione. Uno spreco se si considera che i centri d’accoglienza in Italia ci sono e, appunto, a oggi sono semivuoti. Tranne che a Lampedusa.

navi quarantena

Navi quarantena, l’accoglienza a scopo di lucro

Da sempre l’Italia gestisce la questione migranti con un approccio emergenziale. E questo nel lungo periodo ha creato le basi per tutti i problemi che oggi caratterizzano il tema. All’inizio della quarantena, il governo ha dichiarato l’Italia un “Paese non sicuro”, vietando alle navi umanitarie di attraccare sulle nostre coste. Per questo motivo sono nate le “navi quarantena”. Si è evitato così di prendere in considerazione la possibilità di far fare la quarantena a terra, e quindi di trasferire le persone sul territorio nazionale. Questo, però, ha dei costi aggiuntivi. Ed è un guadagno per qualcun altro.

“L’assetto dell’accoglienza, determinato dal decreto sicurezza – ancora in vigore senza alcuna modifica – favorisce indiscutibilmente le grandi concentrazioni di persone in grandi centri nelle mani di grandi gestori. È nei grandi centri infatti che si possono realizzare utili che diventano significativi se sono ospitate molte persone”. Lo ha spiegato Fabrizio Coresi, tra gli autori del rapporto di Openpolis e Action Aid sull’impatto del decreto.

“Fondamentale è anche l’abbassamento della qualità dei servizi. Mentre molte realtà del terzo settore si sono autoescluse dalle gare per un’accoglienza straordinaria, l’assenza di competenza specifica e vocazione sociale dell’ente gestore for profit fa sì che non ci si preoccupi di fornire un servizio pessimo e si punti ad abbassare al massimo i costi per massimizzare l’utile, sempre grazie ai grandi numeri”, ha sottolineato Coresi. Ora, prima che i decreti possano effettivamente essere modificati, bisognerà attendere le elezioni regionali. Ma a questo punto, sembra difficile pensare che qualcosa muterà per davvero. E l’Italia continuerà a gestire un evento ricorrente come un’emergenza. >>Tutte le notizie di UrbanPost

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